Bari, propone rapporti sessuali al figlio di 11 anni: mamma lo scopre e lo tortura in casa. Condanna confermata

Una mamma barese di 42 anni è stata condannata a due anni di reclusione e rischia di finire in carcere per aver torturato un uomo che, durante lezioni gratuite di doposcuola, aveva proposto al figlio di avere rapporti sessuali nel 2018.

La donna, dopo aver scoperto qualcosa, decise di chattare direttamente con l’uomo al posto del figlio, scoprendo le richieste esplicite di avere rapporti sessuali con il ragazzino e di inviare video di natura sessuale.

La mamma così lo invitò a casa e la vittima venne picchiata con schiaffi e pugni, prima di essere ferita con un taglierino. L’aggressione fu postata sui social e divenne virale. L’uomo fu costretto anche ad ammettere di essere un pedofilo.

Detenuto picchiato nel carcere di Bari, condannati 9 agenti penitenziari. La sentenza: “Fu tortura di Stato”

“Una tortura di Stato commessa da pubblici ufficiali con abuso dei loro poteri”. Così è stata definita nella sentenza del 20 marzo la tortura avvenuta nel carcere di Bari ai danni di Gregorio, il detenuto con problemi psichiatrici brutalmente picchiato dopo aver dato fuoco a un materasso nella sua cella la notte del 27 aprile 2022. Il Tribunale di Bari ha condannato 5 agenti della polizia penitenziaria per il reato di tortura, altri 4 invece a vario titolo per abuso d’ufficio, violenza privata, falso ideologico e rifiuti di atti d’ufficio.

Gli agenti condannati sono Giacomo Delia (5 anni), Raffaele Finestrone (4 anni e 6 mesi), Giovanni Spinelli (3 anni e 6 mesi), Antonio Rosati (3 anni e 5 mesi), Francesco Ventafridda (3 anni e 4 mesi), Vito Sante Orlando (13 mesi), Michele De Lido (11 mesi), Leonardo Ginefra (6 mesi) e Francesco Valenziano (6 mesi). A inizio mese abbiamo intervistato la sorella della vittima, Anna. 

“In carcere è vietato usare la forza per punire e la coercizione a fini disciplinari può essere usata solo per evitare danni a persone o cose”, si legge nella sentenza. “L’aggressione non è avvenuta in un contesto di allarme – si legge ancora -. Dagli agenti ci si attendeva capacità di autocontrollo e rispetto delle norme dell’ordinamento penitenziario, nonché la consapevolezza di dover operare per la cura delle persone che lo Stato ha dato loro in custodia”.