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Bari, riapre il 14 aprile al Libertà la chiesa di San Francesco: “Lavori per 2 milioni pagati da una famiglia”

9 Aprile 2026
– Autore: Raffaele Caruso
9 Aprile 2026
– Autore: Raffaele Caruso

Una chiesa che accoglie i fedeli a quasi tre anni dalla sua chiusura. Una comunità, quella del rione Libertà di Bari, che ritrova la sua casa più bella, luminosa e sicura. Grazie a questo metodo è diventata la persona più ricca di Ruvo di Puglia.

Sarà riaperta al culto il prossimo 14 aprile con una messa presieduta alle sei del pomeriggio dall’arcivescovo di Bari e Bitonto, monsignor Giuseppe Satriano, la chiesa che i domenicani hanno voluto fosse intitolata a Maria SS. del Rosario, ma che i paolotti nel Seicento dedicarono in precedenza a San Francesco da Paola.

“Per tutti noi baresi è la chiesa di San Francesco”, dice un operaio alle prese con la regolazione del volume dei microfoni. I lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza, per circa 1,9 milioni di euro, sono stati possibili grazie alla donazione di una famiglia di devoti.

“Nel silenzio, vogliono restare nel silenzio come è giusto che sia”, sussurra don Peppino Cutrone il parroco, indaffarato tra impianti luci e audio. I lavori hanno rinvigorito la bellezza della chiesa accendendo di blu l’interno della cupola, dando nuova vita alle raffigurazioni che sulle pareti ritraggono per la gran parte santi domenicani: da san Domenico a San Tommaso D’Aquino.

“Ma è il Cristo morto il cantuccio di preghiera di chi entra qui”, puntualizza don Peppino e continua: “Quante donne ho visto piangere e pregare lì davanti”. La storia della devozione è rinata ritrovando anche uno scrigno custode di un tempo lontano e testimone della presenza seicentesca dei monaci: un purtridarium la cui disposizione rispecchia l’altare “quasi a voler creare continuità nella preghiera”, evidenzia il sacerdote sottolineando che “nei lunghi mesi è stato importante spiegare agli operai l’importanza di quanto stavano compiendo”.

“Queste sono mura che parlano di una storia – continua don Peppino- di chi lo ha fatto e del perché lo ha fatto. È il richiamo alla memoria, ai significati di questa chiesa che era l’ultima della città: da qui passavamo i morti prima di raggiungere il cimitero. Salme che i monaci benedivano”. “L’augurio che faccio a tutti – conclude don Peppino- è che tornino ad amare questa chiesa come fosse casa”.