Bari, aggredisce infermiere e finanziere dopo l’incidente del figlio: 48enne arrestato e condannato in poche ore

Il 46enne barese, che ha aggredito a Bari un infermiere del 118 e un militare della Guardia di Finanza intervenuti sul luogo di un incidente stradale, è stato condannato a due anni di reclusione, con pena sospesa.

L’episodio è avvenuto tra venerdì e sabato in viale Unità d’Italia, nei pressi dei giardini De Bellis, dove poco prima si era verificato uno scontro tra un’auto e un ciclomotore con a bordo due minorenni, rimasti feriti e trasportati in ospedale in codice giallo.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, il 46enne, padre di uno dei ragazzi coinvolti, avrebbe colpito con un pugno al volto un operatore sanitario impegnato nei soccorsi, per poi scagliarsi contro i finanzieri intervenuti per riportare la calma, ferendone uno al viso.

Dopo essersi allontanato, l’uomo è stato rintracciato poco dopo e arrestato con le accuse di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Comparso davanti al giudice con rito direttissimo, ha ricevuto una condanna a due anni di carcere. L’infermiere ha riportato una prognosi di 15 giorni, mentre i due militari hanno riportato contusioni guaribili in tre giorni.

Bari, minacce e diffamazione su Facebook: l’ex titolare del chiosco di Pane e pomodoro condannato a 9 mesi

Il giudice del tribunale di Bari, Alberto Mastropasqua, ha condannato a nove mesi di reclusione il 39enne Pietro Malanga imputato per diffamazione e minacce a pubblico ufficiale nei confronti dell’ex sindaco di Bari e attuale presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro e dell’allora assessora allo sviluppo economico del Comune, Carla Palone.

Malanga è stato condannato anche al pagamento di 3000 euro di risarcimento del danno per ciascuno e a 2.000 euro di spese di costituzione di parte civile sia per Decaro sia per Palone. La vicenda trae origine da alcuni commenti che l’uomo nel 2020 pubblicò su Facebook in relazione alla revoca decisa dall’amministrazione comunale della concessione per la gestione dei servizi balneari lungo le spiagge di Torre Quetta e Pane e Pomodoro e il bar con terrazza del molo Sant’Antonio al porto vecchio di Bari.

In particolare il Comune aveva revocato la concessione alle due società (‘Il Veliero’ e ‘Adriatica’) che gestivano le attività che erano state destinatarie in quei mesi da un’interdittiva antimafia. Pietro Malanga era il figlio di Orlando Malanga, ritenuto di fatto il gestore del bar della spiaggia di Pane e Pomodoro. ‘Ridateci ciò che è nostro, lì abbiamo dato sangue e sudore’, il post che il 39enne aveva scritto sulla sua pagina social, rivolgendo anche alcune offese nei confronti di Decaro. Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna ad un anno e mezzo di reclusione. Il giudice ha riconosciuto le attenuanti generiche: l’uomo è stato condannato anche al risarcimento del danno in favore di Decaro e Palone. I due rappresentanti istituzionali erano presenti in aula questa mattina durante la requisitoria.

Prima della sentenza, all’uscita dal tribunale, Decaro rispondendo alle domande dei giornalisti ha spiegato che “le istituzioni non debbano mai girare la testa dall’altro lato, o piegarsi. Era importante essere per me qui oggi per testimoniare la presenza delle Istituzioni, il rispetto delle regole”. Il governatore ha evidenziato che era “importante ribadire che le Istituzioni devono tenere sempre la testa alta”.

“Le femmine devono morire”, scritta choc su murales a Stornara: sospetti su minorenne. La condanna del Sindaco

“Le femmine devono morire” è la scritta choc comparsa nelle scorse ore su uno dei murales di Stornara, in provincia di Foggia. A darne notizia è il sindaco, Roberto Nigro, attraverso un messaggio sui social.

“I murales sono il simbolo della nuova identità di Stornara – dice il primo cittadino – . Grazie a queste opere d’arte, il nostro paese è uscito dai confini locali per farsi conoscere e apprezzare in tutta Italia e all’estero. Sono il frutto del lavoro di artisti, dell’impegno dell’associazione Stornara life e dell’orgoglio di un’intera comunità che ha scelto di credere nella cultura e nella bellezza come motore di rinascita e turismo”.

“Chi imbratta e vandalizza queste opere – continua Nigro – non colpisce solo un muro, ma colpisce Stornara, la sua immagine e il lavoro di tutti noi. Condanno con fermezza questo atto di inciviltà, scritta orribile da chiunque provenga”. Nelle prossime ore, assicura l’amministrazione comunale, si provvederà alla cancellazione.

Il sindaco fa sapere, inoltre, che “sono in corso le indagini della polizia locale per individuare, attraverso anche le immagini delle telecamere di videosorveglianza, l’autore di questa scritta orribile. Potrebbe essere un giovane tra i 16 e i 17 anni, con casco e a bordo di uno scooter che gli stessi cittadini avevano scambiato per un artista di strada considerato che il nostro paese ne ospita tantissimi per la realizzazione dei murales. Quando hanno visto la scritta mi hanno immediatamente avvisato”.

Nigro invita i cittadini “a segnalare comportamenti sospetti e a sentirsi custodi di questo bene comune. L’arte che è per strada appartiene a tutti, e tutti abbiamo il dovere di proteggerla. Continueremo a investire sui murales e sulla valorizzazione di Stornara come città d’arte. Nessun gesto di maleducazione fermerà il percorso intrapreso”.

Morte Camilla Di Pumpo, la Cassazione conferma la condanna a 4 anni per l’omicidio stradale: l’ira della famiglia

La Corte di Cassazione ha chiuso definitivamente la vicenda giudiziaria legata alla morte di Camilla Di Pumpo, la 25enne avvocatessa foggiana deceduta in un incidente stradale avvenuto il 26 gennaio 2022 a Foggia. I giudici hanno confermato la condanna a quattro anni di reclusione per Francesco Pio Cannone, accusato di omicidio colposo stradale e falso per induzione.

Secondo la ricostruzione processuale, Cannone viaggiava a bordo di un’Audi A4 a velocità elevata, circa 90 chilometri orari, quando si verificò il violento impatto con la Fiat Panda guidata dalla giovane, che riportò lesioni mortali.

La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla famiglia Di Pumpo, che contestava la dinamica dell’incidente e il concorso di colpa attribuito a Camilla. Per i giudici, le motivazioni delle sentenze precedenti risultano coerenti sia sull’eccesso di velocità dell’Audi sia sul comportamento della vittima all’incrocio.

Oltre alla conferma della condanna, la Cassazione ha disposto per i familiari della giovane il pagamento delle spese processuali e di 3mila euro ciascuno alla Cassa delle ammende. Una decisione che ha provocato amarezza nella famiglia, con la madre di Camilla che sui social ha parlato di «un mondo freddo» e di una giustizia «irriconoscibile».

Bari, trattamento inadeguato di cisti ovariche: Asl condannata a risarcire paziente 17 anni dopo con 60mila euro

Dopo 17 anni arriva la condanna in primo grado per la Asl di Bari, che dovrà risarcire con 60mila euro una paziente per un trattamento ritenuto inadeguato di alcune cisti ovariche.

La vicenda risale al 2008. La donna, su consiglio della ginecologa, si sottopose in un ospedale barese a un intervento con la tecnica dell’ago aspirato, venendo dimessa nello stesso giorno senza terapia antibiotica o antinfiammatoria. Nei giorni successivi comparvero febbre e forti dolori, con complicazioni protrattesi per mesi fino alla formazione di un ematoma retroperitoneale.

Successivamente la paziente fu costretta a un nuovo intervento chirurgico, che comportò l’asportazione delle tube e di un ovaio. La causa civile, avviata nel 2017 dall’avvocato Nicolò Nono D’Achille dopo un tentativo di mediazione e un accertamento tecnico preventivo, si è conclusa con la condanna della Asl.

Secondo il giudice, le cisti endometriosiche sarebbero state trattate con una metodologia “desueta” e non conforme alle buone pratiche cliniche, mentre sarebbe stato necessario un intervento laparoscopico fin dall’inizio.

Omicidio Antonella Lopez, condannati Lavopa e Palermiti jr: “Scene da far west. In discoteca armati per farsi vedere”

“Sono andato in discoteca per divertirmi ma ero armato perché ora non si sta più tranquilli”. Con queste parole Michele Lavopa ha spiegato agli inquirenti perché, la sera del 22 settembre 2024, entrò armato nella discoteca Bahia di Molfetta. Quella notte il suo obiettivo sarebbe stato Eugenio Palermiti jr, nipote dell’omonimo boss del quartiere Japigia, ma i colpi esplosi raggiunsero e uccisero per errore la 19enne Antonella Lopez.

Nelle motivazioni della sentenza con cui il gup Susanna De Felice ha condannato Lavopa a 18 anni e 8 mesi di reclusione, vengono ricostruiti i precedenti che avrebbero alimentato il rancore dell’imputato. Durante l’interrogatorio, Lavopa ha raccontato di essere stato aggredito tempo prima a Bari Vecchia da un gruppo di ragazzi per “una questione di ragazze” e di aver riconosciuto tra loro anche Eugenio Palermiti jr. “Da quel momento in me qualcosa è cambiato”, ha dichiarato.

Palermiti jr, condannato a 4 anni e 6 mesi per essere entrato nel locale con due pistole, viene descritto dai collaboratori di giustizia come un giovane intenzionato a rafforzare la propria immagine criminale. Il pentito Gianfranco Catalano ha riferito al pm Fabio Buquicchio che il giovane girava armato “non per soldi”, ma “per farsi vedere”, sottolineando il peso del cognome Palermiti negli ambienti della criminalità barese.

Alle sue parole si aggiungono quelle di un altro collaboratore, Massimo Soloperto, che ha descritto una pratica ormai consolidata nelle discoteche: “Vanno a ballare armati da oltre dieci anni. C’è sempre rivalità tra clan e molti portano una pistola per sentirsi al sicuro”.

Nelle motivazioni della sentenza il giudice evidenzia anche il clima di omertà che avrebbe caratterizzato la serata del delitto. Nonostante nel locale fossero presenti oltre mille persone, nessuno avrebbe collaborato concretamente alle indagini. Un silenzio che, secondo il tribunale, rende “assurdo pensare che non ci sia stata neanche una persona che abbia assistito all’omicidio”. Secondo quanto riportato nella sentenza, Palermiti jr sarebbe entrato nel locale “atteggiandosi a giovane boss”. “Una scena di duellanti da far west”, scrive la gup del Tribunale di Bari, Susanna De Felice.

Ruba per drogarsi, arrestato Carmine: ha una condanna definitiva. Mamma Grazia è più serena

Torniamo a parlare di Carmine, il malato psichiatrico di Bitonto di cui ci stiamo occupando da settimane. La sua è una storia davvero delicata, legata alla dipendenza dalle sostanze stupefacenti.

La situazione è precipitata nell’ultimo periodo e siamo riusciti a metterci in contatto con sua madre. Grazia, dopo aver parlato ai nostri microfoni, è stata ricevuta anche dal sindaco di Bitonto. 

C’è una svolta. Carmine è stato arrestato. È lui il 38enne pluripregiudicato arrestato nei giorni scorsi a causa del provvedimento di pene concorrenti, pari ad anni 8 (otto) mesi 5 (cinque) e giorni 16 (sedici) di detenzione, per reati contro il patrimonio (furti con strappo, furti commessi all’interno di esercizi commerciali, ospedali, istituti scolastici) rapine, lesioni personali oltre a numerose violazioni delle prescrizioni imposte dalla Sorveglianza Speciale di Pubblica Sicurezza, commessi nel periodo compreso tra l’anno 2015 e l’anno 2024.

Scippi, rapine, furti in ospedali, negozi e scuole. Arrestato 38enne di Bitonto: è condannato a 8 anni e 5 mesi

La Polizia di Stato ha tratto in arresto un 38enne pluripregiudicato bitontino, in esecuzione di un provvedimento di pene concorrenti, pari ad anni 8 (otto) mesi 5 (cinque) e giorni 16 (sedici) di detenzione, per reati contro il patrimonio (furti con strappo, furti commessi all’interno di esercizi commerciali, ospedali, istituti scolastici) rapine, lesioni personali oltre a numerose violazioni delle prescrizioni imposte dalla Sorveglianza Speciale di Pubblica Sicurezza, commessi nel periodo compreso tra l’anno 2015 e l’anno 2024.

Il soggetto, all’esito di accurate ricerche espletate su tutto il territorio di competenza, è stato rintracciato presso l’abitazione della compagna e quindi catturato. Al termine delle formalità di rito, i poliziotti del Commissariati di P.S. di Bitonto lo accompagnavano presso la casa circondariale di Bari.

Cava gli occhi alla moglie, lei perde la vista: condannato a 9 anni e 6 mesi. Esclusa l’aggravante della crudeltà

Una lunga spirale di abusi domestici, durata oltre quindici anni, culminata in un’aggressione brutale che ha privato una donna della vista. Per questi fatti, avvenuti il 15 marzo 2022, il tribunale di Brindisi ha condannato in primo grado l’ex convivente della vittima a nove anni e sei mesi di reclusione.

La sentenza, emessa il 27 aprile, ha ridotto la richiesta della Procura — pari a 13 anni — escludendo le aggravanti di sevizia, crudeltà e recidiva. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni, mentre la difesa ha già annunciato ricorso in appello.

A dare l’allarme, il giorno dell’aggressione, fu uno dei figli minorenni della coppia, che contattò i carabinieri di Carovigno. All’arrivo dei militari, la violenza si era già consumata. La donna venne trasportata d’urgenza in ospedale e sottoposta a intervento chirurgico, ma i medici non riuscirono a salvarle la vista. L’uomo fu arrestato in flagranza, ma oggi si trova in libertà.

Secondo l’accusa, l’episodio rappresenta l’apice di anni di maltrattamenti sistematici. La vittima viveva isolata, priva di contatti con la propria famiglia, sottoposta a controllo e costretta a lavorare anche dopo interventi chirurgici. Le violenze, anche di natura sessuale, sarebbero state continue, accompagnate da minacce — talvolta armate — che impedivano qualsiasi tentativo di allontanamento. Alla base, secondo gli inquirenti, motivi di gelosia e possesso.

La sera dell’aggressione, la donna avrebbe deciso di denunciare. Una scelta che avrebbe scatenato l’ultima escalation: il telefono sottratto, la porta chiusa e, infine, l’attacco che le ha cambiato la vita.

L’uomo deve rispondere di maltrattamenti in famiglia, violenza privata, sequestro di persona, lesioni personali gravissime, rapina e violenza sessuale. La vittima si è costituita parte civile: il tribunale ha disposto una provvisionale immediata, rinviando a una fase successiva la quantificazione del risarcimento.

Taranto, porta una ragazza a pulire la casa al mare e tenta di violentarla: avvocato condannato a 7 anni e 3 mesi

È stato condannato a sette anni e sei mesi di reclusione un avvocato di Matera, riconosciuto colpevole in primo grado di violenza sessuale ai danni di una collaboratrice domestica. La sentenza è stata emessa dal collegio del tribunale presieduto dalla giudice Fulvia Misserini, affiancata dai magistrati Antonio Giannico e Christian Farilla.

I giudici hanno accolto l’impianto accusatorio sostenuto dal pubblico ministero Marzia Castiglia, che ha coordinato le indagini, stabilendo tuttavia una pena più severa rispetto a quella richiesta dalla stessa accusa.

L’episodio risale al gennaio 2023. Secondo quanto ricostruito nel corso del processo, l’imputato avrebbe offerto 50 euro a una giovane donna, all’epoca 23enne, per occuparsi della pulizia di una villa sul litorale tarantino, garantendole anche il rientro a casa al termine del lavoro.

La ragazza, in condizioni economiche difficili, aveva accettato. Tuttavia, già durante il tragitto in auto verso la località di mare in provincia di Taranto, l’uomo avrebbe iniziato a rivolgerle proposte a sfondo sessuale, facendo riferimento a compensi in denaro per prestazioni. La giovane avrebbe rifiutato con decisione.

Una volta giunti nella villa, secondo l’accusa accolta dai giudici, l’avvocato avrebbe tentato un approccio fisico violento: dopo averle infilato una banconota nel giubbotto, l’avrebbe afferrata con forza, cercando di baciarla e immobilizzandola contro un muro. La vittima sarebbe riuscita a divincolarsi solo dopo momenti di forte paura, anche a causa dell’isolamento del luogo.

La giovane ha poi chiesto di essere riaccompagnata a casa, ma durante il viaggio di ritorno l’uomo avrebbe continuato a insistere per ottenere rapporti. Una volta rientrata, la vittima ha raccontato l’accaduto al compagno e ai familiari.

Uno dei parenti ha contattato il professionista per chiedere spiegazioni. In seguito, lo stesso avvocato ha chiamato la polizia, che si è recata nel suo studio assistendo anche all’incontro con il familiare della ragazza. Durante il confronto, l’uomo avrebbe accusato un malore, richiedendo l’intervento di un’ambulanza.

Secondo quanto riferito in aula, mentre veniva accompagnato dai sanitari, sarebbe stato udito pronunciare una frase rivolta al parente della vittima: un’offerta di denaro per “fare pace”. Per il pubblico ministero, si sarebbe trattato di un tentativo di inquinamento delle prove.

A distanza di tre anni dai fatti, è arrivata la sentenza di primo grado con una condanna significativa per il professionista. Le motivazioni del verdetto saranno depositate nelle prossime settimane.