Omicidio a Treviso, 50enne di Molfetta trovata senza vita: il presunto killer di Vincenza è fuggito in Sudamerica

Il killer di Vincenza Saracino, la 50enne originaria di Molfetta trovata morta in un casolare in via Maleviste a Canizzano, vicino Treviso dove viveva con la figlia e il marito, è stato individuato. Si tratta di un 50enne sudamericano che ha lasciato l’Italia dopo l’omicidio.

Gli investigatori sono sulle sue tracce, possibile che si sia rifugiato proprio in un paese del Sudamerica. Potrebbe essere firmato un mandato di cattura internazionale, al momento è escluso il delitto per rapina e per motivi passionali. La vittima conosceva il suo killer.

Omicidio-suicidio a Bari, spara alla moglie e si toglie la vita: lunedì le autopsie sui corpi di Giovanni e Grazia

Saranno effettuate lunedì prossimo le autopsie sui corpi di Giovanni Buzzotta di 84 anni, e Grazia Franco di 83 anni, i coniugi trovati morti ieri in un appartamento di via Lucarelli a Bari.

Sarebbe stato l’83enne a sparare con una pistola contro la moglie, gravemente malata, per poi togliersi la vita. Gli accertamenti autoptici saranno eseguiti da Biagio Solarino dell’istituto di Medicina legale del Policlinico di Bari. Secondo quanto ricostruito finora, l’84enne avrebbe premuto il grilletto colpendo la moglie che è morta sul colpo. Dopo pochi istanti si sarebbe suicidato. A trovare i due cadaveri è stato il figlio della coppia che ha chiamato i soccorsi. Sull’accaduto indagano i carabinieri.

Omicidio-suicidio a Bari, 84enne spara alla moglie allettata e si toglie la vita: arma sequestrata. I dubbi sulla tragedia

Torniamo ad occuparci della tragedia avvenuta ieri pomeriggio in via Lucarelli a Bari dove un uomo di 84 anni ha ucciso con un colpo di pistola la moglie 83enne per poi togliersi la vita con la stessa arma. Secondo quanto emerso, pare che l’anziana fosse malata e costretta a letto.

Indagano sull’accaduto i carabinieri che hanno trovato e sequestrato l’arma. A trovare i due cadaveri che erano nella camera da letto dell’appartamento di via Lucarelli è stato il figlio della coppia. L’uomo tornato a casa ha chiamato i genitori senza ricevere risposta. Ha raggiunto la stanza da letto e si è trovato davanti ai corpi senza vita del padre e della madre. È stato lui a chiamare il 112 e il 118. All’arrivo, però, il personale sanitario non ha potuto fare altro che constatare il decesso dei due anziani.

I coniugi sono stati trovati insieme evidentemente perché l’uomo aveva stabilito il da farsi, a quanto pare non è stato un gesto improvviso. Le condizioni della donna allettata erano gravissime, mentre l’84enne era invalido al cento per cento. Non si comprende come sia stato possibile per lui, invalido totale, avere un regolare porto d’armi una pistola e un fucile.

Bari, omicidio Capriati a Japigia: chiesto l’ergastolo con isolamento diurno per Domenico Monti e Ignazio Larizzi

Il pm antimafia Federico Perrone Capano ha chiesto l’ergastolo con isolamento diurno per Domenico Monti e Ignazio Larizzi, con l’accusa di essere rispettivamente l’esecutore materiale e il mandante dell’omicidio di Mimmo Capriati. Il 21 novembre 2018 il boss fu sorpreso alle spalle nei pressi della sua abitazione in via Archimede e fu raggiunto da tre colpi di mitra. Morì il giorno dopo in ospedale.

Il 3 febbraio del 2021 furono arrestati Domenico Monti, Ignazio Larizzi e Christian De Tullio (scarcerato e assolto un anno dopo). Ieri pomeriggio si è celebrata l’udienza dinanzi alla Corte d’Assise a Bari e dopo 8 ore di requisitoria il pm ha avanzato la sua richiesta di condanna. Sono stati anche mostrati alcuni disegni realizzati da un condomino, conoscente della vittima, che riproducono l’agguato e che sono stati fondamentali nel corso delle indagini, così come le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia.

Domenico Monti, detto Mimmo u biund, è stato uno storico affiliato al clan Capriati ma i rapporti con il boss Mimmo erano da tempo deteriorati. La vittima era uscita da poco dal carcere dove, in regime di 41 bis, aveva scontato 16 anni di reclusione. La sentenza è attesa il 27 settembre prossimo, il 19 saranno ascoltate le difese e sarà dato spazio alle repliche della Dda.

Omicidio a Treviso, 50enne di Molfetta trovata senza vita in un casolare: profonda ferita al collo

Il cadavere di una donna, è stato trovato in un casolare a Preganziol. Secondo quanto si è appreso da fonti vicine gli inquirenti, la donna sarebbe stata uccisa a coltellate. Si tratta di Vincenza Saracino, 50enne originaria di Molfetta, la cui scomparsa era stata denunciata ieri dai familiari alle forze dell’ordine.

La prefettura di Treviso, proprio oggi, aveva trasmesso un comunicato di scomparsa riferendo che la donna si era allontanata dal luogo di lavoro, a Preganziol, ieri pomeriggio alle 17 con una city bike elettrica di colore azzurro con cestino e portapacchi di colore nero, facendo perdere le tracce. L’ultimo avvistamento segnalato alle forze dell’ordine era stato nei pressi di un supermercato nella zona, laterale alla strada Terraglio, intorno alle 17.30.

Omicidio Di Giacomo a Poggiofranco, Vassalli racconta: “Non volevo ucciderlo ero preso dall’ira. Colpi partiti”

“Non volevo ucciderlo, ero preso dall’ira. I colpi sono partiti durante la colluttazione, volevo solo che si prendesse le proprie responsabilità”. Queste sono le parole proferite da Salvatore Vassalli, l’operaio 59enne di Canosa arrestato con l’accusa di essere il killer di Mauro Di Giacomo, il fisioterapista barese ucciso a Poggiofranco sotto la sua abitazione la sera del 18 dicembre scorso, nell’interrogatorio che si è tenuto innanzi al gip Nicola Bonante e ai suoi avvocati.

Vassalli ha ribadito la propria versione dei fatti e ha parlato di una lite finita male. Aveva accompagnato sua figlia dal dentista a Bari e la ragazza non sarebbe riuscita a mettere la mano vicino alla guancia perché impossibilitata. La famiglia Vassalli aveva fatto causa a Di Giacomo, considerato colpevole per aver effettuato sulla ragazza nel 2019 una manipolazione sbagliata intervenendo sul rachide cervicale. Da qui la denuncia, la causa e la richiesta di risarcimento danni pari a 230mila euro per aver provocato un danno permanente causato da uno shock midollare. L’ultima udienza del processo si era celebrata il 7 dicembre.

Il 59enne quella sera lo ha affrontato. “Sono corso alla macchina e avevo la pistola in macchina. Prendo la pistola… lui l’ha visto perché eravamo proprio vicinissimi a un… neanche a due metri dalla macchina, lui l’ha vista, abbiamo continuato la colluttazione perché lui ha messo la mano sulla pistola, così mi ha preso il braccio e abbiamo continuato la colluttazione. In quel momento gli ho dato due tre botte a lui con la pistola e partivano… partivano i colpi perché come facevi con la mano… boom! Boom! Boom! Boom! Partivano i colpi a tutta forza. È stato tutta una… una baraonda, cioè non si capiva più… più niente! – le parole riportate da La Gazzetta del Mezzogiorno -. Sono arrivato a Canosa, sono stato un po’ sotto casa per riprendermi… mi sembra che strada facendo ha chiamato mia moglie pure o l’ho chiamata io… forse l’ho chiamata io, perché forse ho visto che era tardi… ‘Sto arrivando’. Lei mi dice: ‘Dove sei andato? Sei andato a fare la spesa tanto tempo?’. ‘No, non ho fatto la spesa, ho avuto un contrattempo’, roba del genere. Perché lei sapeva che io ero uscito per andare a fare la spesa come tutte le altre sere, normalmente. E sono arrivato a casa. Sono arrivato a casa, sono stato, diciamo… tutta la notte a pensare: che faccio? Che non faccio? Che faccio? Che non faccio? Cioè non sapevo neanche io, diciamo, la decisione da prendere, se costituirmi, se fare, se dire… Allora diciamo che c’avevo… c’avevo questo peso su… diciamo sullo stomaco, cioè di… la mia intenzione era dall’inizio, diciamo, quella di costituirmi, però diciamo una volta ci stava uno che c’aveva la febbre, un’altra volta quella c’aveva… diciamo un’altra cosa’.

Ha poi confermato di aver distrutto la pistola. “La mattina mi sono alzato prima dell’orario di lavoro, sono andato là, l’ho fatta a pezzettini, strada facendo Canosa-Cerignola, siccome lavoravo a Cerignola, l’ho buttata”, ha aggiunto. E pare che l’intera famiglia sia intenzionata comunque a riassumere la causa civile avviata dalla figlia di Salvatore Vassalli nei confronti di Mauro Di Giacomo. Il processo si è stoppato ma ci sono tre mesi di tempo per agire nei confronti degli eredi della vittima.Â