Acciaierie d’Italia in As ha comunicato ai sindacati la richiesta di cassa integrazione per 3926 lavoratori, di cui 3538 nello stabilimento di Taranto, dopo il dimezzamento della produzione in seguito al sequestro disposto dalla procura dell’altoforno 1 dove il 7 maggio scorso si è verificato un grave incendio a causa dello scoppio di una tubiera. È stata chiesta la cig anche per 178 lavoratori del sito di Genova, 165 di Novi Ligure e 45 di Racconigi.
Incendio all’Altoforno 1 dell’ex Ilva, inchiesta della Procura: ci sono 3 indagati – I NOMI
Ci sono tre indagati nell’ambito dell’inchiesta della procura di Taranto sull’incendio verificatosi la mattina del 7 maggio a una delle tubiere dell’altoforno 1 che ha portato al sequestro probatorio dell’impianto.
Si tratta di tre dirigenti di Acciaierie d’Italia in As: il direttore generale della società, Maurizio Saitta, il direttore dello stabilimento di Taranto, Benedetto Valli, e il direttore dell’area altoforni, Arcangelo De Biasi.
La notizia è riportata sui quotidiani locali. Il pm Francesco Ciardo ipotizza i reati di omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro e getto pericoloso di cose. A uno degli indagati sarebbe stata stata contestata anche la mancata comunicazione in base alle norme della legge Seveso (incidente rilevante).
L’incidente non ha provocato feriti, ma ha creato apprensione tra i cittadini per la colonna di fumo nero visibile anche a chilometri di distanza. L’incendio ha interessato, in particolare, una delle tubiere che servono a trasportare l’aria calda ad elevata temperatura che nell’altoforno determina la combustione del coke e innesca il processo di produzione della ghisa.
La struttura legale dell’azienda, a quanto si è appreso, ha preparato memorie e documentazione tecnica per chiedere la revoca del provvedimento di sequestro. In marcia attualmente c’è solo l’altoforno n.4, in attesa che venga rimesso in funzione il numero 2. Circa 70 lavoratori sono stati ricollocati temporaneamente alla formazione, ma i sindacati paventano ora un aumento della cassa integrazione e ripercussioni sulle trattative per la vendita del gruppo agli azeri di Baku Steel.
Incendio all’ex Ilva, sotto sequestro l’Altoforno 1: colonna di fumo nero visibile a chilometri di distanza
Un decreto di sequestro probatorio senza facoltà d’uso dell’Altoforno 1 dell’ex Ilva di Taranto, firmato dal pm Francesco Ciardo della procura ionica, è stato notificato all’azienda dopo l’incendio di ieri che ha generato una colonna di fumo nero visibile anche a chilometri.
Evento, documentato da video diventati virali sui social, che ha creato apprensione tra cittadini e lavoratori. Non ci sono stati feriti e Acciaierie d’Italia ha spiegato che “si è verificata un’emissione non controllata in atmosfera, causata da un’anomalia improvvisa a un elemento del sistema di raffreddamento dell’impianto”, in particolare la tubiera n.11.
E’ dalla tuberia n.11 che “si è verificata la fuoriuscita di coke, che ha raggiunto il piano delle tubiere e l’area sottostante”, ma, ha aggiunto Adi in As, “l’impianto è stato messo in sicurezza e sono iniziate le operazioni di spegnimento dei focolai, in collaborazione con il comando provinciale dei Vigili del fuoco”. Il pm Ciardo, a quanto si è appreso, contesta i reati di omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro e getto pericoloso di cose.
Secondo fonti sindacali, i circa 70 lavoratori addetti all’impianto sono stati ricollocati temporaneamente alla formazione. Il 15 ottobre dello scorso anno, fu il ministro delle imprese e made in Italy Adolfo Urso a presiedere nello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto una cerimonia per il riavvio dell’altoforno 1, fermo da agosto 2023 per manutenzione. Con il sequestro dell’impianto, l’unico altoforno in marcia è il n.4. Era stato peraltro annunciato che l’Afo1 si sarebbe fermato nuovamente nel 2025 per il rifacimento del crogiolo con il rientro in funzione l’altoforno numero 2. Tutta l’area a caldo, compreso l’Afo1, era già interessata da un provvedimento di sequestro, ma con facoltà d’uso, nell’ambito dell’inchiesta denominata Ambiente Svenduto.
“Venga si può operare”, ma l’ex operaio Ilva è morto da un anno. Caos liste d’attesa in Puglia: aperta inchiesta
La vedova di un ammalato di tumore al duodeno, ex operaio dell’Ilva di Taranto morto a 45 anni nel 2024, ha ricevuto una telefonata nei giorni scorsi nella quale i sanitari la avvisavano che c’era la possibilità di operare il marito, in lista d’attesa per un intervento da circa due anni.
La donna ha pensato subito ad uno scherzo. “Ma quale intervento?”, ha chiesto. E dall’ospedale le hanno risposto: “Quello per il signor Antonio. Avete risolto?”. “Sì, certo. Mio marito è morto nel 2024”, ha replicato Cristina che ha raccontato la storia a Taranto Today.
La Asl di Taranto, dopo aver sentito la donna, spiega che “la convocazione a un anno di distanza” dal decesso per l’intervento “non è stata effettuata da Asl Taranto, ma da altra azienda sanitaria dove (Antonio, ndr) era stato preso in carico prima della Ematologia del Moscati di Taranto”. Quindi, declina ogni responsabilità.
La vedova accusa anche che il marito, prima di rivolgersi alle strutture sanitarie pubbliche, era stato curato dal medico di base con i fermenti lattici per lenire i forti dolori addominali. Da quel momento comincia la loro odissea.
Nel marzo del 2023 il paziente fa un’ecografia addominale, poi una Tac, poi si rivolge ad un ematologo che conferma che si tratta di un linfoma. Il medico spiega che bisogna eseguire una biopsia, quindi serve un radiologo interventista.
A quel punto la coppia – che ha già speso circa 2000 euro per le visite e gli accertamenti specialistici – raggiunge un medico a Taranto (“l’unico che non ci ha chiesto soldi”) che dice che avrebbe ricoverato l’uomo.
Antonio viene ricoverato al Santissima Annunziata e sottoposto a un intervento chirurgico per una biopsia. Dopo due mesi arriva la diagnosi di linfoma non Hodgkin a cellule T. Antonio comincia la chemioterapia, ma dopo un anno muore. L’intervento è ancora lontano.
Ex Ilva, oggi a Potenza prima udienza del processo Ambiente svenduto: 23 imputati e 282 parti offese
Alcune decine di avvocati impegnati nel processo “Ambiente svenduto” sul presunto inquinamento provocato dall’ex Ilva di Taranto sono entrati questa mattina nel Palazzo di giustizia di Potenza, dove si è tenuta l’udienza preliminare.
Il processo – che è stato trasferito a Potenza dopo l’annullamento pronunciato dalla Corte d’Assise d’Appello di Taranto (sezione distaccata di Lecce) della sentenza di primo grado con le 26 condanne inflitte a maggio 2021 – riparte da zero e vede coinvolti 23 imputati, tra i quali l’ex governatore pugliese Nichi Vendola e i fratelli Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’impianto tarantino.
Sono 282 le parti offese, ma stamani quasi tutte non sono state presenti a Potenza, ma rappresentate dagli avvocati. Per il maxi processo, nel Palazzo di giustizia potentino sono stati disposti due diversi ingressi, uno riservato alle persone coinvolte in “Ambiente svenduto”. Il Comune di Potenza ha messo a disposizione anche alcune navette per trasferire gli avvocati dal parcheggio di una vicina stazione ferroviaria, ma finora sono state utilizzate solo da pochi.
Il Senato approva il decreto per l’ex Ilva: il testo deve ora passare alla Camera
Ex Ilva, cassa integrazione straordinaria. Accordo tra sindacati e azienda: coinvolti 3062 lavoratori
È stato raggiunto, al ministero del Lavoro, l’accordo per la proroga della cassa integrazione straordinaria per 12 mesi per i lavoratori di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria (ex Ilva), scaduta il 28 febbraio scorso.
Coinvolti in totale – secondo quanto si apprende da fonti sindacali – 3.062 lavoratori rispetto alla richiesta iniziale di 3.400. A firmare l’intesa i rappresentanti dell’azienda e le organizzazioni sindacali Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm, Usb e Ugl.
Azione inibitoria contro ex Ilva, udienza rinviata al 22 maggio: “Improcedibile class action risarcitoria”
Il Tribunale di Milano ha rinviato al 22 maggio prossimo l’udienza relativa all’azione inibitoria contro l’ex Ilva presentata da dieci aderenti all’associazione Genitori tarantini e un bambino di 11 anni affetto da una rara mutazione genetica.
I ricorrenti hanno chiesto, tra le altre cose, la “cessazione delle attività dell’area a caldo” dell’acciaieria. La motivazione, secondo quanto riferito dai portavoce dell’associazione, “richiama l’utilità di acquisire la nuova Aia e la documentazione a essa allegata”.
Il procedimento era ripreso dopo che la Corte di giustizia europea, esprimendosi sui quesiti sollevati dal Tribunale di Milano, il 25 giugno dello scorso anno aveva stabilito che in presenza di “pericoli gravi per l’ambiente e la salute umana” l’attività dell’ex Ilva “deve essere sospesa”.
Il presidente della sezione specializzata in materia di imprese del Tribunale di Milano, Angelo Mambriani, ieri ha dichiarato l’improcedibilità della class action risarcitoria, che era stata presentata da 136 cittadini, compresi i promotori dell’azione inibitoria.
“Questa decisione – ha commentato l’associazione Genitori tarantini – non stupisce affatto e ci era stata già anticipata come esito prevedibile da parte dei nostri avvocati Maurizio Rizzo Striano ed Ascanio Amenduni. La class action risarcitoria è stata dichiarata improcedile nei confronti di imprese dichiarate insolventi in via definitiva. Che senso ha imbastire un mega processo come la class action, molto dispendioso, se alla fine, in caso di esito vittorioso, non si cava un ragno dal buco?”.
“In ogni caso – concludono – è stato un lavoro che ci ritroveremo utile e pronto nel cassetto per riproporre la class action nei confronti del nuovo acquirente, ammesso che ci sia. Ora siamo in attesa della decisione sull’azione inibitoria e siamo fiduciosi che il Tribunale ordinerà come minimo il fermo degli impianti”.
Taranto, 15enne morto per sarcoma: la mamma di Giorgio annuncia un’altra denuncia contro l’ex Ilva
Il prossimo 25 febbraio, a un mese dall’anniversario della scomparsa di Giorgio, torneremo in Procura presso il Tribunale di Taranto per depositare una nuova denuncia relativa alla gestione degli impianti ex Ilva, aggiornando le precedenti denunce nei confronti di ArcelorMittal e Acciaierie d’Italia con le informazioni aggiornate a tutto il 2024 contenute del dossier curato da VeraLeaks”.
Lo annuncia Carla Luccarelli, madre di Giorgio Di Ponzio, 15enne di Taranto morto nel 2019 per un sarcoma ai tessuti molli, malattia che i genitori mettono in relazione alle emissioni dello stabilimento siderurgico.
“A giorni – aggiunge Luccarelli – sarà varato l’ennesimo decreto dell’ennesimo governo che darà la possibilità agli impianti della fabbrica ex Ilva di Taranto di continuare a generare inquinamento, mentre continuo a chiedermi il perché in questa città non si parli più di diossina, quella stessa che le ispezioni sanitarie continuano a trovare nella nostra catena alimentare, quella stessa diossina che ha portato via mio figlio Giorgio, pur consapevole che quegli impianti emettono un notevole mix di inquinanti, non solo diossina, che compromettono la nostra salute, la nostra vita”.
“Il capo del nostro Governo – osserva Luccarelli – è una donna, e da donna a donna vorrei poter parlare con il primo ministro Meloni, vorrei poterla ascoltare per comprendere le loro intenzioni e le loro politiche per la nostra città, quelle che hanno immediate ricadute sul nostro territorio”.
L’appuntamento per il deposito della denuncia, conclude, è per “martedì 25 febbraio, alle 10, al Tribunale di Taranto. Sono invitati a partecipare tutti i cittadini che in forma spontanea aderiscono alla sigla Taranto Libera. Chi è vivo denuncia ancora anche per chi non c’è più”.
Presentate offerte per tutta l’ex Ilva, si attende l’apertura delle buste: in pole 3 big stranieri
Scaduto a mezzanotte il termine per la presentazione delle offerte vincolanti per l’acquisizione del gruppo ex Ilva e dell’acciaieria di Taranto. In attesa dell’ufficialità dell’apertura delle buste, da quanto si apprende, dovrebbero essere tre, e tutte straniere, le offerte presentate per l’intero asset industriale: dal gruppo azero Baku Steel, dagli indiani di Vulcan green steel del gruppo Jindal steel international e dal fondo americano Bedrock Industries. Ci sarebbero poi altre offerte, dovrebbero essere sette, arrivate invece solo per alcuni asset; tra queste anche il gruppo Marcegaglia, da solo e in cordata con altri siderurgici, per i tubifici (a Racconigi, Salerno e Socova a Sénas in Francia).





