Bari, il 31enne Francesco D’Ambrosio travolto e ucciso in tangenziale: 75enne condannata 5 anni e mezzo dopo

La Corte d’Appello di Bari ha ribaltato la sentenza di assoluzione emessa in primo grado, condannando a un anno e otto mesi di reclusione, con pena sospesa, una donna di 75 anni per omicidio stradale e omissione di soccorso. La vicenda riguarda la morte di Francesco D’Ambrosio, 31enne barese, trovato senza vita il 27 novembre 2020 sulla tangenziale di Bari, nei pressi di Torre a Mare.

Secondo la ricostruzione della Polizia Stradale, coordinata dalla Procura di Bari, la donna, alla guida di una Lancia Y, avrebbe urtato con l’auto la bicicletta elettrica condotta dal giovane, che viaggiava nella stessa direzione. A seguito dell’impatto, il 31enne sarebbe stato sbalzato contro il guardrail, morendo sul colpo.

L’automobilista non si fermò a prestare soccorso e si allontanò dal luogo dell’incidente. Un testimone tentò invano di fermarla, riuscendo però ad annotare il numero di targa del veicolo, consentendo agli agenti di rintracciarla poche ore dopo nella sua abitazione di Torre a Mare.

La donna sostenne di non essersi accorta dell’impatto. Sottoposta ad accertamenti alcolemici, risultò positiva all’alcol, ma nel corso del processo non è stato possibile dimostrare che fosse in stato di alterazione al momento dell’incidente. La Corte d’Appello ha comunque ritenuto provate le responsabilità per l’incidente mortale e per l’omissione di soccorso.

Bocche tappate con lo scotch e alunni legati alla sedia, choc a Taranto: maestra condannata a 4 anni

È stata condannata a quattro anni di reclusione una maestra 63enne finita a processo con l’accusa di aver maltrattato alcuni alunni di appena sei anni tra il 2014 e il 2015. La sentenza è stata pronunciata dal giudice Federica Furio, che ha inflitto una pena superiore ai due anni e sei mesi richiesti dalla Procura.

Secondo l’accusa, l’insegnante avrebbe sottoposto i bambini a ripetuti comportamenti vessatori nelle classi in cui insegnava. Le indagini erano partite dalle segnalazioni delle famiglie e avevano portato alla luce episodi particolarmente gravi: la donna avrebbe tappato la bocca ad alcuni alunni con dello scotch, schiaffeggiato loro le mani e, in alcuni casi, legato i bambini alle sedie o alla porta dell’aula per impedirne i movimenti.

Le contestazioni riguardano anche presunte minacce e intimidazioni. La maestra avrebbe filmato, o fatto credere di filmare, alcuni alunni con il cellulare, minacciando di diffondere le immagini e di allontanarli dalle famiglie. In altre occasioni avrebbe lanciato il materiale scolastico fuori dalla finestra come punizione.

Le famiglie degli studenti si sono costituite parte civile nel processo. Il giudice ha riconosciuto a ciascuna una provvisionale di 5mila euro. Secondo la ricostruzione accusatoria, i comportamenti avrebbero provocato un forte stato di paura e disagio psicologico nei bambini, tanto che uno di loro avrebbe sviluppato un blocco che gli impediva di leggere e scrivere. Alla donna era contestato il reato di maltrattamenti aggravato dalla cosiddetta violenza assistita.

Santeramo, suicida a 34 anni dopo i maltrattamenti e le minacce della moglie: “Lo ha spinto all’annichilimento”

Una vicenda drammatica, segnata da anni di tensioni e violenze psicologiche, si è conclusa con una condanna a sette anni di reclusione per una donna di origine egiziana, Noura Morsy, ritenuta responsabile di maltrattamenti aggravati nei confronti del marito, poi suicidatosi nell’aprile 2024.

La vittima, il 34enne Paolo Silletti, si tolse la vita il 10 aprile lanciandosi dal balcone dell’abitazione dei genitori a Santeramo in Colle, nel Barese. Secondo quanto emerso nel processo, l’uomo sarebbe stato sottoposto per anni a continue umiliazioni, minacce e richieste di denaro da parte della moglie, soprattutto dopo la nascita della figlia nel 2021.

Il giudice per l’udienza preliminare di Bari, Francesco Vittorio Rinaldi, nelle motivazioni della sentenza ha descritto un quadro di «controllo ossessivo e asfissiante» esercitato dalla donna, tale da portare alla «nullificazione della personalità» della vittima. Insulti, mortificazioni e denigrazioni avrebbero reso la convivenza «penosa e insostenibile», generando nell’uomo uno stato costante di paura, in particolare quella di non poter più vedere la figlia.

Secondo l’accusa, la donna avrebbe anche avanzato richieste economiche molto elevate, arrivando a pretendere fino a due milioni di euro, e avrebbe più volte minacciato di trasferirsi definitivamente in Egitto con la bambina. In alcune occasioni lo avrebbe fatto, alimentando ulteriormente il clima di pressione psicologica.

Nonostante la Procura avesse chiesto una condanna a quattro anni, il giudice ha inflitto una pena più severa, riconoscendo la gravità dei comportamenti. È stata però esclusa l’aggravante della morte come conseguenza dei maltrattamenti: pur essendo accertato un collegamento tra le condotte della donna e il suicidio, il giudice ha ritenuto che l’evento non fosse prevedibile.

Tra gli elementi emersi anche alcuni messaggi particolarmente duri inviati dalla donna al marito, tra cui un «spero che tu muoia». Tuttavia, nello stesso giorno della tragedia, gli avrebbe anche chiesto di andare a prendere la figlia a scuola.

I genitori della vittima si sono costituiti parte civile nel processo. La sentenza chiude, almeno sul piano giudiziario, una vicenda che evidenzia ancora una volta le conseguenze devastanti della violenza psicologica all’interno delle relazioni familiari.