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Disastro ambientale a Molfetta, nichel e arsenico nella falda: 72 indagati. Sequestrati beni per 150 milioni di euro

12 Maggio 2026
– Autore: Raffaele Caruso
12 Maggio 2026
– Autore: Raffaele Caruso

Una falda acquifera “consapevolmente” inquinata da chi avrebbe scelto di risparmiare soldi, violando la legge e a scapito dell’ambiente. Un sottosuolo impregnato di arsenico, zinco, cadmio, nichel tutte sostanze “altamente pericolose e cancerogene”. Un disastro ambientale compiuto con l’utilizzo di pozzi disperdenti non autorizzati, che drenavano gli scarichi della zona industriale di Molfetta (Bari) direttamente nella falda provocando un inquinamento che “non potrà mai essere eliminato ma solo arginato”.

È quanto emerso dall’inchiesta della Procura di Trani, denominata Ground water ovvero Acque sotterranee, che conta 72 indagati, di cui 44 persone fisiche e 28 giuridiche, tutti accusati a vario titolo di disastro ambientale colposo e scarico illecito di reflui industriali. Tra gli iscritti nel registro degli indagati ci sono anche dirigenti e funzionari del consorzio per l’Area di sviluppo industriale (Asi) di Bari, del settore Ambiente della Città metropolitana di Bari e del Comune di Molfetta oltre a numerosi titolari di imprese con sedi legali sia a Molfetta, sia in altre regioni italiane.

Sotto sequestro sono finiti beni per un valore complessivo di 150 milioni di euro. Si tratta di 17 aziende, parti di altre 5 imprese e 11 pozzi disperdenti di cui 10 abusivi che avrebbero compromesso l’equilibrio ambientale. L’inchiesta è partita da un dato, ovvero “la presenza di molteplici impianti nella zona industriale di Molfetta”, ha spiegato nel corso della conferenza stampa il capo della procura di Trani, Renato Nitti, e poi si è sviluppata sulla “qualità dello scarico che finiva direttamente nell’acqua di falda. Parliamo di un agglomerato industriale esteso per 230 ettari”.

Le indagini della Capitaneria di porto si sono avvalse di video-ispezioni e campionamenti di tipo biologico, chimico e ingegneristico. I risultati hanno mostrato “uno sforamento dei limiti di sostanze inquinanti fino a oltre diecimila volte rispetto alle concentrazioni soglia di contaminazione stabilite per legge – ha continuato Nitti – e riteniamo che tutta una serie di presidi che avrebbero dovuto essere messi in atto, in primo luogo dal Consorzio e dalle aziende, non siano stati messi in essere consapevolmente, determinando un risparmio di spesa e rendendo conveniente investire lì ma con un danno ambientale non sanabile. Chi avrebbe dovuto rilasciare le autorizzazioni, non è stato mai interpellato: parlo della Città metropolitana di Bari mentre venivano date autorizzazioni rilasciate dal Consorzio che consentivano di avvalersi delle rete e non allo scarico”. La Procura ha richiesto, infatti, anche il commissariamento giudiziale del Consorzio e di Asi Spa, società partecipata dal Consorzio.