L’ex Banca Popolare di Bari condannata a risarcire 300mila euro a investitrice: “Informazioni sui rischi insufficienti”

La Corte d’Appello di Bari ha condannato l’ex Banca Popolare di Bari, oggi Banca del Mezzogiorno, a restituire circa 300mila euro a una risparmiatrice che aveva investito in azioni e obbligazioni rivelatesi ad alto rischio. I giudici hanno confermato la sentenza di primo grado, respingendo il ricorso presentato dall’istituto.

Secondo quanto reso noto da Konsumer Italia, la banca non avrebbe fornito un’adeguata informativa sui rischi legati ai prodotti finanziari proposti, definiti “illiquidi e particolarmente rischiosi”.

La vicenda riguarda una donna che, dopo un grave incidente che le aveva causato importanti disabilità motorie, aveva investito parte dell’indennizzo ricevuto su consiglio del direttore di una filiale in provincia di Foggia. Assistita dall’avvocato Massimo Melpignano, responsabile banca e finanza dell’associazione, la risparmiatrice ha contestato la mancanza di informazioni chiare e comprensibili.

Per la Corte, la semplice firma di moduli prestampati non è sufficiente a dimostrare l’adempimento degli obblighi informativi, soprattutto nei confronti di un cliente privo di esperienza finanziaria e in condizioni di particolare fragilità.

I giudici hanno inoltre ribadito che gli intermediari devono fornire informazioni personalizzate e dettagliate, adeguate al profilo del cliente e alla rischiosità degli strumenti offerti, evidenziando anche il possibile conflitto di interessi nella vendita di prodotti emessi dalla stessa banca.

“La sentenza rappresenta un precedente di grande rilievo per i risparmiatori vittime di collocamenti inappropriati”, ha commentato il legale, sottolineando che la trasparenza e la consulenza personalizzata sono elementi imprescindibili nella tutela degli investitori.

Aggressione omofoba a San Giovanni Rotondo, arriva la condanna a 3 anni e 10 mesi: “Sentenza storica”

Nella notte tra il 10 e l’11 agosto 2024, a San Giovanni Rotondo, un uomo di 57 anni, invalido, è stato brutalmente aggredito da un giovane maggiorenne e da una ragazza minorenne. Durante il pestaggio, la vittima è stata colpita al volto, insultata con frasi omofobe e lasciata a terra priva di sensi. Decisivo l’intervento di un passante, che ha interrotto l’aggressione.

Lo scorso 17 aprile, il tribunale ha condannato l’aggressore maggiorenne a 3 anni e 10 mesi di reclusione per lesioni gravi, riconoscendo l’aggravante della discriminazione, applicata alla matrice omofoba dell’attacco secondo l’articolo 604 ter del codice penale. A renderlo noto è l’associazione Koll. Era, che definisce il provvedimento “una sentenza storica”, sottolineando la rarità di simili riconoscimenti nella giurisprudenza italiana, soprattutto nel Sud, in assenza di una specifica aggravante per omolesbobitransfobia.

Oltre alla discriminazione, il giudice ha riconosciuto anche l’aggravante della minorata difesa — per aver agito di notte e in un luogo isolato — e quella legata al coinvolgimento di una minorenne. La pena complessiva, che avrebbe potuto arrivare fino a 10 anni, è stata ridotta grazie a un’attenuante comune e alla scelta del rito abbreviato.

Secondo quanto riferito dall’associazione, la vittima è stata colpita violentemente mentre veniva bersagliata da insulti legati al suo orientamento sessuale. Le lesioni, pur gravi, sono state circoscritte all’occhio. Koll. Era ha seguito la persona aggredita lungo tutto il percorso, offrendo supporto psicologico, economico e legale. “Non si tratta di fatti privati — sottolinea l’associazione — ma di violenze che riguardano l’intera società”.

Il percorso giudiziario è stato sostenuto anche con il contributo del Cassero LGBTQIA+ Center e dell’avvocata Fiorella Shane Arveda, che ha promosso fin dalla querela un’interpretazione estensiva dell’aggravante discriminatoria. La sentenza rappresenta un precedente significativo nel riconoscimento delle violenze a sfondo omofobo nel sistema giudiziario italiano.

Spaccio di droga a Canosa e Altamura per il clan Pistillo, 5 persone in carcere: tra loro due donne – NOMI

I Carabinieri del Comando Provinciale di Bari hanno eseguito cinque ordini di carcerazione, emessi dalla Procura Generale presso la Corte di Appello di Bari (Ufficio Esecuzioni Penali), nei confronti di altrettante persone colpite da sentenze definitive di condanna, per reati di traffico e detenzione di stupefacente commessi, tra il 2014 e il 2023. Le persone interessate dai provvedimenti risultano fornitori di droga nei comuni di Canosa di Puglia ed Altamura del clan Pistillo, i cui appartenenti condannati operavano nei comuni di Andria, Altamura e Bari.

Le indagini, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e condotte, in diverse fasi, mediante servizi di osservazione controllo e pedinamento, attività tecniche, nonché supportate da diverse dichiarazioni di collaboratori di giustizia, hanno consentito, già nel maggio del 2023, di eseguire 20 provvedimenti cautelari.

L’inchiesta ha contestato l’esistenza di una associazione dedita al traffico di stupefacenti che gestiva le fiorenti piazze di spaccio attive nella città di Andria, rifornendole con ingenti quantità di sostanze stupefacenti. Tra i fornitori di ingenti quantitativi di stupefacenti sono state condannate definitivamente, due persone di Altamura ed una di Canosa di Puglia. Altre due persone sono state condannate definitivamente, quali aderenti all’associazione, beneficiando dell’attenuante della collaborazione. Le pene inflitte con gli odierni provvedimenti oscillano tra 4 e 6 anni di reclusione.

Elenco condanne

1. CICCOLELLA Isabella, nata a Canosa di Puglia il 14.04.1986 (anni 4 di reclusione) art. 74 e 73 DPR 309/90 e 416 bis c. 1 e 3 c.p.;

2. SINISI Nunzia, nata Andria il 02.03.1983 (anni 4 di reclusione) art. 74 e 73 DPR 309/90 e 416 bis c. 1 e 3 c.p.;

3. MATARRESE Gianluca, nato Canosa di Puglia il 01.07.1977 (anni 6 di reclusione) art. 110 c.p. e 73 DPR 309/90;

4. PANICOCOLO Innocenzo, nato Altamura il 27.02.1964 (anni 4 di reclusione) art. 110 c.p. e 73 DPR 309/90;

5. DONNAZITA Luciano, nato Altamura il 22.02.1989 (anni 3 di reclusione) art. 110 c.p. e 73 DPR 309/90.

Bari, 57enne condannato per maltrattamenti all’ex compagna: violenze per anni davanti ai figli

Il Tribunale di Bari ha condannato un 57enne barese a tre anni e un mese di reclusione per maltrattamenti e lesioni nei confronti della compagna, al termine di un processo che ha ricostruito anni di presunte violenze domestiche. L’uomo è stato invece assolto dall’accusa di stalking.

Secondo quanto emerso dalle indagini, tra il 2018 e il 2023 l’imputato avrebbe più volte aggredito la donna, anche in presenza dei figli minorenni, colpendola con schiaffi o facendola urtare contro i mobili. In un episodio particolarmente grave, le avrebbe lanciato contro una culla. Le violenze, stando al racconto della vittima, sarebbero iniziate già nel 2017, pochi mesi dopo la nascita del figlio della coppia. La pm Chiara Giordano aveva chiesto una condanna a tre anni e quattro mesi. L’imputato è difeso dall’avvocato Gianluca Loconsole.

La denuncia è stata presentata dalla donna nel 2024, ma nel fascicolo processuale compare anche un referto del pronto soccorso relativo a lesioni subite dall’uomo nel 2022. In sede di denuncia, la vittima ha descritto una relazione segnata da continui litigi e offese: «Non sei una buona madre, non sei buona a nulla», le avrebbe ripetuto l’ex compagno.

Tra gli episodi ricostruiti, anche quello del 2019, quando durante una lite l’uomo avrebbe scagliato una culla contro la donna, colpendola all’occhio destro. La vittima ha spiegato di non essersi recata in ospedale per paura di ulteriori ritorsioni e nella speranza che la situazione potesse migliorare.

Le violenze sarebbero proseguite fino all’ottobre 2023, quando la donna ha deciso di interrompere la convivenza, ponendo fine a una relazione che, secondo l’accusa, era ormai degenerata in un contesto di maltrattamenti continui.

Perseguita, picchia e maltrattata l’ex compagna. Condanna record a Bari: inflitti 4 anni e 6 mesi a 34enne

Un 34enne della provincia di Bari è stato condannato a 4 anni e 6 mesi di reclusione per maltrattamenti e atti persecutori nei confronti dell’ex compagna. Secondo gli inquirenti, la donna avrebbe subito ripetute aggressioni, minacce e tentativi di strangolamento, fino a episodi di violenza domestica culminati con l’intervento delle forze dell’ordine.

Stando agli atti dell’inchiesta, in un episodio particolarmente grave, solo l’intervento di un passante avrebbe evitato conseguenze peggiori, permettendo alla vittima di rientrare in sicurezza nella propria abitazione.

Le violenze sarebbero proseguite anche all’interno della casa condivisa: dopo la decisione della donna di interrompere la convivenza, l’uomo l’avrebbe minacciata con un bicchiere di vetro, arrivando a sbatterle la testa contro un armadio. La vittima è riuscita a sottrarsi all’aggressione e a chiedere l’intervento delle forze dell’ordine.

Anche dopo la fine della relazione, l’uomo avrebbe continuato a perseguitarla, appostandosi sotto casa e ostacolandone gli spostamenti. Le condotte hanno fatto scattare il “codice rosso” e portato alla condanna, tra le più severe mai inflitte in città per questo tipo di reati. Disposti anche l’interdizione dai pubblici uffici e il risarcimento alle parti civili.

Bari, minaccia e aggredisce la convivente: 33enne di Valenzano condannato a 4 anni e 6 mesi

Quattro anni e sei mesi di reclusione: è la condanna inflitta dalla seconda sezione penale del Tribunale di Bari a un 33enne originario di Valenzano, riconosciuto colpevole di maltrattamenti nei confronti della convivente.

Secondo quanto emerso nel corso del processo, l’uomo avrebbe sottoposto la donna a ripetute minacce e umiliazioni, arrivando in più occasioni ad aggredirla fisicamente. Tra gli episodi contestati, anche violenze particolarmente gravi, come il tentativo di strangolamento e colpi che avrebbero causato lesioni al volto della vittima.

La Procura di Bari aveva richiesto una pena più severa, pari a cinque anni e quattro mesi di reclusione. Il Tribunale ha invece stabilito una condanna inferiore, disponendo comunque l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni.

La donna si è costituita parte civile nel procedimento, assistita dall’associazione Gens Nova, impegnata nella tutela delle vittime di violenza.

Bari, svastiche incise nel laboratorio di informatica del Salvemini. La preside: “Ignoranza non è una ragazzata”

Svastiche incise su due computer, tra schermo e touchpad, e su un banco: è quanto accaduto nei giorni scorsi nel laboratorio di informatica del Liceo scientifico Gaetano Salvemini. A denunciare pubblicamente l’episodio è stata l’Unione degli studenti di Bari, che ha espresso una ferma condanna.

Dura la reazione della dirigente scolastica Tina Gesmundo, che ha dichiarato di essere “molto arrabbiata e molto amareggiata”. Pur senza attribuire con certezza un significato ideologico al gesto, la preside ha parlato di “pura ignoranza e incapacità di cogliere il peso reale di certi atti”.

Secondo Gesmundo, l’episodio si inserisce in un fenomeno più ampio di crescente disinvoltura nell’uso dei beni pubblici. “Da almeno un paio d’anni si registrano vandalismi, piccoli e grandi. È un fenomeno che mi allarma e che appartiene ai tempi nuovi”, si legge. Annunciate anche misure disciplinari, tra cui la sospensione dell’assemblea d’istituto. “Non voglio derubricarla come una ragazzata — ha aggiunto —. C’è una totale assenza di rispetto che va affrontata con serietà”.

Netta anche la posizione dell’Unione degli studenti, che sottolinea la gravità simbolica del gesto: “Disegnare una svastica in una scuola non è solo vandalismo. Questo simbolo rappresenta uno dei periodi più bui della storia, legato allo sterminio di milioni di persone”. L’associazione studentesca richiama infine l’importanza dell’educazione storica e civile. “Le scuole devono affrontare i temi del fascismo e dell’antifascismo in modo continuo e approfondito, non limitandosi agli ultimi anni di percorso scolastico”, aggiungono.

Stalking e violenze, a Bari confermata la condanna di un anno e 8 mesi all’ex compagno: la vittima sarà risarcita

La Corte d’Appello di Bari ha confermato la condanna a un anno e otto mesi di reclusione nei confronti di un uomo accusato di stalking aggravato ai danni della sua ex compagna. I fatti risalgono al periodo compreso tra il 2018 e il 2020 e si sono verificati nella provincia di Bari.

Secondo quanto emerso, l’imputato avrebbe perseguitato la donna con pedinamenti, continui messaggi e telefonate, arrivando anche a insultarla dopo che lei aveva manifestato l’intenzione di interrompere la relazione.

In un episodio particolarmente grave, scaturito da motivi di gelosia per una mancata risposta al telefono, l’uomo avrebbe aggredito la vittima con calci e schiaffi, stringendole le mani al collo e minacciandola di morte.

Già condannato in primo grado nel 2024 con rito abbreviato, l’uomo ha visto confermata la sentenza anche in appello. Il giudice ha inoltre disposto il risarcimento dei danni sia alla vittima, sia all’associazione Gens Nova, costituitasi parte civile.

Bari, video di un incidente mortale diffuso sui social: condannato vigile urbano. La famiglia sarà risarcita

Finisce con una condanna la vicenda della diffusione sui social del video di un incidente mortale avvenuto nel 2018 in via Napoli. Il tribunale di Bari, presieduto dal giudice Ambrogio Marrone, ha condannato il vigile urbano Tommaso Stella, 57 anni, a tre mesi di reclusione e al risarcimento del danno in favore della famiglia della vittima.

Assolti invece gli altri due imputati, Silvana Mancini e Maurizio Francesco Ficele, come richiesto dalla pm Savina Toscani. I tre erano accusati di rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio.

Al centro del processo la diffusione di un video, acquisito dalla polizia locale, che riprendeva l’incidente costato la vita all’86enne Rocco Bellanova, investito da un tir mentre percorreva in bicicletta via Napoli, all’altezza di via Mercadante. Le immagini, registrate dalle telecamere di una stazione di servizio e fondamentali per le indagini, erano coperte da segreto istruttorio e negate ai familiari, ma finirono comunque online.

Secondo la ricostruzione emersa in aula, il video sarebbe stato visionato su un computer della polizia locale e in quell’occasione qualcuno lo avrebbe ripreso e diffuso sul web. Per il tribunale, la responsabilità della divulgazione è da attribuire a Stella, che ora dovrà risarcire i familiari della vittima per il danno causato dalla diffusione delle immagini.

Neonata gettata nel water, 29enne condannata a 16 anni: si trova ai domiciliari a casa dei genitori a Cassano

I giudici hanno impiegato due ore di camera di consiglio per arrivare al verdetto di condanna per l’infanticidio per Melissa Russo Machado, 29enne di origini italo-brasiliane che aveva partorito nella notte tra il 28 e il 29 ottobre del 2024 nell’ appartamento sovrastante al ‘Serale Club’ – locale notturno di Piove di Sacco (Padova) in cui lavorava – sua figlia per poi affogarla nel water.

Secondo quanto emerso durante il dibattimento la donna aveva fatto tutto da sola ed aveva continuato ad esibirsi nel locale nonostante lo stato di gravidanza fosse evidente. Dall’autopsia era risultato che la bambina era nata viva.

Ma non ha praticamente mai respirato perché la madre cercò di disfarsene mettendole la testa nell’acqua del water. La donna si trova in Puglia agli arresti domiciliari presso i genitori.

I giudici hanno condannato al termine del giudizio di primo grado la donna ad una pena di 16 anni, riconoscendole la prevalenza delle attenuanti. Per prima quella di trovarsi in una situazione “umanamente penosa” come detto durante la requisitoria dal pubblico ministero Sergio Dini, che aveva chiesto una pena ancor più lieve, 14 anni