Bari, aggredisce infermiere e finanziere dopo l’incidente del figlio: 48enne arrestato e condannato in poche ore

Il 46enne barese, che ha aggredito a Bari un infermiere del 118 e un militare della Guardia di Finanza intervenuti sul luogo di un incidente stradale, è stato condannato a due anni di reclusione, con pena sospesa.

L’episodio è avvenuto tra venerdì e sabato in viale Unità d’Italia, nei pressi dei giardini De Bellis, dove poco prima si era verificato uno scontro tra un’auto e un ciclomotore con a bordo due minorenni, rimasti feriti e trasportati in ospedale in codice giallo.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, il 46enne, padre di uno dei ragazzi coinvolti, avrebbe colpito con un pugno al volto un operatore sanitario impegnato nei soccorsi, per poi scagliarsi contro i finanzieri intervenuti per riportare la calma, ferendone uno al viso.

Dopo essersi allontanato, l’uomo è stato rintracciato poco dopo e arrestato con le accuse di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Comparso davanti al giudice con rito direttissimo, ha ricevuto una condanna a due anni di carcere. L’infermiere ha riportato una prognosi di 15 giorni, mentre i due militari hanno riportato contusioni guaribili in tre giorni.

Muore dopo intervento di routine, sparito documento dalla cartella clinica: disposte nuove indagini

Torniamo a parlare di malasanità e della storia di Silvano, scomparso all’età di 83 anni. Il figlio avvocato vuole giustizia e pretende che la verità venga a galla. Su padre si era recato all’ospedale Di Venere per un intervento di routine nel reparto di Chirurgia.

Dopo un primo rinvio, si è sottoposto all’operazione, ma da subito le condizioni sono apparse gravi e sono precipitate in pochi giorni, fino al ritorno in sala operatoria. Da quel momento Silvano non si è più ripreso, non ha più parlato con i familiari, era sofferente e aveva bisogno cessante di ossigeno. Si scopre la reale causa, la setticemia, contratta in sala operatoria. Ecco gli aggiornamenti sulla vicenda.

 

Omicidio a Taranto, Bakari Sako ucciso mentre andava al lavoro: aspettava un figlio. L’ipotesi della baby gang

Taranto è ancora sotto shock per il brutale omicidio di Bakari Sako, 35enne originario del Mali, ucciso all’alba di sabato in piazza Fontana, nel centro storico della città. L’uomo, residente da anni in Italia, stava raggiungendo il posto di lavoro nei campi di Massafra quando è stato aggredito da un gruppo di persone e colpito più volte con un oggetto acuminato. Inutili i soccorsi: il suo corpo è stato ritrovato riverso sul basolato della piazza, a pochi passi dal mare.

Bakari viveva a Taranto da circa dieci anni e aveva lavorato prima come cameriere in un ristorante giapponese e poi come bracciante agricolo. Era ben inserito nella comunità cittadina e sognava di tornare a lavorare nella ristorazione. In Mali ha lasciato la madre, la moglie incinta e un figlio che non nascerà mai conoscendo il padre.

Gli investigatori stanno analizzando le immagini delle telecamere di videosorveglianza e ascoltando i residenti della zona. Tra le ipotesi al vaglio c’è quella di un’aggressione compiuta da un gruppo di giovani, alcuni forse minorenni. Nessun fermo è stato ancora eseguito.

La vicenda ha suscitato forte commozione e indignazione. Enzo Pilò dell’associazione Babele ha denunciato il clima di ostilità verso gli stranieri, parlando di una crescente “caccia allo straniero”. Da Bari è arrivato anche il fratello della vittima, Soulemayne, che ha lanciato un appello agli aggressori: “Avete ucciso un padre, un marito, un figlio”.

Dalla politica locale è arrivata una dura condanna. Il presidente del consiglio comunale, Gianni Liviano, ha ribadito che “nessun disagio può giustificare la violenza”. Intanto in città qualcuno propone di intitolare proprio a Bakari Sako la piazza dove è stato assassinato.

Colpisce il figlio a schiaffi perché lui si rifiuta di andare al doposcuola: papà indagato per maltrattamenti

Un uomo originario di Tricase è indagato con le accuse di maltrattamenti in famiglia e lesioni dopo aver aggredito il figlio 12enne, colpevole di essersi rifiutato di frequentare il doposcuola. L’indagine è partita dalla denuncia della madre del ragazzo, separata dall’uomo. L’episodio chiave risale al 6 marzo scorso: il minore si trovava a casa del padre quando, davanti al rifiuto di uscire per il doposcuola, l’uomo avrebbe reagito prima verbalmente e poi con violenza fisica, colpendolo con schiaffi.

Una volta rientrato dalla madre, il 12enne ha raccontato quanto accaduto. I segni sul corpo hanno confermato il racconto: un occhio pesto, graffi sul volto e un lieve trauma alla testa. Nonostante le ferite, il ragazzo non è stato portato in ospedale, ma la madre ha deciso di rivolgersi ai carabinieri formalizzando la denuncia.

Nei giorni scorsi il minore è stato ascoltato davanti a un giudice nell’ambito di un incidente probatorio, strumento che consente di fissare le testimonianze in vista di un eventuale processo. In quell’occasione, il ragazzo ha confermato non solo l’episodio, ma anche una serie di presunti abusi psicologici e fisici che, secondo il suo racconto, si sarebbero protratti nel tempo.

Gli inquirenti stanno ora valutando la configurazione del reato di maltrattamenti in famiglia. Il 12enne ha descritto il padre come una persona irascibile, già protagonista in passato di comportamenti violenti. Nelle prossime settimane una consulenza psichiatrica sarà chiamata a stabilire l’attendibilità delle dichiarazioni del minore e la sua capacità a testimoniare.

 

Si separa dal marito detenuto per costruire una nuova vita con il figlio, offesa per la famiglia di lui: pestata a sangue

Una donna salentina è stata aggredita dai familiari del marito, detenuto da circa tre anni per reati legati a un’operazione antimafia, perché aveva deciso di allontanarsi da quell’ambiente e costruire una nuova vita per sé e per il figlio. La scelta è stata vista dalla famiglia dell’uomo come una grave offesa, secondo codici ancora radicati, soprattutto per aver voluto portare via anche il bambino.

Dopo mesi di tensioni, aggravate anche dai comportamenti aggressivi del figlio che la madre voleva contrastare, il 23 aprile la situazione è degenerata: il cognato l’avrebbe picchiata con calci e pugni, lasciandola ferita a terra e minacciandola di farle togliere il figlio.

La donna è stata soccorsa e dimessa dall’ospedale con una prognosi di 7 giorni, poi ha denunciato l’accaduto ai carabinieri. Nonostante tutto, resta determinata a garantire al figlio un futuro lontano da quel contesto.

Si nasconde sotto il letto, chiama i Carabinieri e a 12 anni salva la mamma dalle violenze del padre

Un grave episodio di violenza domestica si è verificato la sera del 25 aprile a Copertino, nel Leccese, dove un ragazzo di 12 anni ha avuto la prontezza di chiamare i carabinieri, nascondendosi sotto il letto, per salvare la madre dall’ennesima aggressione del padre.

Secondo quanto ricostruito, l’uomo, già denunciato in passato dalla moglie, avrebbe continuato a mantenere comportamenti violenti e persecutori nonostante la coppia avesse avviato le pratiche di separazione, pur continuando a vivere nella stessa abitazione. La donna, infatti, aveva già sporto querela a dicembre, poi ritirata nella speranza di un cambiamento che però non si è mai concretizzato.

Le tensioni familiari sarebbero cresciute nel tempo, tra accuse di tradimento, atteggiamenti di controllo e continui litigi. La situazione è degenerata la sera del 25 aprile, quando, al rientro in casa, l’uomo avrebbe iniziato a insultare la moglie per poi passare alle vie di fatto, afferrandola per i capelli, strattonandola e sottraendole il cellulare.

In quei momenti concitati, il figlio minorenne, testimone diretto della scena, si è nascosto e con il proprio telefono ha allertato i carabinieri con una richiesta d’aiuto: «Venite, papà sta picchiando mamma».

All’arrivo delle forze dell’ordine, l’uomo si era temporaneamente allontanato dall’abitazione, per poi rientrare poco dopo. La donna si è quindi recata in caserma dove ha formalizzato una nuova denuncia, raccontando una lunga serie di episodi di violenza e minacce, tra cui quella di bruciarle la casa nel caso avesse deciso di trasferirsi altrove. Nonostante i forti dolori al collo, al viso e all’orecchio, non è stato necessario l’intervento dei sanitari del 118.

Bari, folle inseguimento con la Polizia tra Ceglie e Carbonara. Arrestati i due ladri d’auto: sono padre e figlio

Sono stati arrestati dalla polizia della questura di Bari i due uomini che, nel pomeriggio di ieri, avevano tentato la fuga a bordo di un’auto rubata, dando vita a un inseguimento tra Carbonara e Ceglie.

I fuggitivi, a bordo di una Giulietta risultata rubata, hanno cercato di seminare le volanti prima di perdere il controllo del mezzo e schiantarsi contro un muretto a secco. Dopo l’impatto, i due hanno abbandonato l’auto e proseguito la fuga nei campi circostanti.

Rintracciati e bloccati dagli agenti, sono stati successivamente arrestati. Secondo le prime informazioni, si tratterebbe di padre e figlio, entrambi originari di Bari.

Pretende i soldi per compare la droga dalla madre, la minaccia e aggredisce: arrestato. Non era la prima volta

Un 27enne di Ginosa è stato arrestato nella notte del 14 aprile dai Carabinieri di Marina di Ginosa con l’accusa di tentata estorsione e maltrattamenti in famiglia ai danni della madre convivente.

L’intervento è avvenuto dopo la richiesta di aiuto della donna, aggredita in casa dal figlio che avrebbe preteso denaro — probabilmente per acquistare droga — reagendo al rifiuto con minacce di morte e violenza fisica.

La vittima ha inoltre riferito di precedenti episodi di aggressioni verbali mai denunciati, evidenziando una situazione di maltrattamenti protratta nel tempo.

L’operazione rientra nelle procedure del “Codice Rosso” per la tutela delle vittime di violenza domestica. L’uomo è stato trasferito nel carcere di Taranto su disposizione dell’Autorità giudiziaria.

Dino Basile e lettera dopo la morte del figlio: “Ai genitori dico di abbracciare i vostri ragazzi. E voi siate prudenti”

“Non esistono parole sufficienti per descrivere un vuoto così grande. Tuttavia sento il dovere, come padre e come rappresentante delle istituzioni, di trasformare questo dolore in un messaggio che possa arrivare a tutti, ai genitori ma soprattutto ai più giovani. Ai genitori dico: abbracciate i vostri figli ogni giorno. Non date mai per scontato il tempo insieme. Un abbraccio in più, un bacio in più, una parola in più: niente è mai troppo”.

Inizia così la lettera pubblicata sui social da Dino Basile, il consigliere regionale che, lo scorso 12 aprile, ha perso suo figlio Antonio, morto a soli 21 anni dopo un incidente sulla Lecce-Arnesano. 

“Permettetemi di rivolgermi anche ai figli, non dimenticate di abbracciare e baciare i vostri genitori, di dire loro quanto li amate. Quando non ci saranno più, vi accorgerete che quegli abbracci non sono mai stati abbastanza – continua -. Lo so per esperienza, avendo già affrontato anni fa la perdita di mio padre. Da padre, sento di aver dato tanto ai miei figli, per chi mi conosce e sa il mio percorso. E nonostante questo, oggi darei qualsiasi cosa per poter ancora abbracciare e baciare mio figlio, anche solo per un istante. A voi ragazzi voglio dire: siate prudenti. Basta un attimo — una distrazione, la stanchezza, una scelta sbagliata — per cambiare tutto, per spegnere sogni, progetti e futuro. La vita è un bene prezioso e va custodita ogni giorno con responsabilità”.

“Oggi il mio cuore è colmo di dolore, ma anche dell’amore che mio figlio mi ha donato e che continuerà a vivere dentro di me. Se questo messaggio potrà salvare anche una sola vita o avvicinare anche una sola famiglia, allora il ricordo di mio figlio continuerà a vivere attraverso gesti di consapevolezza e di affetto. Vi chiedo di non dimenticare mai quanto sia fragile e, allo stesso tempo, preziosa la vita”, conclude Basile.