Bari, sentenza storica della Corte d’Appello. Una madre e due padri: riconosciuti tre genitori per lo stesso bambino

La Corte d’Appello di Bari ha riconosciuto in via definitiva un bambino come figlio di tre genitori: la madre biologica e due papà che lo crescono dalla nascita. Il piccolo, oggi di 4 anni, è nato in Germania da un progetto di genitorialità condivisa tra una donna e una coppia unita civilmente da oltre dieci anni. Il concepimento è avvenuto in modo naturale, senza ricorso alla maternità surrogata.

Dopo il riconoscimento iniziale della madre e del padre biologico, anche il compagno di quest’ultimo ha ottenuto in Germania il riconoscimento genitoriale, consentito dalla normativa tedesca. Quando la famiglia ha chiesto la trascrizione del provvedimento anche in Italia, il Comune pugliese competente ha negato l’autorizzazione, aprendo così il contenzioso giudiziario.

La Corte d’Appello di Bari ha però accolto il ricorso, richiamando anche la precedente decisione favorevole del giudice tedesco. La sentenza, emessa a gennaio e ormai definitiva, rappresenta un precedente significativo sul riconoscimento delle famiglie omogenitoriali in Italia.

“Speriamo che questo sia il primo grande passo verso una giurisprudenza aperta a questa tipologia di famiglie”, ha commentato l’avvocata Pasqua Manfredi di Rete Lenford, che ha assistito la coppia.

Omicidio Antonella Lopez, condannati Lavopa e Palermiti jr: “Scene da far west. In discoteca armati per farsi vedere”

“Sono andato in discoteca per divertirmi ma ero armato perché ora non si sta più tranquilli”. Con queste parole Michele Lavopa ha spiegato agli inquirenti perché, la sera del 22 settembre 2024, entrò armato nella discoteca Bahia di Molfetta. Quella notte il suo obiettivo sarebbe stato Eugenio Palermiti jr, nipote dell’omonimo boss del quartiere Japigia, ma i colpi esplosi raggiunsero e uccisero per errore la 19enne Antonella Lopez.

Nelle motivazioni della sentenza con cui il gup Susanna De Felice ha condannato Lavopa a 18 anni e 8 mesi di reclusione, vengono ricostruiti i precedenti che avrebbero alimentato il rancore dell’imputato. Durante l’interrogatorio, Lavopa ha raccontato di essere stato aggredito tempo prima a Bari Vecchia da un gruppo di ragazzi per “una questione di ragazze” e di aver riconosciuto tra loro anche Eugenio Palermiti jr. “Da quel momento in me qualcosa è cambiato”, ha dichiarato.

Palermiti jr, condannato a 4 anni e 6 mesi per essere entrato nel locale con due pistole, viene descritto dai collaboratori di giustizia come un giovane intenzionato a rafforzare la propria immagine criminale. Il pentito Gianfranco Catalano ha riferito al pm Fabio Buquicchio che il giovane girava armato “non per soldi”, ma “per farsi vedere”, sottolineando il peso del cognome Palermiti negli ambienti della criminalità barese.

Alle sue parole si aggiungono quelle di un altro collaboratore, Massimo Soloperto, che ha descritto una pratica ormai consolidata nelle discoteche: “Vanno a ballare armati da oltre dieci anni. C’è sempre rivalità tra clan e molti portano una pistola per sentirsi al sicuro”.

Nelle motivazioni della sentenza il giudice evidenzia anche il clima di omertà che avrebbe caratterizzato la serata del delitto. Nonostante nel locale fossero presenti oltre mille persone, nessuno avrebbe collaborato concretamente alle indagini. Un silenzio che, secondo il tribunale, rende “assurdo pensare che non ci sia stata neanche una persona che abbia assistito all’omicidio”. Secondo quanto riportato nella sentenza, Palermiti jr sarebbe entrato nel locale “atteggiandosi a giovane boss”. “Una scena di duellanti da far west”, scrive la gup del Tribunale di Bari, Susanna De Felice.

Aggressione omofoba a San Giovanni Rotondo, arriva la condanna a 3 anni e 10 mesi: “Sentenza storica”

Nella notte tra il 10 e l’11 agosto 2024, a San Giovanni Rotondo, un uomo di 57 anni, invalido, è stato brutalmente aggredito da un giovane maggiorenne e da una ragazza minorenne. Durante il pestaggio, la vittima è stata colpita al volto, insultata con frasi omofobe e lasciata a terra priva di sensi. Decisivo l’intervento di un passante, che ha interrotto l’aggressione.

Lo scorso 17 aprile, il tribunale ha condannato l’aggressore maggiorenne a 3 anni e 10 mesi di reclusione per lesioni gravi, riconoscendo l’aggravante della discriminazione, applicata alla matrice omofoba dell’attacco secondo l’articolo 604 ter del codice penale. A renderlo noto è l’associazione Koll. Era, che definisce il provvedimento “una sentenza storica”, sottolineando la rarità di simili riconoscimenti nella giurisprudenza italiana, soprattutto nel Sud, in assenza di una specifica aggravante per omolesbobitransfobia.

Oltre alla discriminazione, il giudice ha riconosciuto anche l’aggravante della minorata difesa — per aver agito di notte e in un luogo isolato — e quella legata al coinvolgimento di una minorenne. La pena complessiva, che avrebbe potuto arrivare fino a 10 anni, è stata ridotta grazie a un’attenuante comune e alla scelta del rito abbreviato.

Secondo quanto riferito dall’associazione, la vittima è stata colpita violentemente mentre veniva bersagliata da insulti legati al suo orientamento sessuale. Le lesioni, pur gravi, sono state circoscritte all’occhio. Koll. Era ha seguito la persona aggredita lungo tutto il percorso, offrendo supporto psicologico, economico e legale. “Non si tratta di fatti privati — sottolinea l’associazione — ma di violenze che riguardano l’intera società”.

Il percorso giudiziario è stato sostenuto anche con il contributo del Cassero LGBTQIA+ Center e dell’avvocata Fiorella Shane Arveda, che ha promosso fin dalla querela un’interpretazione estensiva dell’aggravante discriminatoria. La sentenza rappresenta un precedente significativo nel riconoscimento delle violenze a sfondo omofobo nel sistema giudiziario italiano.

Bari, McDonald’s vince in tribunale contro Mc Dino’s. Stop all’uso del prefisso Mc: “È del colosso americano”

Il Tribunale civile di Bari ha dato ragione a McDonald’s nella causa contro una società di ristorazione pugliese, Mc Dino’s, vietandole l’utilizzo del prefisso “Mc” nel proprio marchio e nei prodotti venduti. La sentenza, emessa dalla quarta sezione civile, rafforza la tutela del celebre brand americano, riconosciuto come marchio di particolare notorietà.

Secondo i giudici, il sistema di marchi legati al prefisso “Mc” o “Mac” costituisce una vera e propria “famiglia” distintiva, registrata a livello nazionale ed europeo e immediatamente riconducibile all’azienda statunitense. Proprio questa forte identità comporta una protezione più ampia, che rende illegittime anche variazioni apparentemente originali ma comunque capaci di richiamare il marchio principale.

Al centro della controversia l’utilizzo, da parte dell’impresa pugliese, di denominazioni come “Mc Dino’s” e “McDrive”, oltre alla presenza in menu di prodotti come “Mc Burger”. Secondo il tribunale, tali segni generano un concreto rischio di confusione per il consumatore medio, inducendolo ad associare erroneamente l’attività locale alla rete McDonald’s.

I giudici hanno quindi stabilito che l’uso di queste denominazioni costituisce contraffazione e concorrenza sleale, imponendo l’immediato divieto di utilizzare qualsiasi segno contenente il prefisso “Mc” o simili. Respinta invece la richiesta di risarcimento danni, ritenuta non sufficientemente dimostrata né quantificata.

Bari, permuta legata all’acquisto dell’ex capannone Bricorama per il Parco della Rinascita: assolto ingegnere

Il Tribunale di Bari ha assolto con formula piena l’ingegner Donald Lamberti, imputato per falso in atto pubblico e truffa ai danni del Comune. La vicenda risaliva al 2018 e riguardava una permuta immobiliare legata all’acquisizione dell’ex capannone Bricorama, destinato a supportare il Parco della Rinascita sorto sull’area della ex Fibronit.

Secondo l’accusa, Lamberti avrebbe sottostimato il valore di un suolo pubblico, successivamente rivenduto da una società privata al gruppo Eurospin a un prezzo sensibilmente più alto, suscitando polemiche politiche e denunce di presunto danno erariale.

Dopo un processo durato due anni, il Tribunale ha però escluso ogni responsabilità dell’ingegnere, riconoscendo la correttezza del suo operato professionale. La stessa Procura aveva richiesto l’assoluzione.

“Sono profondamente emozionato: questa sentenza ristabilisce la verità e conferma la trasparenza del mio lavoro”, ha dichiarato Lamberti, parlando di “riscatto morale” dopo anni difficili. Il difensore, l’avvocato Francesco Saverio Digilio, ha sottolineato come il caso dimostri “la piena autonomia e indipendenza di giudizio della magistratura”.

Stalking e violenze, a Bari confermata la condanna di un anno e 8 mesi all’ex compagno: la vittima sarà risarcita

La Corte d’Appello di Bari ha confermato la condanna a un anno e otto mesi di reclusione nei confronti di un uomo accusato di stalking aggravato ai danni della sua ex compagna. I fatti risalgono al periodo compreso tra il 2018 e il 2020 e si sono verificati nella provincia di Bari.

Secondo quanto emerso, l’imputato avrebbe perseguitato la donna con pedinamenti, continui messaggi e telefonate, arrivando anche a insultarla dopo che lei aveva manifestato l’intenzione di interrompere la relazione.

In un episodio particolarmente grave, scaturito da motivi di gelosia per una mancata risposta al telefono, l’uomo avrebbe aggredito la vittima con calci e schiaffi, stringendole le mani al collo e minacciandola di morte.

Già condannato in primo grado nel 2024 con rito abbreviato, l’uomo ha visto confermata la sentenza anche in appello. Il giudice ha inoltre disposto il risarcimento dei danni sia alla vittima, sia all’associazione Gens Nova, costituitasi parte civile.

Graduatoria per docenti, riconosciuto il punteggio per il servizio militare: la sentenza di Bari apre nuovi scenari

Potrebbe avere effetti ben oltre i confini locali la sentenza del Tribunale del lavoro di Bari che ha accolto il ricorso di un docente inserito nelle graduatorie provinciali 2024-2026. Al centro della vicenda, il mancato riconoscimento del punteggio per il servizio militare svolto dopo il conseguimento della laurea magistrale.

Il ministero aveva inizialmente escluso la valutazione di questo periodo, ma il docente – assistito dalle avvocate Maria Antonietta Papadia e Mara Caponio – ha contestato la decisione. Le legali hanno evidenziato come il servizio militare debba essere equiparato, nei concorsi pubblici, al lavoro svolto presso enti pubblici.

Accogliendo il ricorso, il giudice ha ribadito che il servizio prestato nelle Forze armate va considerato a tutti gli effetti come attività resa allo Stato, con pieno valore ai fini del punteggio nelle graduatorie. Una pronuncia che potrebbe ora fare da apripista a numerosi casi analoghi in tutta Italia.

Omicidio Gelao a Japigia, Busco resta assolto. La Cassazione conferma: “Non ci sono colpevoli”

Non ci sono responsabili per l’omicidio di Giuseppe Gelao, ucciso nel quartiere Japigia di Bari la sera del 6 marzo 2017. La Corte di Cassazione ha confermato, respingendo il ricorso della Procura generale di Bari, l’assoluzione di Antonio Busco, condannato all’ergastolo in primo grado e poi assolto «per non aver commesso il fatto» in Appello.

Busco, assistito dagli avvocati Alessandro Cacciotti e Salvino Mondello, era considerato dalla Dda di Bari il killer di Gelao. L’omicidio, per gli inquirenti, si inserì nella faida tra il gruppo capeggiato da Busco e il clan Palermiti per il controllo dello spaccio nel quartiere Japigia.

Nell’agguato in cui fu ucciso Gelao, rimase ferito anche Antonino Palermiti, nipote del capoclan Eugenio. Nell’ambito di quella faida, chiamata dagli inquirenti “guerra di Japigia», furono uccise altre due persone, Francesco Barbieri e Nicola De Santis, considerate vicine a Busco.

A dicembre 2024 la Cassazione aveva confermato l’assoluzione anche per altri due co-imputati nell’omicidio di Gelao, Davide Monti e Giuseppe Signorile, che avevano scelto il rito abbreviato. Condannati a 30 anni in primo grado, erano stati assolti in Appello.

Donato Monopoli ucciso dopo una lite in discoteca, il 13 luglio la sentenza a Bari. La famiglia: “Vogliamo giustizia”

Sarà pronunciata il prossimo 13 luglio la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bari sull’omicidio di Donato Monopoli, il giovane di 26 anni, di Cerignola (Foggia) morto nel maggio del 2019, dopo sette mesi di agonia trascorsi in ospedale, dopo un violento pestaggio all’esterno di una discoteca di Foggia nell’ottobre del 2018.

La Cassazione il 15 febbraio del 2025 aveva annullato la sentenza del processo di appello rinviando ad un’altra sezione della Corte d’appello di Bari per nuovo giudizio.

Nell’udienza di ieri la Procura generale, a seguito del rinvio disposto dalla Corte di Cassazione, ha chiesto la conferma delle condanne già inflitte in appello: 10 e 7 anni di reclusione per Francesco Stallone e Michele Verderosa, accusati di omicidio preterintenzionale.

All’udienza, svoltasi a porte chiuse, erano presenti anche i familiari della vittima. “Non cerchiamo vendetta ma giustizia”, le loro parole.

Striscione contro l’Anpi a Bari, assolti i tre militanti di Casapound: la Corte d’Appello conferma la sentenza

Si è concluso oggi, dinanzi alla Corte d’Appello di Bari, il procedimento penale a carico di tre giovani imputati, Giuseppe Alberga., Giacomo Pellegrini e Luigi Fresa, difesi dagli avvocati Mitolo Antonio e Milone Giampiero, per il reato di diffamazione aggravata dall’odio razziale, in relazione all’esposizione di uno striscione dai contenuti di natura politica.

“Anpi difende i titini? Negazionismo e quattrini”, la frase riportata sullo striscione e ritenuto diffamatorio dalla controparte. La Corte ha confermato integralmente la sentenza di assoluzione già pronunciata in primo grado, escludendo che il messaggio contestato abbia leso la reputazione dell’ANPI.

I giudici hanno ribadito l’applicazione del principio costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero, riconosciuto e tutelato dall’ordinamento giuridico italiano, ritenendo che l’espressione oggetto del procedimento rientrasse nei limiti del diritto di critica politica.

Con la decisione odierna viene dunque definitivamente esclusa la rilevanza penale della condotta contestata agli imputati. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro il termine di 90 giorni.