Scambio elettorale politico-mafioso a Valenzano: confermata la condanna a 20 anni per Salvatore Buscemi

La Corte d’Appello di Bari ha confermato la condanna a 20 anni di reclusione per Salvatore Buscemi, 45 anni, ritenuto a capo dell’omonimo clan di Valenzano. L’imputato è accusato, tra gli altri reati, di associazione mafiosa, scambio elettorale politico-mafioso, usura, estorsioni, riciclaggio e reati legati ad armi e droga.

La pena tiene conto anche di una precedente condanna del 2021 per gli stessi fatti, che dovrà essere assorbita. Ridotta invece da 20 a 18 anni la pena per Ottavio Di Cillo, considerato referente del clan Parisi di Bari a Cassano delle Murge. Riduzioni di pena e riconoscimenti della continuazione anche per altri imputati.

Al centro dell’accusa di voto di scambio ci sono le elezioni amministrative di Valenzano del novembre 2019. Secondo la Procura, Buscemi avrebbe promesso voti della criminalità organizzata a sostegno di candidati vicini all’ex consigliera comunale di Bari Francesca Ferri e al compagno Filippo Dentamaro, in cambio di varie utilità. Ferri e Dentamaro, arrestati nel 2022, sono attualmente a processo con rito ordinario davanti al Tribunale di Bari per la stessa vicenda.

Il boss barese Giuseppe Diomede malato in carcere, da un mese chiede i domiciliari: 6 istanze e nessuna risposta

Giuseppe Diomede, 60 anni, storico esponente della criminalità barese detenuto dal 2000 e noto come “Pinuccio Dio il cantante”, attende una risposta alla richiesta di poter scontare la pena ai domiciliari per motivi di salute.

Il 4 agosto Diomede è stato sottoposto all’asportazione di un rene a causa di un tumore. Già dal 14 luglio il suo difensore, l’avvocato Francesco Maria Colonna Venisti, aveva presentato un’istanza al magistrato e al Tribunale di Sorveglianza di Sassari, evidenziando una «situazione di salute estremamente grave» e la necessità di cure continue e specialistiche, ritenute incompatibili con la detenzione.

Dopo l’intervento, il legale ha presentato altre cinque istanze, l’ultima il 17 agosto, chiedendo una risposta urgente. Diomede è stato dimesso il 10 agosto e successivamente riportato nel carcere Paolo Pittalis di Tempio Pausania, in Sardegna. La vicenda è resa nota da La Gazzetta del Mezzogiorno.

Secondo la difesa, a oggi nessuna delle sei richieste avrebbe ricevuto risposta. Diomede, condannato in passato per estorsione, associazione mafiosa, droga e omicidio, dovrebbe terminare la sua pena nell’agosto 2027.

Omicidio Rafaschieri a Bari, non impugna sentenza di primo grado: sconto di pena per il boss Mineccia

Ulteriore sconto di pena per il boss barese Filippo Mineccia, reo confesso dell’agguato mafioso del 24 settembre 2018, in cui fu ucciso Walter Rafaschieri e ferito suo fratello Alessandro. Per Mineccia i giudici hanno stabilito una condanna a 15 anni di reclusione.

In primo grado il boss 42enne, genero del capo clan di Japigia Eugenio Palermiti, era stato condannato a 20 anni di reclusione. Il coimputato Giovanni Palermiti, figlio del boss Eugenio, era stato condannato all’ergastolo. Mineccia non aveva impugnato la sentenza, mentre Palermiti sì, chiedendo l’esclusione dell’aggravante della premeditazione. I giudici dell’appello, accogliendo il motivo di ricorso, avevano ridotto le condanne ad entrambi, 20 anni per Palermiti e 18 per Mineccia.

Sulla responsabilità, il giudizio è ormai irrevocabile da tempo ma sulla quantificazione della pena inflitta a Mineccia, la Corte di Assise di Appello di Bari, dopo un primo rigetto e una successiva pronuncia della Cassazione, ha ora accolto la richiesta della difesa, rappresentata dall’avvocato Nicola Quaranta, della ulteriore riduzione di un sesto, come previsto dalla riforma Cartabia, per non aver impugnato la sentenza di primo grado.

Bari, blitz al San Paolo. Liberata casa occupata da abusivi: dentro la famiglia del boss degli Strisciuglio

Blitz questa mattina nel quartiere San Paolo di Bari, dove le forze dell’ordine hanno avviato lo sgombero coatto di alcuni alloggi popolari occupati abusivamente in via Candura 15.

Sul posto sono intervenuti Polizia, vigili del fuoco e personale del 118, predisposto per eventuali emergenze sanitarie. L’operazione, disposta dalla Procura di Bari, nasce da una segnalazione dell’Arca Puglia, che nei mesi scorsi aveva trasmesso un elenco di immobili occupati senza titolo. In totale sarebbero 26 gli alloggi considerati sensibili, alcuni dei quali già oggetto di interventi nei quartieri Carbonara, Ceglie del Campo e Japigia.

Tra gli immobili interessati figura anche un’abitazione occupata dalla famiglia di Alessandro Ruta, 39 anni, ritenuto dagli investigatori il capo dell’articolazione del clan Strisciuglio al San Paolo.

Attualmente detenuto e già condannato in via definitiva per associazione mafiosa, secondo gli inquirenti avrebbe continuato a esercitare il proprio ruolo all’interno del clan anche dal carcere.

Mafia garganica, torna in libertà il boss Armando Li Bergolis: sale la tensione fra i clan

Dopo una lunga detenzione, trascorsa in parte anche al regime del 41 bis, Armando Li Bergolis, 51 anni, ritenuto tra i nomi storici e più temuti della mafia garganica, è tornato in libertà. Esponente di vertice del clan Li Bergolis-Miucci, conosciuto come il gruppo dei “montanari”, lascia il carcere dopo aver scontato una lunga pena, riaccendendo l’attenzione sulle faide che hanno insanguinato il Gargano per decenni.

Il nome di Li Bergolis compare tra gli imputati del processo Iscaro-Saburo, il maxi procedimento che portò a 99 arresti e che sancì giudiziariamente l’esistenza della mafia garganica. In quell’ambito fu condannato a 27 anni di reclusione, stessa pena inflitta al fratello Matteo, mentre Franco Li Bergolis ricevette l’ergastolo.

Figlio di Pasquale Li Bergolis, ucciso durante una delle fasi più cruente della faida garganica, e nipote di “Ciccillo” Li Bergolis, considerato il patriarca del clan assassinato nel 2009, Armando Li Bergolis è stato indicato per anni dagli investigatori come una delle figure più influenti della criminalità organizzata del promontorio.

La scarcerazione viene seguita con attenzione dagli investigatori, soprattutto alla luce dei nuovi assetti criminali sul territorio e delle più recenti inchieste sulla mafia garganica.

“Non ascoltate Tommy Parisi”, polemica dopo l’appello della presidente Antimafia: scoppia la rivolta dei fan

Le parole della presidente della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo, accendono il dibattito sul rapporto tra musica e criminalità. L’invito rivolto ai giovani a non ascoltare Tommy Parisi, né artisti legati a contesti mafiosi, ha provocato una dura reazione da parte dei fan del cantante neomelodico.

Sui social si è rapidamente diffusa una protesta in difesa dell’artista 43enne, figlio del boss di Japigia Savino Parisi. “Non è un cognome, ma una persona”, scrivono i sostenitori, rivendicando il valore emotivo della sua musica e respingendo ogni associazione automatica con l’illegalità.

A guidare il fanclub è Loredana Di Vincenzo, che contesta le dichiarazioni della deputata: “Si sta esagerando, si confonde la musica con la vita privata”. La fondatrice difende Parisi anche alla luce delle sue vicende giudiziarie: “Se ha sbagliato, sta pagando, ma non può essere denigrato come artista”.

Il cantante, attualmente detenuto, continua comunque a pubblicare musica tramite il suo staff. L’ultimo brano, “Malasuerte”, è uscito lo scorso dicembre, mantenendo vivo il legame con il pubblico.

Diversa la posizione della Direzione distrettuale antimafia e della magistratura. Secondo il giudice Giuseppe De Salvatore, Parisi sarebbe coinvolto nelle attività del clan familiare, come emerso nel processo “Codice interno”, che ha portato alla sua condanna a nove anni di reclusione. Intercettazioni e indagini lo collocherebbero in un ruolo attivo negli affari del gruppo, dal supporto organizzativo al riciclaggio.

Nonostante ciò, il sostegno dei fan resta forte. “Non ci fermeremo”, ribadisce Di Vincenzo, annunciando ulteriori iniziative per difendere il cantante e rivendicare la separazione tra arte e vicende personali.

Agguato a Vieste, ferito il cugino 35enne del defunto boss Notarangelo: spari in un supermercato

Diverse persone sono state ascoltate durante la notte da carabinieri per risalire ai responsabili dell’agguato compiuto ieri sera a Vieste nel corso del quale è stato ferito con almeno tre colpi di fucile a pallettoni Danilo Notarangelo, di 35 anni, nipote (figlio di un fratello) del defunto boss Angelo Notarangelo (soprannominato Cintaridd) ucciso nel 2015 in un agguato mafioso a Vieste in provincia di Foggia.

L’uomo è scampato all’agguato perché, pur ferito, è riuscito a rifugiarsi in un supermercato a poca distanza dalla caserma dei carabinieri di Vieste e dalla sua abitazione.

L’inchiesta, visto il calibro del ferito e la parentela con il defunto boss, è coordinata dai magistrati della direzione distrettuale antimafia di Bari. Stando a quanto si è appreso, Notarangelo stava rientrando a casa quando da un’autovettura sconosciuti hanno sparato. I colpi lo hanno raggiunto ad un braccio e di striscio all’addome.

Soccorso dai sanitari del 118, è stato dapprima trasportato e medicato presso il punto di primo intervento della cittadina garganica e poi in elisoccorso è giunto a Foggia dove è ricoverato. Le sue condizioni sono stabili e non è in pericolo di vita. A agire sarebbero state due persone con i volti coperti. Danilo Notarangelo era già sfuggito ad un agguato nell’estate del 2022 lungo la strada che collega Vieste a Mattinata. Era a bordo di un’auto con un amico quando, entrambi, furono raggiunti da colpi di fucile. L

‘agguato di ieri sera è avvenuto in un orario in cui per strada erano presenti automobilisti e passanti e persone che uscivano da un supermercato vicino. Il sindaco Giuseppe Nobiletti ha manifestato la sua preoccupazione, sottolineando che “simili episodi non si vedevano da anni, grazie ad una forte repressione messa in campo dalle forze dell’ordine e dalla magistratura. Sono certo che gli investigatori metteranno in campo un’azione massiccia e forte per contrastare sul nascere eventuali situazioni. Confido nel loro lavoro”.

Evasione dal carcere di Nuoro, il pentito Raduano confessa: “Per l’aiuto dei sardi mi sono sdebitato con un omicidio”

Nuovi dettagli sulla evasione dal carcere di Badu e Carros e sulla successiva latitanza emergono dalle dichiarazioni di Marco Raduano, ex boss della mafia garganica oggi collaboratore di giustizia. Le sue parole sono state rese durante un interrogatorio in videoconferenza nel processo davanti al tribunale di Nuoro, presieduto dalla giudice Elena Meloni, che vede imputati due presunti fiancheggiatori.

Raduano ha raccontato di aver pianificato la fuga per mesi, studiando le vulnerabilità della struttura carceraria e approfittando delle informazioni ricevute da altri detenuti. Ha riferito di aver ottenuto anche strumenti utili all’evasione e di aver sfruttato la relativa libertà concessa dal suo ruolo di lavoratore in biblioteca e “scrivano” per gli altri detenuti. Tra le criticità individuate, la presenza di chiavi lasciate incustodite e momenti in cui la sala regia risultava priva di personale.

L’evasione, avvenuta il 24 febbraio 2023, sarebbe stata favorita anche dal sostegno di altri detenuti, che gli avrebbero prospettato aiuti sul territorio sardo. Secondo il suo racconto, una volta fuori dal carcere avrebbe ricevuto assistenza logistica in diverse località, tra cui Bitti, Orune e Padru, fino a raggiungere la Corsica. Raduano ha descritto condizioni iniziali difficili, sostenendo di essere fuggito senza nulla e di aver trovato rifugio per alcuni giorni in un rudere nel centro di Nuoro, uscendo solo di notte per procurarsi cibo e acqua.

L’ex boss ha inoltre dichiarato che l’appoggio ricevuto da ambienti sardi e corsi sarebbe stato determinante durante la latitanza. In questo contesto ha affermato di essersi “sdebitato” con un omicidio, riferendosi al delitto di Paul-Félix Paoli avvenuto in Corsica nell’agosto 2023.

Le dichiarazioni, riportate in sintesi da alcuni quotidiani, sono ora al vaglio degli inquirenti e rappresentano un ulteriore tassello nelle indagini sulla rete di supporto che avrebbe favorito la fuga e la latitanza del boss.