Casarano, scopre di dover pagare il ticket in ospedale: paziente aggredisce medico e infermiera

Aggressione nel pomeriggio di ieri all’interno del reparto di Otorinolaringoiatria dell’ospedale “Ferrari” di Casarano, dove un medico e un’infermiera sono stati minacciati e aggrediti da un paziente in attesa di una visita specialistica.

Secondo una prima ricostruzione, l’uomo avrebbe perso il controllo dopo essere stato informato dal medico che, in assenza dell’esenzione indicata sull’impegnativa, avrebbe dovuto pagare il ticket.

Accompagnato dalla moglie, anch’essa particolarmente agitata, il paziente avrebbe strappato il cellulare all’infermiera mentre tentava di chiamare i carabinieri, gettando a terra anche il telefono fisso e portando via i documenti utili alla propria identificazione prima di allontanarsi.

Il medico e l’infermiera hanno ricevuto le cure del pronto soccorso e hanno annunciato l’intenzione di sporgere denuncia. Sull’episodio sono in corso gli accertamenti delle forze dell’ordine.

Mamma pugliese dona sangue cordonale: 16 anni dopo viene salvata una paziente affetta da leucemia

Un’unità di sangue cordonale donata nel 2010 da una mamma pugliese ha permesso di salvare la vita a una paziente adulta affetta da una grave forma di leucemia, sottoposta a trapianto di cellule staminali emopoietiche in un centro specializzato italiano. Il sangue era stato raccolto e conservato dalla Banca del Sangue Cordonale della Regione Puglia, attiva presso Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo.

Con questo intervento salgono a 26 le unità salvavita distribuite dalla banca dalla sua istituzione, nel 2008. Nel corso degli anni le donazioni pugliesi hanno contribuito a trapianti non solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti, in Francia, Israele, Paesi Bassi, Danimarca, Regno Unito e Spagna.

Sono 21.914 le mamme pugliesi che hanno scelto di donare il sangue del cordone ombelicale, offrendo una concreta possibilità di cura a pazienti affetti da gravi malattie del sangue. Gli esperti ricordano che trovare una compatibilità genetica tra persone non appartenenti alla stessa famiglia è un evento molto raro, con una probabilità di circa una su 100mila.

Oltre alla conservazione delle unità destinate ai trapianti, la Banca Cordonale punta ad aumentare anche la disponibilità di gel piastrinico ottenuto dal sangue cordonale, impiegato nel trattamento di ulcere diabetiche e ferite difficili, comprese quelle provocate da rare patologie genetiche.

Bari, psichiatra uccisa nel 2013 a coltellate da un paziente nel Csm: l’Asl risarcisce i familiari di Paola Labriola

La Asl Bari ha dato esecuzione all’accordo transattivo con i familiari della psichiatra Paola Labriola, uccisa il 4 settembre 2013 con 58 coltellate da un paziente tossicodipendente mentre lavorava nel Centro di salute mentale del quartiere Libertà, a Bari. Per il delitto, Vincenzo Poliseno sta scontando una condanna definitiva a 30 anni di carcere.

L’Azienda sanitaria, riconosciuta responsabile civile, è stata condannata al risarcimento dei danni. L’intesa raggiunta con i familiari chiude definitivamente ogni contenzioso tra le parti e prevede la rinuncia a ulteriori pretese.

Il lungo iter giudiziario era iniziato nel 2013. Nel marzo 2024 il Tribunale del lavoro ha riconosciuto Paola Labriola come «vittima del dovere», accogliendo il ricorso presentato dal marito e dai tre figli. Secondo i giudici, la psichiatra fu assassinata durante l’esercizio della propria attività professionale in condizioni che la esponevano a maggiori rischi per la salute e l’incolumità personale.

Abusa di una paziente durante le radiografie: medico 64enne condannato a 2 anni ma resta al lavoro

Un tecnico radiologo di 64 anni, residente a Spongano, è stato condannato a due anni di reclusione dalla Corte d’Appello di Lecce con l’accusa di aver abusato di una paziente all’interno della sala radiografie dell’ospedale di Scorrano.

La sentenza conferma quella emessa in primo grado nel 2023 dal Tribunale di Lecce. Revocata invece la condanna al risarcimento nei confronti della parte civile, una 34enne leccese, poiché l’imputato ha già versato un indennizzo di 10mila euro.

L’episodio risale al 4 gennaio 2020. La donna, giunta in ospedale dopo un incidente domestico, sarebbe stata vittima dell’abuso durante gli esami radiologici. Dopo essersi allontanata dalla sala, la 34enne avrebbe chiesto aiuto e successivamente denunciato quanto accaduto ai carabinieri.

Le indagini hanno permesso di identificare il tecnico grazie alla testimonianza della donna e alle immagini acquisite dall’ospedale. In attesa delle motivazioni della sentenza, previste entro 90 giorni, la difesa potrà ricorrere in Cassazione. Fino a una decisione definitiva, il 64enne continuerà a svolgere regolarmente la propria attività lavorativa.

Foggia, paziente dializzata cade in ospedale. La denuncia: “Dieci ore di attesa al pronto soccorso sono andata via”

Avrebbe atteso per oltre dieci ore nel pronto soccorso del Policlinico di Foggia, decidendo alla fine di andare via e rinunciare all’assistenza, per essere visitata dopo una caduta da una poltrona, avvenuta il giorno prima, mentre si trovava nello stesso ospedale in attesa di sottoporsi alla consueta terapia di dialisi.

La vicenda, raccontata dalla paziente, una 56enne di Foggia da tre anni in dialisi per una patologia renale, risale a ieri.

Nelle prossime ore la donna fa sapere che invierà una formale lettera alla direzione sanitaria, con documentazione allegata, ma intanto ha deciso di raccontare l’accaduto “perché non capiti più a nessun paziente, soprattutto a coloro che presentano fragilità”.

“Ero seduta nella sala d’attesa della struttura di emodialisi del Policlinico di Foggia – racconta la donna – in attesa di entrare nel reparto per la consueta seduta di dialisi che eseguo tre volte a settimana, quando è venuto a sedersi sulla poltrona affianco alla mia un altro paziente. In quel momento entrambe le poltrone, che non erano ancorate a terra, si sono ribaltate e siamo entrambi caduti battendo il capo contro il muro. Io ho accusato anche un forte dolore al braccio.
Nonostante i sanitari intervenuti mi consigliassero di recarmi in pronto soccorso, ho deciso di effettuare la dialisi e fare rientro a casa”.

L’indomani mattina, con un evidente ematoma al braccio, su consiglio del medico di medicina generale, la donna è tornata al pronto soccorso. “Alle 15,49 sono stata presa in carico al triage con un codice di urgenza arancione, – riferisce la 56enne – sono stata sottoposta agli esami ematici, e, nonostante alle 18 fossi la seconda paziente in attesa di consulenza con uno specialista, alle 2 di notte, dopo oltre 10 ore, mi sono recata dall’infermiere di turno comunicandogli che, a causa della lunga attesa, non avevo assunto i miei farmaci vitali e non avevo effettuato l’insulina, con gravissimi rischi per la mia salute. Mi è stato risposto che ‘i medici sono solo due e non possono fare niente’. Di fronte a questo scenario di totale disservizio e noncuranza per la vita umana, ho deciso di andarmene, sentendomi non tutelata e in pericolo”.

Bari, trattamento inadeguato di cisti ovariche: Asl condannata a risarcire paziente 17 anni dopo con 60mila euro

Dopo 17 anni arriva la condanna in primo grado per la Asl di Bari, che dovrà risarcire con 60mila euro una paziente per un trattamento ritenuto inadeguato di alcune cisti ovariche.

La vicenda risale al 2008. La donna, su consiglio della ginecologa, si sottopose in un ospedale barese a un intervento con la tecnica dell’ago aspirato, venendo dimessa nello stesso giorno senza terapia antibiotica o antinfiammatoria. Nei giorni successivi comparvero febbre e forti dolori, con complicazioni protrattesi per mesi fino alla formazione di un ematoma retroperitoneale.

Successivamente la paziente fu costretta a un nuovo intervento chirurgico, che comportò l’asportazione delle tube e di un ovaio. La causa civile, avviata nel 2017 dall’avvocato Nicolò Nono D’Achille dopo un tentativo di mediazione e un accertamento tecnico preventivo, si è conclusa con la condanna della Asl.

Secondo il giudice, le cisti endometriosiche sarebbero state trattate con una metodologia “desueta” e non conforme alle buone pratiche cliniche, mentre sarebbe stato necessario un intervento laparoscopico fin dall’inizio.

Rsa Casa Caterina, sei ospiti lasciano la struttura. Una parente: “Basta abbiamo sopportato troppo”

Torniamo ad occuparci di Casa Caterina, la rsa di Adelfia finita al centro di un’inchiesta che ha portato la Procura di Bari a indagare sette persone, tra l’altro anche per maltrattamento e abbandono. Nei giorni scorsi, come vi abbiamo raccontato, Nas e Finanza hanno fatto accertamenti, perquisizioni e sequestri, anche presso le abitazioni di alcuni indagati.

La struttura funziona, è ancora aperta regolarmente, gli ospiti anziani all’interno sono sereni e sono accuditi grazie alla straordinaria dedizione dei dipendenti.

Dopo aver incontrato sul posto il nuovo amministratore Gianni Melaccio e aver parlato con l’assistente sociale impegnata in struttura, facciamo un po’ il punto della situazione. Sono sei gli ospiti anziani che negli ultimi giorni hanno lasciato la struttura. Abbiamo parlato con la parente di una loro.

“A Casa Caterina non stiamo bene”, ospite della RSA chiede aiuto: “Paghiamo ma ci manca tutto”

Torniamo ad occuparci della rsa Casa Caterina di Adelfia. Nell’ultimo periodo sono stati denunciati alle autorità competenti una dozzina di sabotaggi e c’è una controversia legale tra i proprietari e i gestori della struttura. La nostra priorità principale è sempre stata una, la salute dei pazienti ospitati all’interno. Siamo stati contattati da una di loro che ha voluto denunciare la situazione e rivolgere un appello. 

Medico “reperibile” non vede i calcoli. Paziente operato d’urgenza rischia la vita: “Reagite”

Torniamo ad occuparci di malasanità in Puglia e lo facciamo con la testimonianza della moglie di un paziente che ha rischiato la vita nei giorni scorsi. L’uomo, dopo aver accusato alcuni sintomi, si è recato prima all’ospedale Di Venere, ma dopo diverse ore e alcuni accertamenti piuttosto sommari è stato dimesso. Il giorno dopo si è recato al Policlinico dove è stato sottoposto d’urgenza ad un intervento a  causa di una colecisti in necrosi.

Bari, al Di Venere l’intelligenza artificiale per la terapia del dolore: “Impara le risposte del paziente”

Un nuovo sistema di stimolazione midollare basato sull’intelligenza artificiale, capace di adattarsi al dolore del paziente e di personalizzare in modo automatico la terapia, è stato impiantato all’ospedale Di Venere di Bari.

Lo annuncia la Asl del capoluogo pugliese in una nota, spiegando che la tecnologia “utilizza una stimolazione ad alta frequenza ed è dotata di un sistema intelligente capace di analizzare numerosi parametri clinici e comportamentali. In questo modo la terapia viene regolata automaticamente, adattandosi in tempo reale all’andamento del dolore e alle attività quotidiane del paziente”. A eseguire l’intervento è stato Bruno Romanelli, responsabile dell’unità operativa di Neurochirurgia.

“L’integrazione tra neuromodulazione e intelligenza artificiale – dice – segna un’evoluzione importante nella cura del dolore cronico. Si tratta di una tecnologia capace di adattarsi dinamicamente alle necessità del paziente, migliorando in modo concreto la qualità della vita di persone affette da patologie spesso molto invalidanti. Questa terapia è indicata in diverse forme di dolore persistente, in particolare quando le cure tradizionali non hanno dato i risultati sperati”.

La novità del sistema utilizzato al Di Venere è la capacità di funzionare in modo “intelligente”: grazie all’intelligenza artificiale, il dispositivo impara infatti dalle risposte del paziente e regola automaticamente la stimolazione, riducendo la necessità di continui aggiustamenti manuali e garantendo un controllo del dolore più stabile e duraturo.

Roberto Anaclerio, responsabile della terapia del dolore, evidenzia come “questo approccio mininvasivo rappresenti un’opportunità concreta per i pazienti che soffrono di dolore cronico complesso e resistente alle terapie tradizionali, offrendo la possibilità di ottenere un sollievo rapido e significativo”.

L’obiettivo, conclude la Asl, è costruire percorsi di cura personalizzati, mettendo a disposizione dei pazienti le tecniche più moderne e le terapie più avanzate.