Riceve sangue infetto durante trasfusione: 70enne di Putignano risarcita dopo 15 anni. 2mila euro ogni due mesi

Quindici anni di battaglie legali prima di ottenere il riconoscimento di un indennizzo da parte del Ministero della Salute. È la vicenda di una donna di Putignano, oggi settantenne, che negli anni ’70, dopo un parto complicato da una grave emorragia post-partum, fu sottoposta a una trasfusione nell’ospedale di Castellana Grotte.

La trasfusione, secondo quanto riconosciuto dai giudici, le avrebbe provocato un’infezione trasmessa attraverso emoderivati contaminati, causando nel tempo danni permanenti al fegato. All’epoca, tra gli anni ’70 e ’90, i controlli sul sangue non consentivano ancora di individuare con efficacia alcuni agenti patogeni.

Nonostante la presenza dei requisiti previsti dalla legge, il Ministero della Salute aveva inizialmente respinto la richiesta di indennizzo. La donna, assistita dagli avvocati Claudia Sportelli e Michele Ficco, ha quindi impugnato il diniego davanti al Tribunale di Bari, che in primo grado aveva dato torto alla paziente.

La svolta è arrivata in Appello. La Corte d’Appello di Bari ha riconosciuto il nesso causale tra la trasfusione e l’infezione, applicando il principio del «più probabile che non»: non è necessaria la certezza assoluta, ma è sufficiente che il collegamento tra l’evento e il danno risulti altamente probabile secondo le conoscenze scientifiche.

Arafforzare questa conclusione anche l’assenza di altri fattori di rischio in grado di spiegare l’infezione con la stessa probabilità. Alla donna spetta ora un indennizzo a carico del Ministero della Salute di quasi 2.000 euro ogni due mesi, a titolo di risarcimento per i danni permanenti subiti. A raccontare il caso La Gazzetta del Mezzogiorno.Â