Malore fatale, donna muore per strada a Noci. L’ambulanza in ritardo di un’ora: l’Asl Bari condannata a risarcire

Una vicenda risalente al periodo della pandemia Covid si è conclusa con una sentenza del Tribunale di Bari che ha riconosciuto gravi responsabilità nei soccorsi sanitari per la morte di una donna colta da malore mentre camminava per strada a Noci.

Secondo quanto ricostruito in sede giudiziaria, la donna si era improvvisamente sentita male in pubblico. I soccorsi del 118 sarebbero però arrivati con un ritardo significativo: un’ambulanza, con a bordo il solo infermiere, ha raggiunto il luogo dell’accaduto soltanto dopo circa un’ora dalla chiamata.

La situazione si è ulteriormente aggravata con l’arrivo tardivo del medico, giunto sul posto dopo un’ulteriore mezz’ora. A quel punto, purtroppo, per la paziente non c’era più nulla da fare.

Il Tribunale ha definito la condotta dei soccorsi come caratterizzata da una “nitida negligenza”, evidenziando come il ritardo accumulato abbia compromesso in modo decisivo le possibilità di sopravvivenza della donna.

Nella sentenza si sottolinea infatti che un intervento tempestivo “avrebbe assicurato alla paziente maggiori possibilità di sopravvivenza rispetto a quelle concretamente residuate” Alla luce di tali valutazioni, l’ASL competente è stata condannata al risarcimento dei familiari della vittima, per un importo complessivo di 235mila euro.

Malformazione non diagnosticata in gravidanza, bimba nasce senza braccio: Asl Bari condannata a risarcire

Una “svista abbastanza evidente” durante un’ecografia morfologica nel secondo trimestre di gravidanza è al centro della sentenza del Tribunale di Bari, che ha condannato l’Asl a risarcire una famiglia per oltre 130mila euro complessivi. La ginecologa non rilevò una grave malformazione del feto — l’assenza dell’avambraccio, della mano e del polso sinistro — scoperta dai genitori solo alla nascita della bambina, avvenuta nel 2014.

Il giudice Monica Zema ha stabilito un risarcimento di 51mila euro ciascuno per madre e padre, e di 30mila euro per la figlia. La decisione si basa sulla mancata corretta informazione ai genitori, che sono stati così privati della possibilità di ulteriori accertamenti diagnostici. Non è stata invece riconosciuta la tesi secondo cui, se informati, avrebbero potuto scegliere l’interruzione della gravidanza.

Nel procedimento erano stati citati anche altri professionisti sanitari: un ginecologo dell’ospedale di Matera e tre operatori di un consultorio del Barese. Tuttavia, sulla base di una consulenza tecnica, il Tribunale ha ritenuto il loro operato conforme agli standard, escludendone la responsabilità.

Di conseguenza, i genitori sono stati condannati a sostenere le spese legali delle controparti e dell’Asm di Matera, per un totale di 24mila euro ciascuna. Ammessi al patrocinio a spese dello Stato, è probabile che il risarcimento riconosciuto venga destinato in parte alla copertura di tali costi. La famiglia starebbe valutando la possibilità di presentare appello.

Bari, ferito per caso in una sparatoria muore in ospedale. Famiglia risarcita di 1,3 milioni: “Colpa dei medici”

Morì dopo essere stato ferito per caso durante una sparatoria in un bar di Valenzano, ma la sua vita, secondo i giudici, avrebbe potuto essere salvata. A distanza di 18 anni dai fatti, la Corte d’appello di Bari ha condannato la Asl al risarcimento di circa 1,3 milioni di euro in favore della vedova e dei figli di Daniele Di Mussi, 31enne ambulante.

L’uomo, padre di due figli, si trovava nel locale per assistere a una partita quando una lite tra il figlio di un boss locale (Michele Buscemi) e un affiliato (Luigi Spinelli) degenerò in una sparatoria. Colpito alla femorale, fu trasportato all’ospedale Di Venere, dove morì dissanguato senza essere sottoposto a un intervento chirurgico.

Secondo la sentenza di secondo grado, i medici persero tempo prezioso eseguendo un’angiotac ritenuta inutile, invece di procedere immediatamente con un’operazione che avrebbe potuto salvargli la vita.

Accogliendo il ricorso dei familiari, la Corte ha così ribaltato il verdetto di primo grado, stabilendo un risarcimento di 348mila euro per la vedova e 363mila euro per ciascuno dei due figli, oltre interessi e spese legali. Determinante, nella decisione, la consulenza tecnica che ha evidenziato i ritardi nell’intervento sanitario quella sera.

Bari, neonato morto al Pediatrico 15 giorni dopo l’intervento: la famiglia chiede risarcimento da 1,4 milioni

Un neonato salentino, operato nel 2018 per un grave problema cardiaco all’ospedale pediatrico Giovanni XXIII di Bari, morì quindici giorni dopo l’intervento senza riuscire a superare la delicata operazione. I genitori, affidatisi con fiducia ai medici nella speranza di salvargli la vita, non hanno mai smesso di chiedere chiarimenti sulle cause della morte.

Per questo hanno presentato alla direzione dell’ospedale una richiesta di risarcimento di circa 1,4 milioni di euro. Secondo la famiglia, la cifra ha soprattutto un valore simbolico: rappresenta la richiesta di verità e trasparenza su quanto accaduto.

Le cause del decesso restano oggetto di confronto tra periti, medici e legali, con diverse ipotesi al vaglio, tra possibili complicanze, errori tecnici o eventuali negligenze.

La vicenda ha riaperto il dibattito sulla qualità delle cure sanitarie, sulla gestione degli interventi complessi e sulla necessità di maggiore chiarezza e comunicazione tra strutture ospedaliere e familiari dei pazienti. Per i genitori del bambino, il percorso giudiziario rappresenta soprattutto la ricerca di giustizia e di risposte per dare dignità alla memoria del loro figlio.

Azzannata alla testa da un cane nella Foresta Mercadante: proprietari condannati a risarcirla per 30mila euro

Una bimba viene azzannata alla testa da un labrador sotto gli occhi dei genitori e dopo 12 anni la famiglia ottiene un risarcimento di 30mila euro. L’episodio è avvenuto a maggio 2014 nella foresta Mercadante, la piccola fu azzannata dal labrador privo di museruola che si era divincolato dalle gambe del padrone.

Il cane si trovava tra le gambe del padrone e riuscì a liberarsi, scagliandosi contro la bimba che fu trasportata d’urgenza all’ospedale Miulli di Acquaviva. Qui fu  sottoposta a un delicato intervento chirurgico a causa delle ferite al volto e alla testa. La famiglia aveva chiesto un risarcimento di 150mila euro, il giudice ha stabilito la cifra di 33mila euro per il danno biologico subito.

 

Bari, soldi dai pazienti malati di cancro e visite a nero: Vito Lorusso dovrà restituire mezzo milione all’Oncologico

Vito Lorusso dovrà risarcire l’Oncologico di Bari con mezzo milione di euro. A stabilirlo è la Corte dei Conti che lo ha ritenuto responsabile del danno erariale, tra i 165mila euro di danno patrimoniale (l’azienda sanitaria ha pagato per 5 anni l’esclusiva a un professionista che ha violato le regole dell’intramoenia) e 330mila euro di danno d’immagine.

Lorusso sta scontando una pena di 5 anni per concussione e peculato per aver chiesto soldi ai pazienti malati di cancro con l’obiettivo di velocizzare visite ed esami.

Secondo quanto ricostruito dalle indagini, ha svolto visite mediche oltrepassando gli obblighi di legge, effettuando visite fuori l’orario di lavoro, senza prenotazioni tramite Alpi, e intascando il denaro direttamente.

Le indagini hanno accertato un vero e proprio sistema messo in piedi, i pazienti arrivavano a pagare tra i 200 e i 300 euro, senza ricevere in cambio alcun documento fiscale. Tra il 2019 e il 2023 avrebbe effettuato 200 visite senza alcun controlli, venendo meno anche al patto di esclusività con l’azienda.

L’ex primario, arrestato mentre un malato di cancro gli consegnava 100 euro, è poi a processo anche con l’accusa di voto di scambio politico-mafioso nell’ambito della campagna elettorale della figlia Maria Carmen, moglie di Giacomo Olivieri, che nel 2019 sarebbe stata eletta al Consiglio comunale di Bari anche grazie ai voti dei clan.

IL LEGALE – Auto ammaccate dai monopattini a noleggio. Genchi: “Insiste vi spetta il risarcimento”

Qualche giorno fa ci siamo lasciati con un interrogativo in sospeso, prendendo spunto da un episodio di cronaca. Cosa accade quando un’auto viene ammaccata e danneggiata dai monopattini a noleggio abbandonati per strada? Abbiamo così deciso di fare questa domanda all’avvocato Genchi e di occuparci proprio di questo nella nuova puntata della rubrica Il Legale. 

Ex Banca Popolare di Bari, Jacobini e gli ex vertici condannati a risarcire 122 milioni – I NOMI

Il tribunale civile di Bari ha condannato i vertici dell’allora Banca popolare di Bari (oggi BdM) – Marco Jacobini, ex presidente; il figlio Gianluca, ex vicedirettore generale – insieme ad altri 11 ex amministratori, tre ex sindaci e la società di revisione PricewaterhouseCoopers (PwC), al pagamento di circa 122 milioni di euro perché ritenuti responsabili della gestione che ha portato al crac dell’istituto di credito.

Secondo quanto riportato dai quotidiani Gazzetta del Mezzogiorno, Corriere del Mezzogiorno e Repubblica, i due Jacobini potranno rispondere per una somma fino a 109 milioni. Condannato a pagare anche l’ex amministratore delegato Giorgio Papa. Il fulcro del risarcimento riguarda l’operazione legata al Gruppo Maiora che era esposta con la banca per 160 milioni, per responsabilità esclusiva – secondo il tribunale – degli Jacobini e dell’ad Papa, che non vennero mai contrastati dalla “debole iniziativa del nuovo consiglio” di amministrazione nominato dopo l’ispezione del 2018.

Un rapporto “duraturo”, quello con Maiora, nel quale i tre vertici della banca sono responsabili – secondo quanto riportato dalla stampa – di “distorsioni informative e dell’occulta mento dei dati” ai consiglieri non esecutivi, “a causa delle prassi patologiche con cui in concreto agivano, in violazione della stessa regolamentazione della Banca, i componenti del Comitato crediti, coordinato da Gianluca Jacobini, con la presenza di Marco Jacobini e con il consenso pienamente consapevole dell’amministrato re delegato Giorgio Papa”. Secondo i giudici, la rovinosa situazione patrimoniale emersa con l’amministrazione straordinaria del 2019 sarebbe figlia di prassi imprudenti nella concessione di fidi e tecniche contabili volte a mascherare la reale rischiosità delle esposizioni.

Marco e Gianluca Jacobini, padre e figlio, il primo presidente e il secondo direttore generale, definiti «il primo amministratore di diritto e il secondo di fatto», risponderanno per 109 milioni. Vincenzo Figarola De Bustis direttore generale e ad, per 3,4 milioni; Giorgio Papa, componente del cda e amministratore delegato, per 42 milioni: I componenti del consiglio di amministrazione – definiti «amministratori di diritto», Modestino Di Taranto, Paolo Nitti, Francesco Giovanni Viti, Francesco Pignataro, Luca Montrone, Raffaele De Rango, Gianfranco Viesti, Francesco Venturelli, Arturo Sanguinetti, risponderanno per 24milioni ciascuno. Condannati anche i componenti del Collegio sindacale, Roberto Pirola (risponderà per 4,5 milioni), Antonio Dell’Atti e Fabrizio Acerbis (per 3 milioni). A riportarlo è La Repubblica.

Rigettate le domande risarcitorie nei confronti di Gianvito Giannelli (componente del cda e presidente), Gregorio Monachino (direttore generale e componente del cda) e Alberto Longo (componente collegio sindacale).

 

Poliziotto muore per il fumo passivo in carcere: Ministero condannato a risarcire la famiglia con un milione di euro

La seconda sezione civile della Corte di Appello di Lecce ha respinto l’appello del Ministero della Giustizia, confermando la condanna al risarcimento di un milione di euro verso la famiglia di Salvatore Antonio Monda, l’agente della polizia penitenziaria morto a 44 anni nel 2011 a causa di un tumore ai polmoni provocato dal fumo passivo.

È stato riconosciuto il danno patrimoniale di oltre 647mila euro e il danno da perdita del rapporto parentale, quantificato in 294mila euro, calcolato sulla base dell’età della vittima e della presenza di tre figli, che all’epoca della morte del poliziotto erano minorenni.

Secondo quanto stabilito dai consulenti la vittima, che ha prestato servizio nei penitenziari di Milano, di Taranto e di Lecce, “è stata esposta al fumo passivo per 20 anni e privata di protezione dal suo datore di lavoro”.  Al poliziotto nell’aprile del 2011 venne diagnosticato un tumore al polmone, rapidamente evoluto in metastasi. Qualche mese dopo morì.

“Monda non aveva mai fumato, ma ha frequentato quotidianamente luoghi di lavoro esposti al fumo passivo e privi di sistemi di prevenzione e contrasto alla diffusione dello stesso. Da qui il nesso causale tra il fumo di sigaretta passivo cui fu esposto Monda e il tumore polmonare col successivo decesso”, si legge nelle carte..

“L’amministrazione penitenziaria era tenuta ad adottare tutte le misure necessarie per impedire l’esposizione dei propri dipendenti a fumo passivo. L’omessa predisposizione di tali cautele – si legge nella sentenza – integra una violazione del dovere di diligenza e prudenza che incombe sul datore di lavoro pubblico nella tutela della salute del personale”.

“Il fumo passivo rilasciato dalle sigarette dei detenuti continua ad avvelenare quotidianamente decine di migliaia di operatori penitenziari, oltre ai detenuti non fumatori – le parole di Federico Pilagatti, segretario del Sappe, il sindacato di polizia penitenziaria che ha supportato i familiari della vittima -. La sentenza, la prima in Italia e in Europa ha segnato uno spartiacque da cui non si poteva più tornare indietro”.

Bari, nega risarcimento dopo grave incidente. Compagnia assicurativa condannata: dovrà pagare 455mila euro

Per anni una compagnia assicurativa avrebbe negato il risarcimento danni alla vittima di un incidente stradale, rimasta gravemente ferita dopo l’impatto tra la sua moto e un autocarro. Per “lite temeraria”, la terza sezione civile del Tribunale di Bari ha condannato la società al pagamento di 455mila euro – per i danni biologici, patrimoniali e per le spese processuali, in solido con il conducente del mezzo che causò il sinistro e l’azienda proprietaria del veicolo – e di altri 15mila euro per il “comportamento processuale ed extra-processuale connotato da reiterata e immotivata opposizione, pur a fronte di un quadro fattuale e tecnico progressivamente divenuto chiaro e univoco”.

L’incidente risale al 25 agosto 2017, sulla statale 16 all’altezza di Mola di Bari. La moto su cui viaggiava la vittima, un 57enne, sarebbe stata colpita da un furgone durante una manovra di sorpasso. I rilievi delle forze dell’ordine e le successive consulenze tecniche, hanno accertato la dinamica, attribuendo la responsabilità all’uomo che era alla guida del furgone, come ammesso dallo stesso. La compagnia assicurativa, però, ha sempre contestato la ricostruzione e rifiutato prima l’invito alla negoziazione assistita, poi la proposta di conciliazione.

Il giudizio civile ha confermato, con una consulenza tecnica, la dinamica e la responsabilità “esclusiva del conducente dell’autocarro”, consistita “in una manovra di sorpasso posta in essere in condizioni di sicurezza non adeguate”, che “ha determinato un contatto laterale con il veicolo a due ruote, idoneo a provocarne la perdita di equilibrio e la conseguente caduta del conducente, con esiti lesivi di eccezionale gravità”.

Il comportamento della assicurazione che per anni ha rifiutato di trovare un accordo sul risarcimento, secondo il giudice, “evidenzia una resistenza processuale non giustificata, ma piuttosto finalizzata a procrastinare il soddisfacimento del credito risarcitorio, con aggravio ingiustificato dei tempi e dei costi del giudizio, a danno non solo del danneggiato, ma anche dell’assicurato”.