Donna di 90 anni muore in casa, il marito e le figlie gemelle vegliano il corpo per 4 giorni: l’allarme dato dai vicini

Una donna di 90 anni è stata trovata morta, da almeno quattro giorni, all’interno della sua abitazione in via Verdi, nella frazione di Villa Convento, territorio di Novoli, nel Leccese. A far scattare l’allarme sono stati alcuni residenti che da giorni avvertivano cattivi odori provenire dall’appartamento.

Sul posto sono intervenuti i carabinieri che hanno rinvenuto il corpo dell’anziana in camera da letto, in avanzato stato di decomposizione. Dai primi accertamenti, il decesso sarebbe avvenuto per cause naturali.

Secondo quanto emerso, il marito e le due figlie gemelle avrebbero continuato a vivere nell’abitazione senza segnalare la morte della donna, in un contesto familiare segnato da forti fragilità sociali e personali.

Escluso il coinvolgimento di terzi, sono state avviate le operazioni di sanificazione dell’immobile mentre i tre familiari sono stati trasferiti in una struttura socio-sanitaria del territorio per ricevere assistenza. Sul posto anche il sindaco di Novoli e i Servizi sociali comunali, che hanno attivato la rete di sostegno e avvieranno l’iter per la nomina di un amministratore di sostegno per i familiari superstiti.

Uccisa dal marito a Foggia, l’ultimo saluto a Stefania Rago. Il vescovo ai due figli: “Perdonate se potete”

“Cari Jessica e Michael, perdonate se potete e amate. Il perdono disarma e cambia in bene i sentimenti malvagi. Il perdono non dona pace solo a chi lo riceve, esso lenisce anche il dolore e pacifica chi lo dona Cari figli, nella memoria della mamma, perdonate e amate. Mettetevi al servizio del bene, lasciatevi amare dal Signore Gesù e trovate pace”.

È un passaggio dell’omelia di monsignor Giorgio Ferretti, arcivescovo della diocesi Foggia-Bovino, durante il funerale di Stefania Rago, la donna di 46 anni uccisa il 23 aprile a Foggia nella sua abitazione dal marito, il 48enne Antonio Fortebraccio, ora in carcere con l’accusa di femminicidio. L’arcivescovo si è rivolto ai figli della donna e anche alla stessa vittima: “E tu cara Stefania, tra le braccia di Cristo Risorto, dal giardino del cielo, dove non c’è più né sofferenza né lutto, perdonaci e prega un po’ anche per noi”.

Il feretro, nella chiesa di San Michele Arcangelo a Foggia, era ricoperto da rose bianche, accompagnato dai suoi familiari: i figli Jessica e Michael, i genitori, la sorella, il fratello e tanti amici e persone che la conoscevano e le volevano bene. Per i funerali è stato proclamato lutto cittadino.

Nell’omelia, monsignor Ferretti ha detto che “la gelosia non è amore ma difesa della propria proprietà; ed è assurdo che consideriamo spesso anche le persone nostra proprietà. Diciamo alla persona amata ‘sei mia’ e sottintendiamo che non vogliamo che sia di nessun altro. E il nostro egoismo si espande al punto di voler soggiogare gli amati al nostro volere. E la profonda stoltezza di questo pensiero è che oltre a fare del male alle persone amate, così ne facciamo anche a noi stessi. Torturiamo e ci torturiamo: ci roviniamo la vita. Ah se comprendessimo l’amore sincero, libero, che Gesù ha per ciascuno di noi: forse ne sapremmo donare di più e di più vero agli altri. Basta – ha concluso – ascoltare noi stessi, le nostre voglie, i nostri desideri, le nostre passioni; basta soffrire per ciò che ci manca e smaniare, sgomitare per possedere; basta uccidere per avere”.

Si separa dal marito detenuto per costruire una nuova vita con il figlio, offesa per la famiglia di lui: pestata a sangue

Una donna salentina è stata aggredita dai familiari del marito, detenuto da circa tre anni per reati legati a un’operazione antimafia, perché aveva deciso di allontanarsi da quell’ambiente e costruire una nuova vita per sé e per il figlio. La scelta è stata vista dalla famiglia dell’uomo come una grave offesa, secondo codici ancora radicati, soprattutto per aver voluto portare via anche il bambino.

Dopo mesi di tensioni, aggravate anche dai comportamenti aggressivi del figlio che la madre voleva contrastare, il 23 aprile la situazione è degenerata: il cognato l’avrebbe picchiata con calci e pugni, lasciandola ferita a terra e minacciandola di farle togliere il figlio.

La donna è stata soccorsa e dimessa dall’ospedale con una prognosi di 7 giorni, poi ha denunciato l’accaduto ai carabinieri. Nonostante tutto, resta determinata a garantire al figlio un futuro lontano da quel contesto.

Cava gli occhi alla moglie, lei perde la vista: condannato a 9 anni e 6 mesi. Esclusa l’aggravante della crudeltà

Una lunga spirale di abusi domestici, durata oltre quindici anni, culminata in un’aggressione brutale che ha privato una donna della vista. Per questi fatti, avvenuti il 15 marzo 2022, il tribunale di Brindisi ha condannato in primo grado l’ex convivente della vittima a nove anni e sei mesi di reclusione.

La sentenza, emessa il 27 aprile, ha ridotto la richiesta della Procura — pari a 13 anni — escludendo le aggravanti di sevizia, crudeltà e recidiva. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni, mentre la difesa ha già annunciato ricorso in appello.

A dare l’allarme, il giorno dell’aggressione, fu uno dei figli minorenni della coppia, che contattò i carabinieri di Carovigno. All’arrivo dei militari, la violenza si era già consumata. La donna venne trasportata d’urgenza in ospedale e sottoposta a intervento chirurgico, ma i medici non riuscirono a salvarle la vista. L’uomo fu arrestato in flagranza, ma oggi si trova in libertà.

Secondo l’accusa, l’episodio rappresenta l’apice di anni di maltrattamenti sistematici. La vittima viveva isolata, priva di contatti con la propria famiglia, sottoposta a controllo e costretta a lavorare anche dopo interventi chirurgici. Le violenze, anche di natura sessuale, sarebbero state continue, accompagnate da minacce — talvolta armate — che impedivano qualsiasi tentativo di allontanamento. Alla base, secondo gli inquirenti, motivi di gelosia e possesso.

La sera dell’aggressione, la donna avrebbe deciso di denunciare. Una scelta che avrebbe scatenato l’ultima escalation: il telefono sottratto, la porta chiusa e, infine, l’attacco che le ha cambiato la vita.

L’uomo deve rispondere di maltrattamenti in famiglia, violenza privata, sequestro di persona, lesioni personali gravissime, rapina e violenza sessuale. La vittima si è costituita parte civile: il tribunale ha disposto una provvisionale immediata, rinviando a una fase successiva la quantificazione del risarcimento.

Femminicidio a Foggia, Stefania uccisa a colpi di pistola: il marito guardia giurata confessa l’omicidio. È in carcere

La Puglia piange l’ennesima vittima di femminicidio, la tragedia si è consumata a Foggia. Stefania Rago, 46 anni, è stata uccisa dal marito, Antonio Fortebraccio, guardia giurata di 48 anni.

L’uom avrebbe esploso quattro colpi con la pistola d’ordinanza, uccidendo la moglie. Quando i carabinieri sono arrivati sul posto, per la donna non c’era ormai più nulla da fare. L’arma è stata rinvenuta all’interno dell’appartamento.

La coppia lascia due figli, un ragazzo e una ragazza poco più che ventenni, assenti in casa al momento del delitto, ora travolti da un dolore profondo. A rendere la vicenda ancora più sconvolgente è un dettaglio emerso nelle ore successive: la vittima condivideva spesso sui social messaggi contro la violenza sulle donne.

Non risultano però denunce pregresse né segnalazioni di maltrattamenti o interventi legati al cosiddetto “codice rosso”. Nella mattinata odierna, Fortebraccio è stato sottoposto a fermo con l’accusa di omicidio volontario aggravato dal vincolo coniugale. L’uomo ha confessato il delitto ed è stato trasferito in carcere. Le indagini proseguono per chiarire con precisione la dinamica e il contesto della tragedia.

Foggia, uccisa dal marito guardia giurata a colpi di pistola. Stefania e i segnali sui social: lascia due figli

Una donna di 46 anni, Stefania Rago, è stata uccisa ieri a colpi di pistola nella sua abitazione in via Gaetano Salvemini. A sparare il marito, Antonio Fortebraccio, 48 anni, guardia giurata.

Secondo le testimonianze dei vicini, poco prima degli spari si sarebbe verificato un violento litigio tra i due, seguito dall’esplosione di quattro colpi. Non si trattava di un episodio isolato: i contrasti in casa, spesso legati a gelosia, sarebbero stati frequenti.

La vittima, madre di due figli poco più che ventenni assenti al momento dei fatti, sui social condivideva messaggi contro la violenza sulle donne, rendendo la tragedia ancora più drammatica.

Dopo il delitto, l’uomo avrebbe chiamato i carabinieri. Sul posto sono intervenute le forze dell’ordine, mentre familiari e figli della coppia, sconvolti, sono accorsi nell’abitazione.

Fortebraccio è stato sottoposto a fermo con l’accusa di omicidio volontario aggravato dal vincolo coniugale e portato in carcere questa mattina dai carabinieri.

Femminicidio a Foggia, guardia giurata uccide la moglie a colpi di pistola: l’omicidio al culmine di una lite

Un uomo ha ucciso la moglie a colpi di pistola a Foggia. L’omicidio è stato compiuto nell’abitazione della coppia, in via Gaetano Salvemini. I vicini hanno riferito di aver sentito prima un litigio e poi l’esplosione di quattro proiettili. Sul posto si trovano i carabinieri.

La vittima è Stefania Rago, di 46 anni. Il marito, che è stato portato in caserma dai carabinieri, si chiama Antonio Fortebraccio, guardia giurata di 48 anni. La coppia – raccontano i vicini – ha due figli di oltre 20 anni, un ragazzo e una ragazza.

“La mia compagna mi ha chiamato e mi ha detto che c’era un acceso litigio in corso nell’appartamento accanto al nostro. Poi ha sentito i colpi di pistola. Dopo un pò si è affacciata e ha visto i lampeggianti delle forze dell’ordine. Sono arrivato qui e abbiamo saputo dell’uccisione della donna da parte del marito. Una notizia terribile. La mia compagna è spaventata”, le parole di un vicino.

Uccisa dal marito poi suicida, a Bisceglie l’ultimo saluto a Patrizia. I figli: “Grazie per averci insegnato la vita”

“Sei stata una mamma che ha vissuto per la famiglia e siamo certi che avresti continuato a farlo e avresti dato te stessa come sempre hai fatto, con tutto l’amore. Desideravi sempre aiutare in ogni modo ogni persona e la gente qui presente ne è la dimostrazione. Grazie per averci donato e insegnato la vita”.

Sono le parole che Mauro ed Elia hanno dedicato, al termine del funerale alla loro madre, Patrizia Lamanuzzi, la donna di 54 anni uccisa dal marito a Bisceglie, nel nord Barese, lo scorso 15 aprile. L’uomo, Luigi Gentile di 61 anni, avrebbe prima tentato di strangolarla per poi spingerla dal balcone dell’appartamento in cui la 54enne viveva, al quinto piano di una palazzina di via Vittorio Veneto.

Il 61enne si è poi tolto la vita lanciandosi a sua volta nel vuoto dallo stesso terrazzino. Per i funerali della donna il sindaco di Bisceglie, Angelantonio Angarano, ha proclamato il lutto cittadino.

“Mauro ed Elia, a voi va l’abbraccio di tutta la chiesa, dei sacerdoti, del vescovo e di tutta questa città che veramente con grande affetto si stringe al vostro dolore”, ha detto nell’omelia don Michele Barbaro, parroco della chiesa della Misericordia a Bisceglie, nel corso della messa esequiale.

“Possa Patrizia riposare in pace e benedire i suoi figli dal cielo”, ha continuato il sacerdote, che ha chiesto a Dio di restare “con noi in questo momento in cui è sera nei nostri cuori, nella nostra vita” a causa di “eventi che non comprendiamo e che ci spiazzano, che costituiscono una battuta di arresto e che ci fanno pensare che non abbiamo le forze per riprendere il cammino”.

“Abbiamo bisogno di ritornare a Dio, attraverso un processo di profonda conversione che ci aiuti a ritrovare con tutte le nostre povertà, con i nostri limiti, le nostre paure, le nostre tristezze ma anche con i nostri desideri, progetti, con tutto ciò che ci rende unici e che ci permette di aprirci all’altro con amore, ma un amore – ha concluso don Barbaro – che dona la vita, non la toglie, un amore che rende l’altro autentico nel suo essere immagine e somiglianza di Dio”. All’uscita del feretro dalla chiesa sono stati fatti volare palloncini rossi a forma di cuore.

Uccisa dal marito a Bisceglie, le parole dei figli di Patrizia: “Si rifletta sul valore della vita. Non ignorate le fragilità”

Chiedono rispetto, silenzio e riservatezza, ma anche che la tragedia non resti confinata a una dimensione privata. Mauro ed Elia Gentile, figli di Patrizia Lamanuzzi, la 54enne uccisa dal marito Luigi Gentile lo scorso 15 aprile a Bisceglie, hanno affidato a una nota il loro messaggio alla vigilia dei funerali.

I due giovani, assistiti dai legali Onofrio Musco e Adriana Moschetti, hanno espresso un sentito ringraziamento a quanti in queste ore hanno manifestato vicinanza e affetto: istituzioni, forze dell’ordine, magistratura, operatori intervenuti, associazioni e cittadini.

La volontà è che “una tragedia umana così profonda non resti soltanto una ferita privata, ma possa rappresentare un momento di riflessione collettiva sul valore della vita, sul rispetto della persona e sulla necessità di non voltarsi mai dall’altra parte di fronte ai segnali di sofferenza e fragilità altrui”, si legge.

Pur nel dolore, Mauro ed Elia ribadiscono la volontà di custodire il ricordo della madre nella sua dimensione più intima e personale, rinnovando l’appello al rispetto della riservatezza e del silenzio che il lutto impone.

Marito e moglie morti a Bisceglie, il nipote di Patrizia: “Uccisa da chi non la voleva libera”. Attesa per l’autopsia

“Dentro di noi c’è un silenzio che urla. Oggi piangiamo una zia che amava con quella generosità che oggi sembra quasi un difetto, e invece era il suo superpotere. Ce l’hanno strappata via, con una violenza cieca, assurda, senza senso. Uccisa da chi non ha saputo accettare la sua libertà, da chi ha chiesto per primo la libertà e poi ha deciso che quella donna non poteva appartenere più a nessuno, nemmeno a se stessa. Questo non è amore. Questo è possesso malato. Questo non è un raptus. Questo è un delitto. Questo non è giusto. Non lo sarà mai”.

È un passaggio di un lungo post pubblicato sui social, da Pietro de Cillis, nipote di Patrizia Lamanuzzi la donna di 54 anni di Bisceglie, nel nord Barese, morta dopo essere precipitata dal balcone del quinto piano di una palazzina di via Vittorio Veneto. A spingerla, secondo quanto ricostruito dai carabinieri che indagano sull’accaduto, sarebbe stato il marito, Luigi Gentile di 61 anni che si è lanciato nel vuoto dallo stesso balcone.

I due si stavano separando dopo più di 25 anni di matrimonio. Ad aiutare la ricostruzione e la dinamica di un omicidio seguito da un suicidio avvenuto mercoledì scorso, saranno le autopsie disposte dalla Procura di Trani. L’incarico sarà conferito nella tarda mattinata di oggi a Davide Ferorelli dell’istituto di Medicina legale del Policlinico di Bari. Gli accertamenti autoptici potrebbero incominciare domani pomeriggio.

Nel post, il nipote della 54enne chiede scusa alla vittima. “Ti chiediamo di perdonarci zia, ti chiediamo scusa. Scusa se questa società non ti ha protetta abbastanza, se abbiamo sottovalutato i segnali, se non siamo arrivati in tempo a tirarti fuori da quell’inferno. È un peso che porteremo noi, non tu”. “Quel mostro non vincerà – prosegue il post – non permetteremo che l’ultima parola su di te sia la violenza che ti ha uccisa. L’ultima parola su di te sarà la vita che hai donato, saranno i sorrisi che hai acceso nelle nostre facce stanche, saranno le persone che hai rialzato da terra quando nessuno le vedeva. Saranno i nipoti che cresceranno con il tuo esempio nel sangue come bussola”.

Il post si conclude con una promessa: “Noi giuriamo zia che ogni volta che qualcuno sarà solo, noi saremo lì, come facevi tu. Giuriamo che ogni volta che la vita ci sembrerà troppo pesante, cercheremo il mezzo pieno del bicchiere, perché così ci hai insegnato tu. Giuriamo che il tuo sorriso non morirà con te, lo porteremo noi e lo urleremo al mondo finché non diventerà contagioso come era il tuo”.