Ex Ilva di Taranto, l’altoforno 1 rimane sotto sequestro: “Necessario per le indagini sull’incendio”

Il gip del Tribunale di Taranto, Mariano Robertiello, ha rigettato l’istanza di dissequestro dell’Altoforno 1 presentata da Acciaierie d’Italia in As, ex Ilva.

La richiesta era stata discussa nell’udienza di lunedì. Nell’ordinanza il giudice – a quanto è dato sapere – avrebbe evidenziato la necessità di mantenere l’impianto sotto sequestro per consentire ulteriori accertamenti sulle cause dell’incidente avvenuto il 7 maggio 2025.

Quel giorno un incendio interessò una delle tubiere dell’impianto nelle quali transita aria calda ad alta temperatura utilizzata per la combustione del coke e l’avvio del processo di produzione della ghisa. Dalle immagini delle telecamere interne risulta che alle 11.31 dalla tubiera 11 fuoriuscì un ingente quantitativo di gas incendiato, seguito dalla proiezione di materiale solido incandescente, con lo sviluppo di un rogo di vaste proporzioni.

Secondo gli investigatori erano in corso operazioni di messa in sicurezza e spegnimento di materiale incandescente. L’evento avrebbe esposto a rischi i lavoratori presenti, sia dipendenti sia di ditte terze. Alcuni addetti si recarono all’unità sanitaria dello stabilimento per ustioni lievi, contusioni ed escoriazioni. Gli organi tecnici hanno ipotizzato un “incidente rilevante” ai sensi del d.lgs. 105/2015, prospettando i reati di incendio colposo, getto pericoloso di cose e omessa comunicazione di incidente rilevante.

Incendio all’Altoforno 1 dell’ex Ilva, inchiesta della Procura: ci sono 3 indagati – I NOMI

Ci sono tre indagati nell’ambito dell’inchiesta della procura di Taranto sull’incendio verificatosi la mattina del 7 maggio a una delle tubiere dell’altoforno 1 che ha portato al sequestro probatorio dell’impianto.

Si tratta di tre dirigenti di Acciaierie d’Italia in As: il direttore generale della società, Maurizio Saitta, il direttore dello stabilimento di Taranto, Benedetto Valli, e il direttore dell’area altoforni, Arcangelo De Biasi.

La notizia è riportata sui quotidiani locali. Il pm Francesco Ciardo ipotizza i reati di omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro e getto pericoloso di cose. A uno degli indagati sarebbe stata stata contestata anche la mancata comunicazione in base alle norme della legge Seveso (incidente rilevante).

L’incidente non ha provocato feriti, ma ha creato apprensione tra i cittadini per la colonna di fumo nero visibile anche a chilometri di distanza. L’incendio ha interessato, in particolare, una delle tubiere che servono a trasportare l’aria calda ad elevata temperatura che nell’altoforno determina la combustione del coke e innesca il processo di produzione della ghisa.

La struttura legale dell’azienda, a quanto si è appreso, ha preparato memorie e documentazione tecnica per chiedere la revoca del provvedimento di sequestro. In marcia attualmente c’è solo l’altoforno n.4, in attesa che venga rimesso in funzione il numero 2. Circa 70 lavoratori sono stati ricollocati temporaneamente alla formazione, ma i sindacati paventano ora un aumento della cassa integrazione e ripercussioni sulle trattative per la vendita del gruppo agli azeri di Baku Steel.