Ci sono giornate che si raccontano con i numeri. E poi ci sono giornate che quei numeri riescono a trasformarli in emozioni. Il concerto di Ultimo a Tor Vergata è stato entrambe le cose. Duecentocinquantamila persone nello stesso posto, un qualcosa di impensabile fino a ieri. Il più grande concerto della storia d’Italia. Un record che resterà negli annali, ma che visto da dentro ha un significato molto più profondo.
Io c’ero. Ero uno di quei 250mila. Ero al Pit 6, il più lontano dal palco. Da lì Ultimo era poco più di un puntino. Ero esattamente tra gli “ultimi degli ultimi”. Non vedevo il palco, ma in fondo non è mai stato quello l’importante. L’importante era esserci, respirare quell’atmosfera, sentire 250mila voci cantare all’unisono, sentire la connessione con un popolo. Perché certe emozioni non hanno bisogno di essere viste da vicino. Basta viverle, basta sentirle.
Ieri, mentre mi dirigevo verso l’evento, ho pensato a quanto possa essere difficile organizzare un evento di queste dimensioni. Farlo è qualcosa di enorme. Pensare che possa andare tutto perfettamente sarebbe anche ingiusto. Eppure la macchina organizzativa ha dimostrato che anche in Italia si possono realizzare appuntamenti di questo livello.
Lungo il percorso c’era acqua gratuita per tutti, così come all’interno dell’area concerto grazie ai numerosi distributori. Era possibile introdurre cibo e bevande, con gli appositi controlli e nel rispetto delle normali regole di sicurezza. Ogni pit, sei in totale, era dotato di bagni e punti ristoro, mentre gli ampi spazi hanno reso più vivibile una giornata che avrebbe messo a dura prova chiunque. Anche il cielo, quasi come se volesse dare una mano, ha coperto a tratti il sole con le nuvole, rendendo l’attesa più sopportabile e meno calda.
I dj set, il pre concerto di Fabrizio Moro e il sorvolo di Ultimo in elicottero. Poi le luci che si accendono sul palco. In quel momento non esistono più sei pit, distanze o visuali migliori. Esistono solo le persone. Persone di ogni età. Bambini, ragazzi, genitori, nonni. Ognuno con una storia diversa, ma tutti uniti dalle stesse parole. A Tor Vergata abbiamo cantato l’amore. Abbiamo cantato le canzoni che ci hanno accompagnato nella vita, quelle in cui ci siamo ritrovati nei momenti più difficili e in quelli più belli. Per tre ore siamo stati una sola voce.
Ultimo continua a essere criticato da una parte dell’Italia e da una parte della stampa. Fa parte del gioco, perché la musica è soggettiva e nessun artista può piacere a tutti. Ultimo ha scritto la storia, la sua storia, da solo. Lo ha fatto con un pianoforte, con i suoi testi, partendo dalla sua cameretta, con le sue canzoni e con un’identità rimasta sempre fedele a se stessa, senza scendere a compromessi per inseguire mode o consensi. Questo nessuno può negarlo.
Le sue canzoni parlano soprattutto a chi, almeno una volta nella vita, si è sentito “ultimo”. Raccontano il riscatto, la voglia di rialzarsi quando tutto sembra crollare addosso, la ricerca dell’amore, i sogni che sembrano impossibili ma che vale comunque la pena inseguire. Sono emozioni che ognuno vive in modo diverso, ed è probabilmente questo il motivo per cui migliaia di persone continuano a ritrovarsi nelle sue parole.
Vedere così tanti giovani cantare quei testi all’unisono è stato uno dei momenti più belli della serata. In un tempo in cui spesso si raccontano solo il disagio e le difficoltà delle nuove generazioni, assistere a 250mila persone che condividono messaggi di speranza, riscatto, amore e fiducia nel futuro è un’immagine che lascia il segno. Nessuno dovrebbe sentirsi nella posizione di giudicare ciò che un artista riesce a trasmettere a chi lo ascolta. La musica non si misura solo con il gusto personale, ma anche con la capacità di emozionare. E, al di là di qualsiasi opinione, ci sono numeri che parlano da soli.
Guardandomi intorno ho capito che quelle 250mila persone non erano semplicemente fan. Eravamo una comunità. La dimostrazione che la musica riesce ancora a unire, senza distinzioni, senza età, senza barriere. E forse il messaggio più importante va oltre il concerto. Tor Vergata ha superato una prova enorme. Certo, c’è ancora margine per migliorare, come accade dopo ogni grande evento, ma questa giornata ha dimostrato che in Italia manifestazioni di questa portata si possono organizzare. Può essere l’inizio di una nuova era per i grandi eventi dal vivo.
Quello di Ultimo non è stato soltanto un concerto. È stato un regalo a Roma, che ha ospitato un evento senza precedenti, e a tutta l’Italia, che da oggi sa di poter guardare ancora più in grande. E mentre lasciavo Tor Vergata insieme a un fiume infinito di persone, ho pensato che il l vero record era proprio questo.

