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Taranto, maestra condannata a 4 anni per maltrattamenti su alunni di 6 anni: “Usava la paura per gestire la classe”

28 Settembre 2026
– Autore: Raffaele Caruso
28 Settembre 2026
– Autore: Raffaele Caruso

Quattro anni di reclusione per una maestra di 63 anni, accusata di aver maltrattato alcuni alunni di sei anni nelle due sezioni in cui insegnava tra il 2014 e il 2015. La condanna, accompagnata da una provvisionale di 5mila euro per ciascuna famiglia costituita parte civile, è stata motivata dal giudice Federica Furio, che ha descritto un sistema educativo fondato sull’umiliazione dei bambini, sulla paura e su pratiche coercitive reiterate.

Secondo quanto ricostruito nella sentenza, l’insegnante avrebbe utilizzato del nastro adesivo per tappare la bocca agli alunni, minacciandoli di allontanarli dalle loro famiglie qualora avessero raccontato quanto accadeva in classe. Avrebbe inoltre fatto credere ai bambini che fossero presenti delle telecamere per controllarli.

Alcuni piccoli avrebbero riferito anche di essere stati legati alle sedie con corde o nastro adesivo e di aver subito umiliazioni davanti ai compagni. In caso di errori scolastici, la maestra avrebbe strappato pagine dai quaderni per poi appenderle al muro e deridere gli alunni. Le condotte contestate avrebbero provocato in alcuni bambini forti reazioni emotive e difficoltà nell’apprendimento.

A sostenere l’impianto accusatorio sono state le dichiarazioni dei minori, raccolte inizialmente da un’insegnante e successivamente approfondite da altre colleghe, fino a essere confermate nell’incidente probatorio. Il giudice ha escluso che i racconti fossero riconducibili a una semplice suggestione collettiva, sottolineando la presenza di dettagli ricorrenti e di riscontri esterni.

Tra gli elementi emersi figura anche la testimonianza di una collega che, entrando in aula mentre la maestra era assente, aveva notato del nastro adesivo marrone sulla cattedra. Interrogato sull’oggetto, un bambino lo aveva definito un «nuovo gioco», mostrando il gesto di portarlo alla bocca.

La sentenza ricostruisce così una vicenda che ha coinvolto bambini in un contesto scolastico nel quale avrebbero dovuto sentirsi protetti, evidenziando le conseguenze delle condotte contestate sulla loro serenità e sul percorso di apprendimento.