Telefoni e droga sequestrati nel carcere di San Severo, la denuncia del Sappe: “Servono almeno 25 unità”

Telefonini e droga sono stati sequestrati nel carcere di San Severo (Foggia). Né da notizia il segretario nazionale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe) Federico Pilagatti.

Stando a quanto riferito, lunedì 27 ottobre è stato sequestrato un apparecchio telefonico in una stanza che ospitava alcuni detenuti e il 30 ottobre, in un’altra perquisizione, sono stati sequestrati un altro telefonino e alcuni grammi di sostanza stupefacente.

“I dati preoccupanti – riferisce Pilagatti – dicono che negli ultimi due mesi sarebbero stati sequestrato 10 smartphone e quasi un chilo e mezzo di droga tra hashish e cocaina. Tutto ciò avviene in un contesto drammatico poiché nonostante la carenza di poliziotti penitenziari a San Severo sia atavica, i pochi agenti in servizio con coraggio e professionalità stanno contrastando con le unghie e con i denti la delinquenza interna al carcere che lo vorrebbe trasformare in piazza di spaccio di droga e telefonini, come avvenuto in altri penitenziari della nazione”.

Pilagatti sottolinea che “in queste condizioni il personale di San Severo, nonostante tutti gli sforzi giornalieri, non può continuare a combattere da solo contro una criminalità attrezzata e con tante potenzialità, poiché sarebbe condannata a soccombere, per cui necessita l’aiuto urgente dell’amministrazione penitenziaria al fine di rivitalizzare gli organici della polizia penitenziaria con l’invio di almeno 25 unità”.

“Questo – conclude – oltre ad evitare che i droni portino il loro carico di materiale proibito fino alle stanze dei detenuti, consentirebbe ai poliziotti di poter fruire di diritti negati previsti da leggi e contratti di lavoro, costringendo i poliziotti ad effettuare innumerevoli ore di lavoro straordinario”.

Lecce, detenuto 25enne si toglie la vita in carcere. Il sindacato denuncia: “Situazione esplosiva e in deriva”

Tragedia nel reparto Infermeria del carcere di Lecce dove un detenuto 25enne, di origine straniera e adottato da una famiglia del posto, si è tolto la vita. Il giovane, secondo le prime ricostruzioni, era tossicodipendente e più volte aveva mostrato un carattere fragile.

“Siamo di fronte ad un’altra sconfitta dello Stato, in quanto quando una persona privata della propria libertà viene affidata al carcere e poi decide di suicidarsi, questo è da considerare come una sconfitta – le parole del segretario regionale della polizia penitenziari D’Amato – il sistema è letteralmente alla deriva in quanto 1.400 detenuti sono gestiti da poco più di 550 agenti, con turni fino a 18 ore consecutive e questo rappresenta una violazione sistematica di leggi e norme in materia sia contrattuale che dal punto di vista igienico-sanitario”.

“Umanamente porgiamo sentite condoglianze alla famiglia del giovane che si è tolto la vita – conclude il segretario del sindacato di polizia penitenziaria – e chiediamo un reale interessamento della politica e delle istituzioni al mondo del carcere, e ringraziamo tutte le donne e uomini della polizia penitenziaria per il grande senso di responsabilità e abnegazione che quotidianamente mettono in campo”.

Incubo per gli automobilisti a Taranto, parcheggiatore abusivo in carcere per 10 anni: danni a chi non pagava

Un parcheggiatore abusivo di 51 anni dovrà restare in carcere per 10 anni fino al 2035 dopo aver esercitato il controllo nella zona di piazza Kennedy, a Taranto, instaurando un regime del terrore per gli automobilisti e pretendendo il “caffè a piacere” per le vetture parcheggiate sulle strisce blu. In caso contrario i mezzi venivano danneggiati.

Nonostante le denunce accumulate e i provvedimenti di Daspo (divieto di avvicinamento e ingresso nella zona), l’uomo ripetutamente è tornato sul posto continuando la sua azione. In più il 51enne era sta condannato in passato anche a due anni di reclusione per maltrattamenti.

In totale i procedimenti penali a suo carico erano una trentina. Da qui il provvedimento con l’ordine di carcerazione con il raggiungimento dei dieci anni di reclusione. 

Carcere di Turi, pacco dall’esterno si impiglia mentre viene tirato su dai detenuti: all’interno droga e telefonini

“Questa volta la sorpresa l’hanno avuta i detenuti che tiravano su un filo fatto scendere da una stanza detentiva del carcere di Turi (che dà sulla libera via) a cui i complici dall’esterno avevano attaccato un pacco particolare, poiché lo stesso sarebbe stato sequestrato dopo essersi impigliato mentre veniva tirato su, come facevano una volta le nostre nonne con la spesa depositata in un cestino”.

Inizia così il comunicato del sindacato SAPPE.  “Ancora una volta il SAPPE deve ringraziare i poliziotti di Turi i quali, nonostante siano diventati uno sparuto numero (che diminuisce sempre di più a seguito dei pensionamenti, delle riforme ecc.ecc.) in servizio nell’affollato e degradato  carcere della cittadina pugliese con un sovraffollamento di detenuti di oltre il150%, sta combattendo una battaglia impari contro detenuti sempre più prepotenti per far prevalere la legalità, il rispetto delle leggi, e per cercare di tutelare i detenuti più deboli che vengono spesso sopraffatti dai violenti – si legge -. Che la lotta sia ormai senza quartiere  lo sta a dimostrare proprio questo ulteriore   sequestro avvenuto tra la notte di sabato e domenica scorsa, di materiale proibito  in cui c’era droga e telefonini (hashish, cocaina,5 telefonini completi di tutto, vedi foto)”.

“Ormai il sequestro in quantità industriali di tale materiale proibito non fa più notizia da quando i droni sorvolano ininterrottamente ed indisturbati i cieli sopra le carceri pugliesi e nazionali, ma le modalità di questo sequestro che risulta essere alquanto singolare, mette in evidenza la strafottenza dei criminali che ormai si sentono i padroni assoluti, grazie anche a tanti provvedimenti che la politica in questi anni, ha messo in campo per togliere alla polizia penitenziaria qualsiasi strumento di contrasto e difesa – aggiunge il sindacato -. Infatti il fenomeno si è ingigantito a dismisura da quando una partepolitica ha voluto legare le mani ai servitori dello stato diminuendo peraltro gli organici, concedendo poi tutto e di più ai detenuti per consentire loro di diventare i padroni delle carceri”.

“Purtroppo nemmeno l’attuale governo che ha idee diametralmente opposte alle politiche penitenziarie finora adottate, non sta imprimendo quella svolta auspicata per ridare il controllo delle carceri allo Stato, cosa che potrebbe essere fatta in pochi mesi adottando le giuste misure per punire chi crea disordine  ed azioni violente, nonché tutelare dall’altro canto la stragrande maggioranza dei detenuti che subisce  la prepotenza dei ristretti più violenti – conclude il Sappe -. In queste condizioni il personale di Turi sta dimostrando molto coraggio ed abnegazione, ma non può continuare a combattere da solo contro una criminalità attrezzata e con tante potenzialità poiché sarebbe condannata a soccombere, per cui necessita l’aiuto urgente dell’amministrazione penitenziaria al fine di rivitalizzare gli organici della polizia penitenziaria  con l’invio di almeno 30 unità, nonché  a provvedere ad uno sfollamento di almeno 50 detenuti.           Il SAPPE ritiene che il carcere di Turi entrato nella storia penitenziaria Italiana per aver ospitato  GRAMSCI e PERTINI(sono ancora conservate in maniera accurata le celle in cui erano ristretti) debba avere quel rispetto  e la possibilità di poter garantire ai detenuti i diritti costituzionali previsti dall’art.27, nonché la sicurezza all’interno ed all’esterno del penitenziario. A Napoli c’è il caffè sospeso, a Turi invece il pacco a sorpresa, sospeso”.

Carcere di Nuoro, evasione Raduano: 10 condanne e due assoluzioni. Al boss foggiano 2 anni e 6 mesi

Dieci condanne, due assoluzioni e il riconoscimento dell’aggravante del metodo mafioso. Questa è la sentenza emessa questa mattina dal Tribunale di Cagliari nel processo in abbreviato sull’evasione di Marco Raduano, boss foggiano del clan mafioso di Vieste, fuggito dal carcere di Badu ‘e Carros di Nuoro il 24 febbraio 2023.

A lui, catturato in Corsica e diventato nel frattempo collaboratore di giustizia, sono stati inflitti 2 anni e 6 mesi di reclusione, la Procura distrettuale aveva sollecitato una pena a un anno e 8 mesi.

Assolti Salvatore Deledda, agente penitenziario originario di Siniscola, per il quale il pm Danilo Tronci aveva chiesto la condanna a 5 anni per corruzione aggravata, e Mauro Gusinu.

Condannati tutti gli altri: Martino Contu, Marco Rinaldi, Tommaso Ruffert, Antonio Gusinu, Elio Gusinu, Marco Furfaro, Daniele Peron, Massimiliano Demontis e Gianluigi Troiano, con pene da un anno e otto mesi a cinque anni.

econdo la Procura, la fuga di Raduano, ripresa dal sistema di videosorveglianza mentre il boss si cala con lenzuola annodate da un cortile interno del carcere, fu possibile grazie a una rete di complici esterni, formata da allevatori e fiancheggiatori, e soggetti inseriti nel sistema penitenziario.

Polvere di caffè sui panetti di droga nascosti nei pacchi per detenuti: il fiuto del cane Goran scopre lo stratagemma

Droga nascosta nelle buste della spesa portate all’interno del carcere di Lecce. A scoprirlo i finanzieri del comando provinciale grazie anche all’aiuto prezioso del fiuto del cane antidroga Goran.

In particolare erano stati creati doppi fondi all’interno di pacchi destinati a due detenuti. Trovati 14 panetti di hashish per un totale di 1,3 chilogrammi, quantitativo che avrebbe permesso di ricavare oltre mille dosi.

Sui panetti era stata cosparsa polvere di caffè per cercare di ingannare il fiuto dei cani antidroga. I due detenuti sono stati denunciati per le ipotesi di reato di produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope.

Bari, Eugenio Palermiti jr ci riprova senza successo: respinta la richiesta dei domiciliari a Termoli. Resta in carcere

Eugenio Palermiti jr, 20enne nipote omonimo del boss del quartiere Japigia di Bari, ha chiesto nuovamente di lasciare il carcere. La richiesta presentata dalla sua difesa per gli arresti domiciliari è stata però nuovamente respinta dal pm antimafia Fabio Buquicchio e dalla gip Susanna De Felice.

Palermiti jr si tova in carcere per detenzione e porto d’armi nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Antonella Lopez, la giovane uccisa per errore al Bahia Beach di Molfetta.

Palermiti ha ammesso la detenzione di altre due pistole e ha cercato di convincere gli inquirenti, chiedendo di andare a vivere con la compagna a Termoli, in una casa messa a disposizione dalla sua madrina di battesimo, un’avvocatessa, estranea ad ambiente criminali. Senza successo.

Carcere di Taranto, due detenuti baresi aggrediscono agenti. Tensione e due ore di violenza

Duplice aggressione nel carcere di Taranto nella tarda mattinata di lunedì 13 ottobre, da parte di due detenuti, entrambi di origine barese, nei confronti di personale della polizia penitenziaria.

Lo denuncia il segretario generale del Cosp (Coordinamento sindacale penitenziario), Domenico Mastrulli, con il coordinatore regionale della Puglia, Luca Lionetti, parlando di “una disastrosa condizione di lavoro, con almeno 60 unità mancanti e turni oltre i limiti del contratto collettivo di lavoro”.

Secondo quanto riferito dal sindacato, il primo episodio è avvenuto intorno alle 12 nell’ufficio della sorveglianza generale, quando un detenuto ha aggredito la vicecomandante durante la contestazione di un rapporto disciplinare.

Solo il pronto intervento degli agenti avrebbe evitato il peggio. Mentre il detenuto veniva portato via, un secondo recluso – riferisce il Cosp – si è scagliato contro il personale intervenuto in aiuto, dando luogo a una colluttazione durata oltre due ore.

“Il primo aggressore era già stato sospeso dal regime del 14 bis e autore di altre violenze”, denuncia Mastrulli, parlando di inerzia degli uffici del Prap (Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria) di Bari e del Dap (Dipaertimento amministrazione penitenziaria) di Roma “che non hanno disposto il suo trasferimento”.

Il Cosp chiede una revisione urgente delle piante organiche e dei modelli organizzativi del personale, sollecitando il nuovo provveditore regionale e il Dap a intervenire. Nei prossimi giorni il sindacato visiterà l’istituto per incontrare il personale e verificare le condizioni di sicurezza.

Il boss Eugenio Palermiti tenta il suicidio, per la Dda di Bari è una messinscena. L’avvocato: “Sta male realmente”

Per la Dda di Bari quella di Eugenio Palermiti, il boss 71enne di Japigia che ha tentato il suicidio nel reparto protetto dell’ospedale Molinette di Torino, è stata una messainscena.

“Per anni è riuscito ad avere gli arresti domiciliari grazie a perizie compiacenti e continua a fare sempre i suoi trucchi per evitare il carcere”, la ricostruzione meno di un anno fa dei pm D’Agostino e Buquicchio riportata da La Repubblica.

Nei giorni scorsi Palermiti si è stretto attorno al collo una traversa da letto, consapevole che la stanza era videosorvegliata. Gli agenti della penitenziaria sono intervenuti prontamente per fermarlo. Anche in questo caso chi indaga nutre diversi dubbi. 

Eugenio Palermiti è stato condannato a 11 anni in abbreviato nel processo Codice Interno. Condannati nell’occasione anche il figlio Giovanni e il cognato Filippo Mineccia, mentre il nipote Eugenio Palermiti jr è in custodia cautelare nell’inchiesta sulla morte di Antonella Lopez, la giovane uccisa il 22 settembre 2024 nella discoteca Bahia di Molfetta.

“Il mio assistito realmente sta male e io sono in possesso di video e immagini tratte da videochiamate con i familiari dimostrativi della sua profonda sofferenza fisica e morale- le parole dell’avvocato Tiziana Areniello – Il giorno 4 ottobre Palermiti si è reso protagonista di un tentativo suicidario reale e sventato dall’immediato intervento degli agenti. Quando sono ritornata l’8 ottobre in istituto ho trovato il mio assistito in una camera senza lenzuola e né federe del cuscino, tutto testimoniato dalle telecamere di videosorveglianza nella sala colloquio in quanto aveva tentato l’impiccagione con una traversina che gli era stata fornita dal personale ospedaliero”.