Bari, 26enne muore nel Cpr di Palese: ombre su traffico di metadone e ritardi nei soccorsi

Un presunto traffico interno di metadone, l’assenza di personale sanitario al momento del ritrovamento e un ritardo nei soccorsi di circa mezz’ora. Sono questi gli elementi più critici emersi dall’incidente probatorio svolto giovedì 19 marzo sulla morte di Simo Said, il 26enne marocchino deceduto l’11 febbraio nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Bari Palese.

Le testimonianze raccolte in aula, pur con alcune discrepanze, delineano un quadro preoccupante. Un primo testimone — già sopravvissuto a un’overdose — ha confermato di aver assunto metadone insieme a Said la sera precedente al decesso. La sostanza, secondo il suo racconto, veniva venduta all’interno del centro da un altro ospite, noto come “Rachid”, anche in cambio di sigarette. Lo stesso testimone è stato poi ricoverato in ospedale.

Diversa, ma parzialmente convergente, la versione del 21enne che ha trovato Said in fin di vita e ha dato l’allarme: secondo lui, la vittima non era in cura con metadone ma con altri farmaci forniti dal Sert, pur avendo manifestato l’intenzione di procurarselo. Entrambi i testimoni riferiscono però di un elemento comune: la presenza di schiuma alla bocca e il ritardo di circa trenta minuti nell’arrivo dei soccorsi, senza alcun intervento sanitario immediato.

“Queste rivelazioni suggeriscono l’esistenza di un mercato interno di sostanze e sollevano seri interrogativi sulla gestione della sicurezza e dell’assistenza sanitaria nel Cpr”, ha dichiarato l’avvocato Leonardo Lucente, legale di uno dei testimoni.

Un quadro che si inserisce in quanto già emerso nelle settimane precedenti. La deputata Rachele Scarpa, dopo un’ispezione nel centro il 13 febbraio, aveva segnalato un sistema coercitivo per la sottrazione di metadone a pazienti in terapia, costretti a cedere parte delle dosi.

Sulla vicenda insiste anche il legale della famiglia della vittima, Arturo Covella: “È necessario chiarire come il metadone possa circolare liberamente all’interno del Cpr, chi lo distribuisce e come sia arrivato nelle mani di Said e dell’altro giovane coinvolto nell’overdose”.

L’incidente probatorio rappresenta ora un passaggio chiave per accertare eventuali responsabilità e fare luce su una morte che solleva interrogativi urgenti sulle condizioni e sulla gestione dei centri per il rimpatrio.

Bari, incendio nel CPR di viale Europa: a fuoco materassi. Rogo domato dal personale di vigilanza

Attimi di apprensione nella tarda mattinata di oggi presso il Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) di viale Europa, dove si è verificato un principio d’incendio all’interno di alcuni moduli abitativi.

Secondo quanto comunicato dal Comando provinciale dei Vigili del Fuoco di Bari, l’allarme è scattato intorno alle ore 11:30, quando una richiesta di intervento ha segnalato la presenza di fiamme sviluppatesi da alcuni materassi.

Sul posto è intervenuta prontamente una squadra dei Vigili del Fuoco che, al suo arrivo, ha riscontrato una situazione già sotto controllo: le fiamme erano infatti state spente dal personale di vigilanza del centro, mentre nei locali permaneva una significativa presenza di fumo.

I pompieri hanno quindi provveduto alle operazioni di messa in sicurezza dell’area, evitando il rischio di eventuali riprese dell’incendio e garantendo la completa bonifica degli ambienti interessati.

Fortunatamente, non si registrano feriti né intossicati. Restano da chiarire le cause che hanno originato il rogo.

Bari, fermati tre cittadini extracomunitari irregolari e con precedenti: sono al Cpr in attesa di espulsione

Nella mattinata di giovedì, nell’ambito di specifici servizi predisposti dalla Polizia di Stato per prevenire la commissione di reati predatori nelle vie del centro cittadino, il personale della Squadra Mobile della Questura di Bari – sezione “Falchi” – ha intensificato i controlli nelle aree maggiormente frequentate in vista dell’avvicinarsi delle festività natalizie e del conseguente aumento dell’afflusso di persone impegnate negli acquisti.

Il servizio è stato organizzato attraverso pattuglie appiedate che, muovendosi con discrezione tra via Sparano, piazza Umberto e la zona della Stazione centrale, hanno monitorato attentamente i flussi pedonali. Durante l’attività, una pattuglia ha individuato tre cittadini di nazionalità georgiana, già noti al personale operante per precedenti specifici, in particolare per reati contro il patrimonio.

I tre sono stati fermati, sottoposti a controllo e messi a disposizione dell’Ufficio Immigrazione per la verifica della loro posizione sul territorio nazionale, risultata irregolare. Dopo gli adempimenti di rito, i tre uomini sono stati accompagnati presso il Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) di Bari, in attesa dell’esecuzione del provvedimento di espulsione.

La Polizia di Stato continuerà a mantenere alta l’attenzione sull’intero territorio e nelle aree commerciali maggiormente frequentate, al fine di garantire la sicurezza dei cittadini e prevenire la commissione di reati.

Brindisi, migrante di 35 anni trovato morto nel Cpr di Restinco: disposta l’autopsia. Ipotesi malore

Un migrante di circa 35 anni, originario della Nigeria, è morto nella notte tra l’1 ed il 2 maggio scorsi nel Cpr di Restinco, alla periferia di Brindisi. L’uomo è stato trovato privo di vita nel suo letto.

Vano è stato ogni tentativo di rianimarlo da parte dei soccorritori intervenuti. Tra le ipotesi quella di un malore. Del caso è stata interessata anche la procura di Brindisi che nelle prossime ore disporrà l’autopsia.

La salma dell’uomo si trova ora all’obitorio del cimitero di Brindisi in attesa di quelle che saranno le decisioni dell’autorità giudiziaria. A quanto si apprende il 35enne si trovava nel cpr di Brindisi dal gennaio scorso.

Fonti del Pd sottolineano che “ciò che viene derubricato a ‘malore’ difficilmente è separabile dal contesto dei cpr dove la reclusione è estremamente afflittiva, spesso si verificano abusi nella somministrazione psicofarmaci, e dove il diritto alla salute è tutt’altro che garantito. Nei cpr in Italia si muore, e noi li facciamo in Albania”.