Cresce lo stress abitativo a Bari, fino a 12 anni di reddito per comprare casa: 12 quartieri su 17 oltre la soglia critica

Lo stress abitativo a Bari non riguarda più soltanto il centro città, ma coinvolge gran parte del territorio. Sono infatti 12 quartieri su 17 a superare la soglia degli otto anni di reddito necessaria per acquistare un’abitazione, limite indicato dalla proposta europea dell’Affordable Housing Act per individuare le aree in difficoltà. In queste zone vive il 78% dei residenti e si concentra il 68% degli edifici.

Secondo Davide Lavermicocca, segretario generale della Fillea Cgil Bari-Bat, l’aumento dei prezzi delle abitazioni è diventato sempre più incompatibile con i redditi di chi vive e lavora in città. Tra i fattori che hanno contribuito alla crescita dei costi viene indicato anche il boom della ricettività turistica: dal 2017 gli annunci Airbnb sarebbero triplicati, arrivando a circa 4.500 nel 2025.

Forti le differenze tra i quartieri. A San Nicola, Murat e Madonnella un’abitazione tipo raggiunge un valore stimato di 256.315 euro, pari a 12,46 anni di reddito. A Carrassi, Picone e San Pasquale si arriva a 221.507 euro, mentre a San Paolo e Stanic il valore scende a circa 146.968 euro. Tra le aree centrali e quelle più accessibili il divario supera quindi i 109mila euro.

Il rapporto medio barese, pari a 9,9 annualità di reddito, è vicino a quello di Firenze e superiore a Roma, Bologna e Napoli. Per la Fillea Cgil, Bari rischia così di diventare sempre meno accessibile a chi ha redditi medi e bassi.

Il sindacato chiede un intervento pubblico più incisivo, attraverso una maggiore offerta di edilizia residenziale pubblica, sociale e convenzionata, il recupero degli immobili inutilizzati e il sostegno alle locazioni di lunga durata. «La rendita non può decidere chi ha diritto a vivere a Bari», conclude Lavermicocca.

Vive e lavora in Puglia ma redditi mai dichiarati: scoperta imprenditrice “fantasma”. Oltre 200mila euro nascosti

Avrebbe nascosto al Fisco oltre 200mila euro di redditi imponibili un’imprenditrice turistica straniera, titolare di una struttura ricettiva a Oria, in provincia di Brindisi.

È quanto emerso da un’indagine della Guardia di finanza, secondo cui la donna viveva stabilmente nel Brindisino e gestiva direttamente l’attività, promossa anche attraverso piattaforme online, senza però aver mai dichiarato la propria residenza fiscale in Italia.

Gli accertamenti hanno inoltre portato alla scoperta di attività finanziarie per oltre 500mila euro detenute anche a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, e riconducibili alla stessa imprenditrice. In base alla normativa vigente, le Fiamme Gialle hanno ricondotto la sua residenza fiscale in Italia, segnalandola per il recupero a tassazione dei redditi non dichiarati dal 2020 e per la violazione degli obblighi di monitoraggio fiscale delle attività detenute all’estero.

Secondo il principio della “worldwide taxation”, i soggetti fiscalmente residenti in Italia sono tenuti a dichiarare e pagare le imposte sui redditi prodotti in qualsiasi parte del mondo.