Trent’anni di reclusione per ciascuno dei tre imputati accusati dell’omicidio di Danilo Abiuso, il 22enne ucciso a Valenzano il 14 novembre 2003. È la richiesta avanzata dalla Procura di Bari nell’ambito del processo con rito abbreviato a carico di Luigi Guglielmi, Francesco Luigi Frasca e Giovanni Partipilo, imputati per omicidio volontario aggravato dal metodo mafioso.
Secondo la Direzione distrettuale antimafia, il delitto sarebbe maturato nel contesto della faida tra i clan Di Cosola e Strisciuglio per il controllo delle piazze di spaccio. Stando alla ricostruzione accusatoria, i tre avrebbero raggiunto Abiuso a bordo di una Fiat Uno mentre il giovane era alla guida della sua Volkswagen Golf. In quella circostanza Partipilo avrebbe esploso almeno otto colpi di pistola. L’udienza è stata rinviata al prossimo 26 gennaio, quando è prevista la discussione del difensore delle parti civili, l’avvocato Roberto Loizzo.
Ma a riaccendere i riflettori sulla vicenda è soprattutto lo sfogo della sorella di Danilo, Oriana, che dopo 23 anni ha deciso di rompere il silenzio e contestare con forza quelle che considera ricostruzioni ingiuste e offensive nei confronti della memoria del fratello.
«È ora di rompere il silenzio, di spazzare via le ombre e le etichette superficiali che stanno infangando la memoria di mio fratello, un ragazzo innocente», scrive. Una presa di posizione durissima, accompagnata dal racconto di anni trascorsi alla ricerca di una risposta a una domanda che continua a tormentare la famiglia: perché tanta ferocia contro Danilo?
La sorella sostiene che il giovane non avesse mai partecipato ad azioni violente e che non fosse affiliato ad alcun gruppo criminale. Nel suo lungo messaggio ricostruisce anche un episodio del 2000, quando Danilo si trovò coinvolto in una vicenda di colpi d’arma da fuoco. Secondo quanto riferito dalla donna, gli accertamenti dello Stub eseguiti sulle persone presenti nell’auto avrebbero dato esito totalmente negativo, mentre gli occupanti sarebbero stati successivamente rilasciati perché estranei ai fatti.
«Mio fratello non era un criminale, non era un camorrista, non era un killer», ribadisce, contestando le etichette che, a suo dire, negli anni avrebbero contribuito a sporcare il nome del 22enne.
Nel messaggio emerge anche il ritratto di un ragazzo che, secondo il racconto familiare, avrebbe iniziato a rendersi conto della pericolosità di alcune frequentazioni. La sorella parla di amicizie sbagliate, di persone che avrebbero approfittato della sua ingenuità, utilizzando la sua automobile e il suo telefono per attività di spaccio. Danilo, sostiene, avrebbe compreso il rischio e manifestato il desiderio di lasciare Bari per ricominciare altrove, lontano da quel mondo.
Un passaggio particolarmente doloroso riguarda il rapporto con alcune persone che frequentava. «Quando la situazione è diventata mortale, quelle stesse persone, consapevoli dell’enorme pericolo che Danilo correva, non solo lo hanno lasciato solo, ma indirettamente, grazie alla sua morte, si sono salvate la pelle», scrive la donna, collegando inoltre l’omicidio alla successiva tregua tra i due clan.
Parole cariche di rabbia e dolore, con le quali la famiglia torna a chiedere che venga riconosciuta la figura di Danilo al di là delle frequentazioni e delle ombre che hanno accompagnato la sua storia.
«Mio fratello aveva aperto gli occhi, aveva capito l’errore di certe frequentazioni e voleva fuggire da quel fango», conclude la sorella. «La sua unica colpa è stata l’ingenuità di fidarsi delle persone sbagliate».
E il suo ultimo messaggio è un vero e proprio grido di giustizia: «È una vittima innocente della cattiveria altrui e di un sistema vigliacco. La sua luce non sarà spenta da nessuno e il suo ricordo merita solo rispetto e la dignità di una verità finalmente scritta nero su bianco».

