Omicidio a Foggia, il legale della famiglia Carta: “Marito e padre esemplare. Aiutate gli investigatori”

“Un sentito ringraziamento a nome dei familiari a tutti coloro che in queste ore drammatiche hanno manifestato la propria vicinanza: gli amici, i conoscenti, la comunità parrocchiale e l’intera cittadinanza foggiana”.

Questo è un passaggio di una lettera scritta dall’avvocato Michele Vaira, legale della famiglia di Annibale Carta, detto Dino, il personal trainer assassinato il 13 aprile a Foggia con quattro colpi di pistola mentre era per strada.

Il legale, nella lettera, rivolge un appello “a chiunque sia in possesso di informazioni utili alle indagini – anche apparentemente marginali – affinché si rivolga con fiducia ai Carabinieri del Comando Provinciale di Foggia o in alternativa a questo studio legale. Ogni contributo può risultare determinante per assicurare alla giustizia l’autore di questo atto criminale e restituire alla famiglia di Dino la verità che merita”.

“L’ondata di affetto e di solidarietà che ha investito la famiglia Carta testimonia ciò che chiunque abbia conosciuto ‘Dino’ già sapeva: era un giovane dalla vita specchiata, un grande lavoratore – scrive il legale – un marito e un padre esemplare, una persona amata e stimata da tutti coloro che hanno avuto il privilegio di incontrarlo”.

“La famiglia – aggiunge – ripone la più totale fiducia nell’operato della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Foggia e dei Carabinieri del Comando Provinciale, certi che le indagini in corso sapranno fare piena luce su questo terribile delitto e individuare il responsabile, o i responsabili, di un gesto tanto efferato quanto inspiegabile. Chi ha commesso questo crimine ne pagherà le conseguenze, nelle forme e nei tempi che la legge e la giustizia sapranno determinare”.

Un appello è rivolto anche agli organi di informazione “affinché continuino a tenere alta l’attenzione su questo gravissimo fatto di cronaca” e “al contempo chiedo che l’attività giornalistica si svolga nel pieno rispetto della riservatezza e della dignità della famiglia Carta – in particolare delle figlie minori – evitando ogni forma di spettacolarizzazione del dolore e ogni intrusione nella sfera privata dei congiunti della vittima”.

Ieri sera in tanti hanno partecipato alla veglia di preghiera davanti al luogo del tragico omicidio. Sul marciapiede dove si è accasciato senza vita sono stati deposti mazzi di fiori. Tanta gente in lacrime ha acceso dei lumini creando un cerchio. Presente anche la sindaca Maria Aida Episcopo e alcuni familiari della vittima.

“Ci incontravamo mattina presto, in tutti gli orari in cui si portano a spasso i cani, era fantastico anche con gli animali, persona rispettosa, gli volevano bene tutti”, ha detto una donna che conosceva bene Dino.

“Mi ha sconvolto. Non ho ancora avuto il coraggio di andare dalla famiglia – racconta Don Filippo Tardio, parroco della vicina chiesa di San Giuseppe Artigiano -. Quando c’è di mezzo la violenza, quando scorre il sangue è qualcosa che mi prende dentro, sul serio sono senza parole. Dino non lo conoscevo bene. Ho avuto incontri con lui, in procinto del 50esimo di matrimonio dei genitori, però l’impressione che ne ho ricavato è di una persona a modo, perbene, con cui si poteva scherzare, una bravissima persona”

Il senso di Quinto Potere, da Venezia una spallata all’omertà: “Ho trovato il coraggio di reagire”

Riceviamo ogni giorno decine di messaggi di sostegno da parte di chi ci segue con affetto e stima. Tra questi ce n’è uno che ci ha particolarmente colpito e che vogliamo condividere con tutta la nostra community, per rispondere una volta per tutte anche ad una domanda frequente che spesso ci fanno: “Qual è il senso del lavoro di Quinto Potere?”. A rispondere è un nostro seguace di Venezia.

Morte Lucia Salcone, spunta una lettera choc del marito Ciro Caliendo: pietanze preparate col sangue mestruale

Un matrimonio logorato da litigi, un’altra donna nel cuore e una lettera che oggi pesa come un macigno nell’inchiesta. È attorno a queste ombre che si muove il caso di Ciro Caliendo, 48 anni, arrestato con l’accusa di aver ucciso la moglie, Lucia Salcone, simulando un incidente stradale lo scorso 27 settembre.

Secondo gli inquirenti, quello schianto non sarebbe mai avvenuto: l’auto sarebbe stata incendiata con la donna all’interno, ancora viva ma stordita. A rafforzare l’ipotesi della premeditazione c’è una lettera che Caliendo avrebbe scritto di suo pugno poche settimane prima della morte della moglie, indirizzandola a una parente di lei. In quelle righe l’uomo confessa una relazione extraconiugale che durava da tre anni — con una donna amica della stessa Lucia — e manifesta l’intenzione di separarsi.

La lettera, letta solo dopo la tragedia, racconta un uomo che si dice oppresso da continui contrasti e da uno stato depressivo profondo. Scrive di aver pensato al suicidio e di voler vivere, parole sue, “una storia d’amore benedetta da Dio”. Quando si parlava di separazione la moglie avrebbe risposto: “Meglio un marito morto che con un’altra”.

Ma è un altro passaggio a colpire gli investigatori: quello in cui Caliendo si dichiara disposto a sacrificare la vita della moglie pur di riavere la propria libertà. Un’affermazione che per la procura assume il valore di un’intenzione già maturata.

Nella lettera compaiono anche riferimenti a presunti riti e a episodi inquietanti, tra cui l’uso di sangue mestruale nella preparazione di cibi e strani malesseri che l’uomo dice di aver accusato nel tempo. Racconti che si intrecciano con voci circolate prima del matrimonio e ora finite agli atti dell’indagine. A riferirlo è Telesveva.

Caliendo ha trascorso la sua prima notte in carcere e venerdì sarà sottoposto a interrogatorio di garanzia. La procura lo accusa di omicidio premeditato: per chi indaga, dietro quel rogo non c’è stato un incidente, ma un piano studiato per trasformare un delitto in una tragica fatalità.

Crolla palazzo a Bari, Rosalia ringrazia i suoi eroi: “Meritate ogni bene siete il nostro orgoglio” – LA LETTERA

“Vogliamo esprimere tutto il nostro più sentito ringraziamento per il vostro eroico impegno profuso nelle operazioni di soccorso messe in atto subito dopo il crollo della palazzina di via Pinto, 6 a Bari”.

Inizia così la lettera di ringraziamento che Rosalia De Giosa, la 73enne sopravvissuta dopo 27 ore sotto le macerie del palazzo crollato in via De Amicis a Bari, e il figlio Gaetano Papagna, hanno inviato al comando provinciale dei vigili del fuoco di Bari.

“Un impegno il vostro di alto spessore professionale e grande caratterizzazione umana che hanno fatto sì che una vita potesse essere salvata dopo oltre un giorno dalla tragedia – si legge -. Una indefessa attività profusa sull’onda della più alta generosità altruistica che è un esempio di grande civiltà e spirito di abnegazione che sono l’orgoglio del nostro Paese del quale voi come corpo dei Vigili del Fuoco, rappresentate una solida colonna portante, sempre, pronta ad agire coraggiosamente buttando oltre gli ostacoli in vostro cuore”. 

“Meritate ogni bene, così come meritate un vero riconoscimento formale dal nostro Paese, noi possiamo solo dirvi grazie per aver creduto ed essere riusciti a salvare una vita in quella che sembrava essere una missione impossibile. Che Dio vi benedica e renda merito e vi protegga insieme ai vostri cari e ai vostri affetti. Non ci sono parole che possano amplificare il nostro sentimento di gratitudine per quanto avete fatte. Grazie”, concludono Rosalia e Gaetano. 

Beneficienza e affari, la dottoressa manda un emissario. Angela: “È tardi rivoglio tutto indietro”

Torniamo ad occuparci dell’associazione Centro di Ascolto “Dal Silenzio alla Parola”. Un emissario inviato da Rossana D’Aprile si è fatto avanti con Angela e ha proposto un incontro tra le due, declinato per ora. L’incontro, se ci sarà, dovrà essere registrato dalle nostre telecamere. L’avvocato di Angela si è mosso.

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Bari, a 80 migranti chiesto di lasciare il Cara di Palese entro 5 giorni. Lettera a Leccese: “Non sanno dove andare”

“Da giorni una ottantina di migranti titolari di protezione internazionale e ospitati nel Cara di Bari-Palese sono preoccupati, disorientati, e confusi a causa di una informazione che hanno ricevuto con la quale viene loro intimato di abbandonare, entro cinque giorni, il centro di prima accoglienza per richiedenti asilo”.

Lo denuncia in una nota il comitato ‘Io accolgo Puglia’, composto da associazioni e sindacati, che ha inviato una lettera aperta al sindaco, Vito Leccese, e al prefetto, Francesco Russo, chiedendo di “operare perché queste persone possano accedere al circuito della seconda accoglienza come è previsto dalla normativa”.

La richiesta è anche di “un incontro congiunto per chiarire la nostra posizione e per cercare insieme soluzioni condivise che vadano nella direzione della tutela dei diritti e del rispetto della Costituzione”.

Il comitato evidenzia che della sorte dei migranti, una volta fuori dal Cara, “non sembra importare gran che ad alcuno: considerando che si tratta di persone completamente prive di autonomia in quanto impossibilitate quasi del tutto a trovare un lavoro che dia un minimo sostegno nelle more della lunga procedura di riconoscimento”, per questo la decisione “ha il sapore di una condanna permanente alla marginalizzazione”.

Il comitato chiarisce che i migranti “avrebbero come primo problema quello di individuare un tetto per passare la notte”, subito dopo “quello di procurarsi i beni adeguati a soddisfare bisogni elementari di base funzionali alla propria stessa sussistenza”, con il rischio di “aumento della precarietà delle condizioni di vita, creazione di una situazione di potenziale devianza, produzione di un contesto sociale escludente e induzione alla formazione di un clima ostile nei confronti di chi fugge da guerre, violenze e persecuzioni”.

Lettera choc al Politecnico, catena di solidarietà tra studenti. La ministra Bernini: “Giovani fragili vanno ascoltati”

“Il bigliettino dello studente barese appeso all’albero di Natale ci scuote e ci ricorda un dovere collettivo fondamentale: l’ascolto”. Questo è il commento della ministra dell’università e della ricerca, Anna Maria Bernini, sul caso del ragazzo del Politecnico di Bari e della lettera appesa all’albero di Natale in cui confessava il suo stato di sofferenza e solitudine. “Il disagio giovanile e studentesco è una realtà che non possiamo ignorare. Il rischio più grande, da evitare ad ogni costo, è che queste difficoltà restino nell’ombra, invisibili – ha aggiunto -. Le fragilità dei giovani, amplificate dalla pandemia, richiedono attenzione e risposte concrete”.

La notizia ha fatto il giro del web e dei social dopo l’appello diffuso sui social da una professoressa, allarmata dal peso di quelle parole. La mamma ha riconosciuto il figlio, autore del messaggio, mettendosi in contatto direttamente con la stessa docente. Ma in pochi giorni si è innescata una catena di solidarietà senza precedenti. Tanti suoi colleghi di studio si sono fatti avanti con messaggi e lasciando il proprio numero di telefono. “Non sei solo. Chiedi aiuto! Chiamaci, noi ci siamo”, recitano gli altri fogli appesi all’albero di Natale.

“Non ho più voglia di vivere”, lettera choc al Politecnico di Bari: mamma riconosce il figlio e contatta la docente

L’autore della lettera anonima e straziante trovata sull’albero di Natale posizionato all’interno del Politecnico di Bari è stato individuato. La storia ha scosso la nostra community e i social. Tutto è partito dal post pubblicato sui social dalla professoressa Anna Castellano con la speranza di rintracciare l’autore della lettera anonima. “Caro Babbo Natale, vivere è diventato estenuante e non ho molta voglia di farlo. Se possibile, vorrei che ponessi fine alle mie sofferenze. Vorrei potermi addormentare e non svegliarmi più, non essere mai esistito, rimanere un ricordo lontano e vago che con il passare del tempo svanisca come tutti gli altri. Non ho più voglia di combattere per ciò che desidero. Please, let me fly away”, le parole contenuto all’interno.

In poche ore, grazie al passaparola, la mamma è riuscita a capire che era stato suo figlio a scriverla ed è riuscita a mettersi in contatto con la docente. Il Politecnico non ha commentato e confermato ufficialmente la storia vista la delicatezza del tema.

Bari, lettera anonima al Politecnico: “Non ho più voglia di vivere”. Docente cerca lo studente per aiutarlo

Inizia così il post pubblicato sui social dalla professoressa Anna Castellano con la speranza di rintracciare l’autore della lettera anonima. “Caro Babbo Natale, vivere è diventato estenuante e non ho molta voglia di farlo. Non ho più voglia di combattere per ciò che desidero. Please, let me fly away”, si legge all’interno della lettera.

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