“Vuoto a rendere”, a Bari scoperto traffico di contrabbando di olio lubrificante: 14 indagati. Rischio danni alle auto

Quindici persone sono indagate dalla Guardia di Finanza di Bari nell’ambito dell’operazione “Vuoto a rendere”, coordinata per contrastare il contrabbando e la contraffazione di oli lubrificanti per motori. Le accuse contestate sono, a vario titolo, quelle di contrabbando e commercializzazione di prodotti contraffatti.

Le indagini delle Fiamme Gialle, condotte tra il 2022 e il 2025, hanno permesso di ricostruire un presunto sistema illecito che avrebbe immesso sul mercato circa 1.300 tonnellate di olio lubrificante di bassa qualità, venduto però come prodotto di fascia alta e associato illegalmente a marchi noti del settore come Castrol e Mobil. Il prodotto era destinato soprattutto a negozi di autoricambi e autofficine.

Secondo quanto emerso dagli accertamenti, l’olio veniva acquistato da un’azienda campana risultata estranea ai fatti. Sui documenti di trasporto compariva come destinazione finale la Bulgaria, ma in realtà il carico sarebbe stato trasferito in un deposito di Altamura, dove era stata allestita una vera e propria catena di confezionamento. Qui l’olio veniva imbottigliato in taniche sulle quali sarebbero stati applicati marchi contraffatti prima della vendita in nero e a prezzi maggiorati.

L’operazione è stata denominata “Vuoto a rendere” perché, secondo gli investigatori, alcuni rivenditori compiacenti restituivano le taniche vuote ai fornitori affinché venissero riutilizzate e riempite nuovamente. Il sistema avrebbe consentito negli anni un’evasione fiscale stimata in circa un milione di euro. Tutte le 15 persone coinvolte sono state segnalate all’Autorità giudiziaria.

Disastro ambientale a Molfetta, nichel e arsenico nella falda: 72 indagati. Al via gli interrogatori

Potrebbe essere una settimana decisiva per chiarire le posizioni dei 72 indagati, tra persone fisiche e giuridiche, coinvolti nell’operazione “Ground Water” della Procura di Trani. L’inchiesta ruota attorno all’ipotesi di disastro ambientale colposo legato all’inquinamento chimico e all’alterazione delle acque di falda nell’area Asi di Molfetta. Nei prossimi giorni sono previsti gli interrogatori di garanzia.

Sulla vicenda interviene anche l’associazione Imprenditori Molfettesi, che chiede chiarezza e tempi certi sia alla Procura sia al Consorzio Asi. «Siamo garantisti ma crediamo fermamente nella legalità come condizione essenziale per fare impresa», ha dichiarato la presidente Lucia Del Vescovo, sottolineando la necessità di tutelare le aziende sane, la concorrenza leale e i lavoratori.

L’associazione esprime preoccupazione per le possibili ricadute sull’immagine dell’area industriale molfettese e invita a evitare generalizzazioni che possano danneggiare un comparto composto, nella maggior parte dei casi, da imprese corrette. «Non accettiamo che si faccia di tutta l’erba un fascio – conclude Del Vescovo – la nostra zona industriale è fatta di imprenditori che ogni giorno creano lavoro, investono e rispettano le regole».

Corruzione elettorale, chiesto il processo per Anita Maurodinoia e Sandro Cataldo: abbreviato per Donatelli

Rischiano il processo Sandro Cataldo, fondatore del movimento politico “Sud al Centro”, e sua moglie, l’ex assessora regionale ai Trasporti Anita Maurodinoia, accusati di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione elettorale. L’inchiesta riguarda le elezioni comunali di Grumo Appula e quelle regionali del 2020, oltre alle comunali di Triggiano del 2021.

Secondo la Procura di Bari, i due avrebbero promesso 50 euro per ogni voto e posti di lavoro in cambio di preferenze elettorali. Per i pm Claudio Pinto e Savina Toscani, Cataldo sarebbe stato il promotore di un sistema organizzato di compravendita di voti. Nel procedimento si sono costituiti parte civile la Asl, il Comune di Triggiano e un candidato escluso dalle elezioni di Grumo.

Davanti alla gup Chiara Maglio, i pm hanno chiesto il rinvio a giudizio per Cataldo, Maurodinoia e altre 14 persone coinvolte nell’inchiesta. L’ex sindaco di Triggiano Antonio Donatelli e sua moglie Gaetana Lanotte hanno invece chiesto il rito abbreviato: la loro udienza è fissata per il 5 giugno.

Nel corso dell’udienza, la difesa di Cataldo e Maurodinoia ha contestato le accuse. I legali hanno sostenuto che non vi sarebbero elementi diretti a carico dell’ex assessora e che la posizione di Cataldo sarebbe basata più su valutazioni soggettive che su fatti concreti. L’udienza è stata rinviata al 22 maggio, quando è attesa la decisione della giudice.

Disastro ambientale a Molfetta, nichel e arsenico nella falda: 72 indagati. Sequestrati beni per 150 milioni di euro

Una falda acquifera “consapevolmente” inquinata da chi avrebbe scelto di risparmiare soldi, violando la legge e a scapito dell’ambiente. Un sottosuolo impregnato di arsenico, zinco, cadmio, nichel tutte sostanze “altamente pericolose e cancerogene”. Un disastro ambientale compiuto con l’utilizzo di pozzi disperdenti non autorizzati, che drenavano gli scarichi della zona industriale di Molfetta (Bari) direttamente nella falda provocando un inquinamento che “non potrà mai essere eliminato ma solo arginato”.

È quanto emerso dall’inchiesta della Procura di Trani, denominata Ground water ovvero Acque sotterranee, che conta 72 indagati, di cui 44 persone fisiche e 28 giuridiche, tutti accusati a vario titolo di disastro ambientale colposo e scarico illecito di reflui industriali. Tra gli iscritti nel registro degli indagati ci sono anche dirigenti e funzionari del consorzio per l’Area di sviluppo industriale (Asi) di Bari, del settore Ambiente della Città metropolitana di Bari e del Comune di Molfetta oltre a numerosi titolari di imprese con sedi legali sia a Molfetta, sia in altre regioni italiane.

Sotto sequestro sono finiti beni per un valore complessivo di 150 milioni di euro. Si tratta di 17 aziende, parti di altre 5 imprese e 11 pozzi disperdenti di cui 10 abusivi che avrebbero compromesso l’equilibrio ambientale. L’inchiesta è partita da un dato, ovvero “la presenza di molteplici impianti nella zona industriale di Molfetta”, ha spiegato nel corso della conferenza stampa il capo della procura di Trani, Renato Nitti, e poi si è sviluppata sulla “qualità dello scarico che finiva direttamente nell’acqua di falda. Parliamo di un agglomerato industriale esteso per 230 ettari”.

Le indagini della Capitaneria di porto si sono avvalse di video-ispezioni e campionamenti di tipo biologico, chimico e ingegneristico. I risultati hanno mostrato “uno sforamento dei limiti di sostanze inquinanti fino a oltre diecimila volte rispetto alle concentrazioni soglia di contaminazione stabilite per legge – ha continuato Nitti – e riteniamo che tutta una serie di presidi che avrebbero dovuto essere messi in atto, in primo luogo dal Consorzio e dalle aziende, non siano stati messi in essere consapevolmente, determinando un risparmio di spesa e rendendo conveniente investire lì ma con un danno ambientale non sanabile. Chi avrebbe dovuto rilasciare le autorizzazioni, non è stato mai interpellato: parlo della Città metropolitana di Bari mentre venivano date autorizzazioni rilasciate dal Consorzio che consentivano di avvalersi delle rete e non allo scarico”. La Procura ha richiesto, infatti, anche il commissariamento giudiziale del Consorzio e di Asi Spa, società partecipata dal Consorzio.

Disastro ambientale e scarico illecito di reflui industriali a Molfetta, scatta il blitz: indagati e sequestri

La Procura di Trani ha disposto accertamenti nell’ambito di una inchiesta sull’inquinamento ambientale a Molfetta, nel Barese. Il fascicolo contesta, a vario titolo, i reati di disastro ambientale e scarico illecito di reflui industriali a imprenditori, società, dirigenti e funzionari del Consorzio per l’area di sviluppo industriale (Asi) di Bari, del settore Ambiente della Città Metropolitana di Bari e del Comune di Molfetta.

Secondo l’ipotesi accusatoria, gli indagati avrebbero prodotto inquinamento chimico e alterazione delle acque sotterranee e di falda nell’intero comprensorio Asi a Molfetta. Il personale del Nucleo speciale d’intervento del comando generale delle Capitanerie di porto ha eseguito il sequestro “preventivo impeditivo totale o parziale di alcune aziende» che si trovano nel «comprensorio Asi, con contestuale imposizione della amministrazione giudiziaria».

I sigilli sono stati apposti anche a «undici sistemi di pozzi disperdenti utilizzati dal Consorzio» che sarebbero stati usati per immettere in modo “abusivo e diretto acque reflue industriali direttamente nelle acque di falda». La Procura ha inoltre richiesto il commissariamento giudiziale del Consorzio e di «Asi Spa», società partecipata dal Consorzio.

Gli indagati per i quali sono stati chiesti arresti e misure interdittive verranno sottoposti ad interrogatorio preventivo. Maggiori dettagli saranno forniti nel corso di una conferenza stampa che si terrà a Trani in procura alle 12.

Barletta, rissa tra due gruppi di giovani fuori dal locale: gli 11 indagati riconosciuti da tatuaggi e abiti griffati

Incastrati dai tatuaggi e da capi e orologi griffati ostentati sui social. Gli stessi visibili nelle immagini registrate dai sistemi di videosorveglianza di Barletta e del locale davanti a cui avrebbero dato vita a una violenta rissa nella notte tra il primo e il due marzo 2025.

In undici sono stati identificati e oggi, a poco più di un anno dall’episodio, cinque di loro, tre di Cerignola (Foggia) e due di Barletta, sono finiti agli arresti domiciliari con il divieto di comunicare con persone non conviventi; per gli altri sei è scattato l’obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria. Rispondono, a vario titolo, di rissa aggravata, tentata rapina impropria, lesioni personali, danneggiamento e porto di strumenti atti a offendere.

I carabinieri del comando provinciale di Trani e di Cerignola, coordinati dalla Procura di Trani, parlano di “fazioni contrapposte” composte da ragazzi di età compresa tra i 23 e i 24 anni, alcuni di Barletta e altri di Cerignola, che avrebbe iniziato a litigare prima con “manovre automobilistiche estremamente pericolose”, poi passando alle mani. Nei frame registrati si vedono auto di grossa cilindrata sfidarsi e “mettendo in pericolo l’incolumità di alcuni pedoni”, riferiscono gli inquirenti. Dopo l’analisi dei filmati dei sistema di videosorveglianza cittadina e interna al locale, sono stati monitorati “i profili social degli indagati”, riconosciuti “da capi di abbigliamento griffati, orologi e tatuaggi ostentati nelle ore precedenti e coincidenti con l’aggressione”.

Nel corso del pericoloso inseguimento, secondo quanto ricostruito, sono stati danneggiati arredi urbani, alcuni dei quali, come fioriere e pali della illuminazione pubblica, usati dagli indagati come armi per colpirsi. A due degli indagati, un 23enne e un 24enne, entrambi di Cerignola, è contestata la tentata rapina impropria per aver cercato di impossessarsi degli occhiali da vista di un altro dei ragazzi coinvolti nella violenza lite, colpendolo brutalmente al volto con un pugno. Nel corso della rissa in sei erano rimasti feriti, riportando prognosi fino a otto giorni per traumi cranici e lussazioni.

Jova Beach Party a Barletta, “dune alterate per il palco”. Aperta inchiesta: 3 indagati per danni ambientali

La Procura di Trani ha aperto un’inchiesta sul concerto di Jovanotti tenutosi nel 2022 sul lungomare di Ponente, nell’ambito del “Jova Beach Party”. Al centro delle indagini, presunti danni ambientali causati dall’allestimento del palco su un’area di circa 16mila metri quadrati di arenile sottoposto a vincolo paesaggistico.

Secondo gli accertamenti, i lavori avrebbero comportato l’alterazione delle dune, la rimozione della vegetazione spontanea e la conseguente compromissione degli habitat naturali di specie protette. Per questi motivi, gli inquirenti contestano a vario titolo i reati di inquinamento ambientale colposo, abusivismo edilizio in area protetta e falso ideologico.

L’indagine, coordinata dal procuratore Renato Nitti e condotta dai carabinieri forestali, è partita da diversi esposti, tra cui quello presentato da Legambiente, che sin dall’inizio aveva sollevato dubbi sull’impatto dell’evento sull’ecosistema dunale della spiaggia.

Tre le persone indagate: un dirigente comunale dei Lavori pubblici, l’allora amministratore della multiservizi cittadina BarSa e il progettista incaricato dalla società organizzatrice. Secondo l’accusa, il dirigente avrebbe autorizzato i lavori senza il necessario permesso edilizio, ritenendo le strutture temporanee e quindi non soggette a vincoli paesaggistici.

Nei giorni scorsi, la Procura ha notificato agli indagati l’invito a comparire per essere interrogati. L’inchiesta mira ora a chiarire eventuali responsabilità nella gestione e autorizzazione dell’evento.

Bari, scoperta la truffa del fotovoltaico: sequestri per 56 milioni. Indagate 4 persone e 2 società

I finanzieri del Comando Provinciale di Bari hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo per un valore complessivo superiore a 55 milioni di euro, disposto dal gip del Tribunale di Roma su richiesta della Procura capitolina. Il provvedimento riguarda denaro, beni mobili e immobili riconducibili a una società con sede in provincia di Milano, al suo rappresentante legale e alla società controllante con base nei Paesi Bassi.

Secondo l’ipotesi accusatoria, i soggetti coinvolti avrebbero indebitamente percepito erogazioni pubbliche legate alla produzione di energia elettrica tramite impianti fotovoltaici situati in provincia di Caserta. Le indagini avrebbero evidenziato la presentazione di dichiarazioni e documenti falsi al Gestore dei Servizi Energetici (GSE), con l’obiettivo di attestare un’entrata in esercizio anticipata di tre grandi impianti solari.

In questo modo, gli indagati avrebbero ottenuto l’accesso diretto agli incentivi previsti dal cosiddetto “IV Conto Energia”, beneficiando di tariffe più vantaggiose e aggirando i limiti e le graduatorie previste dalla normativa. Il sistema di incentivi garantiva contributi per un periodo di vent’anni.

Alla luce degli elementi raccolti, il giudice ha disposto il sequestro, anche per equivalente, fino alla somma di 55,8 milioni di euro, ritenuta profitto del reato contestato. Nell’indagine risultano coinvolte quattro persone fisiche e due società.

Bari, il 17enne Gianvito Pascullo muore al San Paolo dopo operazione: 8 indagati. Disposta l’autopsia

Otto avvisi di garanzia per concorso in omicidio colposo sono stati notificati nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Gianvito Pascullo, il 17enne deceduto nella notte tra il 13 e il 14 aprile all’ospedale San Paolo.

Il provvedimento della Procura riguarda cinque medici ortopedici, due anestesisti e un infermiere, coinvolti a vario titolo nel ricovero e negli interventi chirurgici subiti dal giovane. Le indagini, coordinate dal pubblico ministero Isabella Ginefra e condotte dalla polizia, mirano a chiarire eventuali responsabilità sanitarie.

Nei prossimi giorni sarà eseguita l’autopsia, ritenuta decisiva per accertare le cause del decesso e verificare possibili correlazioni con le operazioni o con complicazioni post-operatorie.

Il ragazzo, originario di Palo del Colle, era stato ricoverato il 6 aprile dopo un incidente in moto, riportando una frattura esposta alla tibia. Sottoposto a un primo intervento d’urgenza con applicazione di un fissatore esterno, dopo circa una settimana era stato operato nuovamente per la sistemazione definitiva della frattura. L’intervento, durato circa cinquanta minuti, si era concluso senza apparenti complicazioni.

Nel corso della giornata successiva, le condizioni del 17enne non avevano destato preoccupazione. In serata, però, il giovane ha accusato un dolore improvviso e intenso. Dopo la somministrazione di un antidolorifico, il quadro clinico è rapidamente peggiorato fino all’arresto cardiaco, risultato fatale.

La famiglia, assistita dall’avvocato Federico Straziota, ha presentato denuncia chiedendo piena chiarezza su quanto accaduto. Gli investigatori hanno già acquisito la cartella clinica e tutta la documentazione sanitaria per ricostruire la sequenza degli eventi. Intanto, la Procura ha aperto un fascicolo anche su un altro decesso avvenuto nei giorni precedenti nello stesso reparto, quello di una donna di 60 anni.

Taranto, Domenico Di Ponzio muore sul lavoro schiacciato da un palo della luce: 7 indagati. Tre società coinvolte

Sono indagate sette persone e coinvolte tre società per la morte dell’operaio Domenico Di Ponzio, 38 anni di Taranto rimasto schiacciato, il 13 aprile scorso, dopo la caduta di un palo della pubblica illuminazione al quartiere Tamburi, durante un intervento di manutenzione. Un atto dovuto per consentire agli indagati di nominare consulenti tecnici.

Tra gli indagati anche l’amministratore unico dell’impresa del cantiere, alcuni dirigenti della ditta e un dipendente comunale. Omicidio colposo con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e illecito amministrativo sono le ipotesi di reato.

La vittima lavorava per la Tec gen. Srl , impresa specializzata in impianti elettrici. I pali venivano sollevati tramite fasce agganciate alla gru. Mentre Di Ponzio seguiva la manovra, uno di essi si è sganciato e avrebbe colpito la vittima al capo.

Dai primi riscontri l’operaio sarebbe morto per arresto cardiocircolatorio causato da un trauma cranio-facciale. Bisognerà capire se siano state rispettate le misure di sicurezza e se le condizioni meteo, con allerta della Protezione civile, fossero compatibili con quelle operazioni.