Bari, comunque la si faccia, sembra essere sempre quella sbagliata e forse è anche comprensibile, perché quando una piazza è stata delusa troppe volte diventa difficile concedere fiducia senza pretendere prima delle risposte.
Domenica 16 agosto il Bari di Massimo Rastelli scenderà in campo contro il Casarano di Vito Di Bari per il primo appuntamento ufficiale della stagione, quello di Coppa Italia. Eppure, a pochi giorni dal debutto, attorno alla costruzione della squadra restano ancora troppi “se” e troppi “ma” per poter considerare definitivamente chiuso il cantiere biancorosso.
Il mercato continua infatti a condizionare il lavoro tecnico. Dickmann e Verreth hanno salutato, mentre altre situazioni restano da definire: Dorval sembra ormai destinato alla partenza, Sibilli continua a rappresentare uno dei nodi più delicati e, più in generale, il roster appare ancora lontano dalla sua configurazione definitiva. Una condizione che inevitabilmente riporta alla domanda posta già durante il ritiro: quanto del lavoro svolto da Rastelli potrà realmente essere conservato se una parte degli uomini sui quali si è lavorato è andata via o potrebbe farlo a breve?
Nel frattempo, però, il Bari va avanti e lo fa anche attraverso le presentazioni dei nuovi arrivati. Ieri è stato il turno di tre giovanissimi del reparto difensivo: Mirko Elia, Niccolò Cocetta e Mattia Esposito.
Dalla mezz’ora trascorsa davanti alla stampa sono arrivate le inevitabili dichiarazioni che accompagnano ogni nuova avventura: entusiasmo, voglia di mettersi in mostra, consapevolezza dell’importanza della piazza. Ma c’è stato anche qualcosa di meno costruito e, probabilmente, più interessante da osservare.
A colpire è stato l’atteggiamento del direttore generale Pierpaolo Marino mentre ascoltava parlare i tre ragazzi. Lo sguardo, i sorrisi, il modo di accompagnarli nelle risposte restituivano quasi l’immagine di un padre accanto ai propri figli. Un dettaglio, certamente. Ma anche i dettagli raccontano qualcosa, soprattutto in una piazza nella quale da tempo il rapporto umano tra società, squadra e tifoseria sembra essersi progressivamente deteriorato.
Ed è proprio qui che Bari deve fare attenzione.
La tifoseria è scottata. Lo è profondamente. Gli errori commessi negli ultimi anni dalla famiglia De Laurentiis hanno consumato un patrimonio enorme di fiducia e credibilità. Sarebbe però altrettanto sbagliato trasformare quella rabbia in una condanna preventiva per chiunque oggi indossi una maglia, sieda dietro una scrivania o scelga semplicemente di accettare la sfida biancorossa.
Contestare la proprietà è una cosa. Considerare automaticamente colpevole chiunque lavori per il Bari è un’altra.
Perché il rischio, alla lunga, è persino quello di rendere Bari una destinazione dalla quale soprattutto i giovani preferiscano tenersi lontani. E in Serie C sarebbe un autogol pesantissimo. In questa categoria il curriculum conta, l’esperienza spesso fa la differenza, ma fame, entusiasmo e voglia di affermarsi possono valere persino di più. Cocetta, Elia ed Esposito dovranno dimostrare sul campo di essere all’altezza: nessuno chiede cambiali in bianco. Ma devono avere almeno la possibilità di provarci senza essere caricati delle responsabilità di chi li ha preceduti.
Questo non significa abbassare il livello della critica. Al contrario.
Il campionato è ormai alle porte e presto non ci saranno più presentazioni, dichiarazioni o buone intenzioni dietro cui nascondersi. Parlerà il campo. E se dovesse emergere una squadra costruita male, incompleta o incapace di reggere la categoria, allora le responsabilità di Marino e del suo staff dovranno essere analizzate senza sconti.
Allo stesso modo dovrà essere valutato il lavoro svolto durante il ritiro che rischierebbe di diventare almeno in parte inutile se Rastelli fosse costretto a ricostruire equilibri, automatismi e gerarchie dopo aver perso diversi calciatori sui quali aveva lavorato per settimane.
Ma il giudizio deve arrivare sui fatti, non prima dei fatti.
Il Bari deve ripartire. Non può cancellare ciò che è accaduto, né pretendere che una città dimentichi improvvisamente anni di errori, silenzi e promesse disattese. Può però provare a costruire qualcosa di diverso. E oggi, piaccia o meno, l’uomo al quale è stata affidata questa ricostruzione sportiva è Pierpaolo Marino.
Ha esperienza, curriculum e soprattutto una credibilità personale che dovrà adesso trasformare in risultati. Non significa concedergli un lasciapassare. Significa concedergli il tempo necessario per essere giudicato per ciò che farà lui, non per ciò che hanno fatto gli altri.
Perché criticare è necessario. Vigilare ancora di più. Ma se a Bari diventasse sbagliato persino provare a ripartire, resterebbe una domanda inevitabile: quale sarebbe, allora, l’alternativa?
Foto: SSC Bari

