Torniamo ad occuparci del filone delle case popolari. Questa volta ci troviamo al quartiere San Paolo dove un’abitazione è stata assegnata dopo due anni di peripezie. La casa è stata liberata due anni fa dopo essere stata occupata da abusivi, prima di essere nuovamente occupata dai piccioni. Ad aggiudicarsela, nonostante la sporcizia e le condizioni, è stata una famiglia con 4 figli, in attesa dei lavori dell’Arca per rendere agibile. E ovviamente sapete già come è andata a finire. Ma non è l’unico problema nella palazzina.
Policlinico di Bari, oltre quattro ore per il triage al pronto soccorso oculistico: la denuncia di una famiglia
Oltre quattro ore di attesa solo per il triage e una nuova attesa per la visita specialistica. È quanto denuncia la figlia di una 60enne arrivata ieri sera al pronto soccorso oculistico del Policlinico di Bari, dove alla donna è stato successivamente diagnosticato un distacco della retina.
La famiglia riferisce di essere arrivata alle 18 e di aver effettuato il triage soltanto alle 22.05. Alle 22.45, secondo il racconto pubblicato sui social, la paziente era ancora in attesa della visita oculistica.
Durante il turno, riferisce la donna, sarebbero stati presenti un solo infermiere e un solo medico, mentre in sala d’attesa si trovavano numerosi pazienti provenienti da diverse province pugliesi, oltre a turisti e bambini.
La paziente, dopo la diagnosi, avrebbe ricevuto un appuntamento per una successiva visita preliminare il 17 agosto. La figlia critica duramente i tempi di attesa e la gestione del servizio, sottolineando le difficoltà affrontate da chi raggiunge Bari da altre zone della regione, anche per il rientro a casa dopo ore di permanenza in ospedale.
La denuncia pone quindi l’attenzione sulla necessità di garantire un adeguato servizio di emergenza oculistica, soprattutto in un periodo delicato come quello della settimana di Ferragosto.
Tragedia a Martina Franca: barboncino abbaia e salva la famiglia dall’incendio ma muore tra le fiamme
Ha svegliato con il suo abbaiare le cinque persone che dormivano in casa, permettendo loro di mettersi in salvo, ma non è riuscito a sfuggire al rogo. È morto così un piccolo barboncino nell’incendio che all’alba ha distrutto un appartamento al quarto piano di una palazzina in via Alessandro Fighera, a Martina Franca.
Le fiamme sono divampate intorno alle 4.30. All’arrivo dei vigili del fuoco, intervenuti con quattro squadre, l’abitazione era completamente avvolta dal fuoco e il fumo aveva invaso anche il vano scale, rendendo necessaria l’evacuazione precauzionale dell’intero edificio. L’incendio è stato domato in circa mezz’ora.
Una donna è stata trasportata in ospedale dal personale del 118: le sue condizioni non sono gravi. Le operazioni di bonifica e di verifica della stabilità dell’edificio sono proseguite per tutta la mattinata, consentendo il graduale rientro degli inquilini. Le cause del rogo sono ancora in fase di accertamento: tra le ipotesi al vaglio c’è quella di un corto circuito.
Bari, accusato di maltrattamenti all’ex moglie: 61enne assolto dopo cinque anni
I giudici della Seconda sezione penale del Tribunale di Bari hanno assolto un uomo di 61 anni dall’accusa di maltrattamenti in famiglia con la formula piena «perché il fatto non sussiste», al termine di un processo durato quasi cinque anni. Per l’imputato, difeso dagli avvocati Antonio Maria La Scala e Daniela Marzano, il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a quattro anni di reclusione.
Secondo l’accusa, il 61enne avrebbe rivolto ripetute offese e aggressioni verbali alla moglie, anche in presenza del figlio di dieci anni affetto da diverse patologie, nel contesto della difficile separazione dopo 26 anni di matrimonio.
Nel corso del dibattimento è emerso che l’accusa si fondava esclusivamente sulle dichiarazioni dell’ex moglie, che i giudici hanno ritenuto caratterizzate da incongruenze e contraddizioni. La donna, dopo aver presentato denuncia durante la fase più conflittuale della separazione, aveva successivamente rimesso la querela una volta raggiunto un accordo consensuale.
Valutando il quadro probatorio e le argomentazioni della difesa, il Tribunale ha pronunciato l’assoluzione con la formula più ampia prevista dall’ordinamento italiano, escludendo la sussistenza del fatto contestato.
Bari, muore dopo due interventi al cuore: clinica Santa Maria condannata a risarcire la famiglia con 500mila euro
Dopo oltre 14 anni la Corte d’Appello di Bari ha condannato la clinica Santa Maria a risarcire con circa 500mila euro il marito e la figlia di una donna morta nel giugno 2012 dopo due interventi al cuore.
La paziente era stata ricoverata nella casa di cura Santa Maria per problemi alla valvola mitrale e sottoposta a un primo intervento chirurgico il 4 giugno. In seguito a complicanze era stata operata nuovamente l’8 giugno, ma è deceduta il giorno successivo.
L’inchiesta penale per omicidio colposo si era conclusa con l’archiviazione, mentre in primo grado il giudice civile aveva respinto la richiesta di risarcimento. La Corte d’Appello ha invece ribaltato la decisione, condannando la struttura sanitaria, il medico che eseguì il primo intervento e la compagnia assicurativa a risarcire i familiari.
Secondo i giudici, la mancanza di parte della documentazione clinica, in particolare del verbale operatorio, ha impedito di ricostruire quanto avvenuto in sala operatoria e di verificare l’eventuale tempestiva adozione delle misure necessarie, circostanza che ha portato ad attribuire la responsabilità alla struttura sanitaria.
Sogna di camminare, a cena con la famiglia di Rosa. C’è anche Andrea: “Uomo vero. Grazie di cuore”
Bari, psichiatra uccisa nel 2013 a coltellate da un paziente nel Csm: l’Asl risarcisce i familiari di Paola Labriola
La Asl Bari ha dato esecuzione all’accordo transattivo con i familiari della psichiatra Paola Labriola, uccisa il 4 settembre 2013 con 58 coltellate da un paziente tossicodipendente mentre lavorava nel Centro di salute mentale del quartiere Libertà, a Bari. Per il delitto, Vincenzo Poliseno sta scontando una condanna definitiva a 30 anni di carcere.
L’Azienda sanitaria, riconosciuta responsabile civile, è stata condannata al risarcimento dei danni. L’intesa raggiunta con i familiari chiude definitivamente ogni contenzioso tra le parti e prevede la rinuncia a ulteriori pretese.
Il lungo iter giudiziario era iniziato nel 2013. Nel marzo 2024 il Tribunale del lavoro ha riconosciuto Paola Labriola come «vittima del dovere», accogliendo il ricorso presentato dal marito e dai tre figli. Secondo i giudici, la psichiatra fu assassinata durante l’esercizio della propria attività professionale in condizioni che la esponevano a maggiori rischi per la salute e l’incolumità personale.
Derubati bar e ristorante a due passi dai Carabinieri. Gianfranco: “Da padre di famiglia fa male”
Un colpo in piena notte, con tanto di spaccata, in soli tre minuti. Chi è entrato in azione è riuscito a portare via la cassa con all’interno almeno 2500 euro. Vittima il bar La Stazione a Gravina, abbiamo raggiunto Gianfranco che ha denunciato il colpo subito sui social. Con rassegnazione e rabbia ci racconta quanto accaduto. Danni non solo economici, ma soprattutto morali.
Bimbi “strappati”, Ale e Antonietta: “Siamo una famiglia distrutta. Rivogliamo i nostri 5 figli” (1)
Vi introduciamo la storia di Alessandro e Antonietta. Non hanno più la genitorialità dei loro 5 figli, non li vedono e non hanno più notizie di loro da mesi. Ci siamo recati da loro per indagare sulle motivazioni di questa decisione, introducendoci anche nell’abitazione descritta come “inadeguata” sulle carte. In realtà, come si evince dalle immagini, la casa è assolutamente accogliente. Anche dal punto di vista economico non emergono problemi. Presto vi racconteremo la storia di Giulia, una delle 5 figlie, da cui ha origine tutto.
“Picchiata dalla famiglia del marito detenuto perché vuole cambiare vita”, la replica: “Io disabile picchiato da lei”
Torniamo ad occuparci di quanto accaduto nei giorni scorsi in Salento. Vi abbiamo parlato di una donna salentina che ha raccontato di essere stata aggredita dai familiari del marito, detenuto da circa tre anni per reati legati a un’operazione antimafia, perché aveva deciso di allontanarsi da quell’ambiente e costruire una nuova vita per sé e per il figlio. La scelta sarebbe stata vista dalla famiglia dell’uomo come una grave offesa, secondo codici ancora radicati, soprattutto per aver voluto portare via anche il bambino.
Dopo mesi di tensioni, aggravate anche dai comportamenti aggressivi del figlio che la madre voleva contrastare, il 23 aprile la situazione è degenerata: il cognato l’avrebbe picchiata con calci e pugni, lasciandola ferita a terra e minacciandola di farle togliere il figlio La donna è stata soccorsa e dimessa dall’ospedale con una prognosi di 7 giorni, poi ha denunciato l’accaduto ai carabinieri.
Ecco la versione del cognato della donna. “In riferimento all’articolo pubblicato di recente, sento il dovere di intervenire per chiarire alcuni aspetti riportati in modo inesatto. Prima di tutto, desidero precisare che io non sono mai comparso in alcun fascicolo né indagine di criminalità legata alla mia famiglia. Sono estraneo a qualsiasi reato e non ho mai avuto ruoli né responsabilità in queste vicende. In secondo luogo, voglio sottolineare che io sono stato vittima dell’episodio. Il 23 aprile, ero presente insieme a lei e a mio nipote, che è l’unico testimone diretto e può confermare esattamente come sono andate le cose. Lei ha fornito una versione parziale, omettendo che io, con una disabilità, sono stato aggredito da lei. Inoltre, è fondamentale chiarire che mio fratello e lei si erano già separati nell’ottobre 2025. La questione del trasferimento dei figli non è stata una scelta per il loro futuro, ma un desiderio personale di lei di rifarsi una vita, senza il consenso di mio fratello per poter allontanare i bambini, che è ancora detenuto presso il carcere di Lecce”.
“Inoltre, voglio chiarire che lei ha affermato che la mia famiglia è immersa in ambienti criminali e che ha voluto allontanare i figli da noi. Tuttavia, è importante sottolineare che anche nella sua famiglia esistono contesti di criminalità. Infine, voglio precisare un altro contesto fondamentale: mio fratello è stato arrestato tre anni fa, quando il bambino aveva 12 anni. In tutto questo periodo, è stata lei a dover proteggere il bambino, impedendo che seguisse cattive influenze. È stato proprio in questi anni che lei ha mantenuto un contatto costante con la mia famiglia: i bambini erano spesso con i nonni, che erano sempre presenti per qualsiasi bisogno. Infatti, io, proprio a causa di questa agitazione, dopo un anno di sospensione della terapia con Depakin, non essendo mai stato abituato a questi contesti di caserma e carabinieri, proprio per questo stato di agitazione e per le calunnie che lei ha lanciato su di me, mi sono ritrovato a dovermi rivolgere al pronto soccorso dell’ospedale Vito Fazzi di Lecce, dove ho ricevuto cure che mi hanno portato a 6 giorni di prognosi, con un possibile prolungamento deciso dal medico curante, da 10 giorni. Questa mia dichiarazione nasce dal bisogno di ristabilire la verità, perché i bambini meritano un futuro sereno e la mia famiglia non deve essere ingiustamente etichettata. Chiedo rispetto per la loro dignità e per il loro futuro, affinché la verità venga raccontata con rispetto, senza strumentalizzazioni, garantendo un futuro più sereno ai nostri bambini”.










