Nulla da fare per La Praja di Gallipoli, il Tar respinge il ricorso: la discoteca resta chiusa nel clou dell’estate

La Praja di Gallipoli non riaprirà nell’immediato. Il Tar di Lecce ha respinto il ricorso presentato dalla società che gestisce il noto locale contro la sospensione della licenza disposta dal Questore di Lecce. Il provvedimento prevede 15 giorni di stop, adottati dopo una serie di episodi denunciati nelle scorse settimane.

Secondo i giudici, in questa fase deve prevalere l’interesse pubblico alla tutela dell’ordine pubblico e dell’incolumità delle persone, con particolare attenzione ai minori, rispetto al danno economico lamentato dalla società.

La vicenda giudiziaria, tuttavia, non è conclusa: la trattazione collegiale del ricorso è fissata per il 9 settembre, quando il Tar tornerà a esaminare il caso.

Inchiesta sulla Ssc Bari, ricorso dei De Laurentiis al Riesame contro i sequestri: “Accuse infondate”

Aurelio e Luigi De Laurentiis hanno presentato ricorso al Tribunale del Riesame contro il sequestro di documenti e dispositivi informatici disposto dalla Procura di Bari nell’inchiesta che li vede indagati per presunto falso in bilancio e bancarotta fraudolenta impropria. I due imprenditori respingono ogni accusa, ritenendola infondata.

L’indagine riguarda la cessione del portiere Elia Caprile dal Bari al Napoli, operazione che, secondo gli inquirenti, sarebbe stata conclusa a un valore inferiore a quello reale, causando un danno economico al Bari e un vantaggio al Napoli.

Nel corso delle perquisizioni la Guardia di Finanza ha acquisito documentazione contabile, tra cui una perizia sul valore del calciatore, oltre ai contenuti di computer e telefoni degli indagati. L’inchiesta si inserisce nello stesso procedimento in cui la Procura ha chiesto la liquidazione giudiziale della SSC Bari.

Soldi facili in Albania, Labianca chiede d’urgenza la cancellazione dei video: ricorso inammissibile

Il Tribunale di Bari ha dichiarato inammissibile il ricorso cautelare presentato da Cesare Labianca, insieme a Ceaser’s Group Shpk e Ceasar Foundation, nei confronti della nostra testata giornalistica.

I ricorrenti sostenevano di essere vittime di una campagna mediatica diffamatoria attraverso articoli, video e contenuti pubblicati dalla testata a partire dal dicembre 2025. Per questo avevano chiesto al giudice un provvedimento d’urgenza che imponesse la rimozione immediata dei contenuti contestati, il divieto di pubblicarne altri analoghi, il sequestro del materiale audiovisivo e l’applicazione di misure coercitive.

Il giudice Emanuele Pinto ha però dichiarato il ricorso inammissibile, sottolineando in particolare la tutela costituzionale della libertà di stampa. Il Tribunale ha riconosciuto Quinto Potere come una testata giornalistica online a tutti gli effetti, evidenziando che è regolarmente registrata, iscritta al Registro degli Operatori della Comunicazione (ROC), dotata di direttore responsabile e organizzata come una struttura editoriale professionale.

Per questo motivo, secondo il giudice, ai contenuti pubblicati si applicano le stesse garanzie previste dall’articolo 21 della Costituzione per la stampa tradizionale. Ne consegue che non è possibile disporre, attraverso un ricorso cautelare d’urgenza, provvedimenti di rimozione, sequestro o inibizione preventiva dei contenuti editoriali.

Il Tribunale ha poi ritenuto irrilevante, ai fini della decisione, la contestazione relativa alla qualifica professionale di Antonio, osservando che la tutela costituzionale riguarda il prodotto editoriale della testata giornalistica nel suo complesso. Con il provvedimento, il Tribunale di Bari ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso e ha condannato Cesare Labianca, Ceaser’s Group Shpk e Ceasar Foundation, in solido tra loro, al pagamento delle spese legali.

Parco della Giustizia di Bari, il Consiglio di Stato boccia i punteggi e respinge il ricorso: la gara è da rifare

Il punteggio massimo assegnato per la sostenibilità ambientale al progetto vincitore del Parco della Giustizia di Bari è stato giudicato errato. A stabilirlo è stato il Consiglio di Stato, che ha respinto gli appelli presentati dal raggruppamento guidato da Cobar, primo classificato, e dall’Agenzia del Demanio.

La decisione impone ora la revisione della graduatoria dell’appalto da 367 milioni di euro. Il nodo riguarda in particolare i cinque punti attribuiti alla certificazione Leed, legata ai criteri di sostenibilità ambientale, già contestati dal Tar di Bari. Senza quel punteggio, il raggruppamento Cobar-Sac scenderebbe al secondo posto.

A beneficiarne sarebbe il consorzio guidato da Manelli, impresa di Monopoli, attualmente secondo classificato con 86,58 punti. Tuttavia, anche su questo fronte il Tar ha chiesto ulteriori chiarimenti, imponendo alla commissione di gara di dettagliare meglio l’assegnazione di 3,68 punti.

Nel frattempo, Manelli ha avviato una procedura di composizione della crisi e ha ceduto il ramo d’azienda alla Cmc di Ravenna, mantenendo comunque la partecipazione in raggruppamento con diverse imprese.

La parola torna ora alla stazione appaltante, che dovrà riconvocare la commissione e dare attuazione alle sentenze amministrative. Inevitabile lo slittamento dei tempi: l’obiettivo iniziale dell’Agenzia del Demanio prevedeva la consegna del primo lotto entro il 2026, ma il cronoprogramma appare ormai destinato a ritardi significativi, stimati in almeno tre anni.

Bari, video hard e sesso con minori. Zia Martina assolta in Appello: la Procura presenta ricorso

La Procura generale di Bari ha fatto ricorso in Cassazione contro l’assoluzione di Daniela Casulli, insegnante di Brindisi nota come “zia Martina”.

In primo grado era stata condannata a 7 anni e 3 mesi per pornografia minorile e corruzione di minorenni. Tuttavia la Corte d’appello l’ha poi assolta, ritenendo che non fosse consapevole né responsabile della diffusione online dei video sessualmente espliciti girati con un ragazzo di 15 anni, realizzati – secondo i giudici – in un contesto privato.

Casulli ha sempre sostenuto che i rapporti fossero consenzienti (e quindi non reato) e di non sapere che i video fossero diventati virali, dichiarandosi una vittima. Ora la Cassazione dovrà decidere sul ricorso della Procura.

Il Consiglio di Stato dà il via libera al Parco della Giustizia di Bari, respinto il ricorso: “Progetto legittimo”

Il Consiglio di Stato ha confermato la legittimità del progetto del Parco della Giustizia di Bari, previsto nelle ex caserme Milano e Capozzi nel quartiere Carrassi e finanziato con circa 400 milioni di euro dal Ministero della Giustizia.

I giudici hanno respinto il ricorso presentato da un comitato di residenti e dall’associazione ambientalista Fare Verde, che contestavano la destinazione dell’area a “verde di quartiere” e il possibile impatto ambientale e urbanistico.

Secondo la sentenza, il progetto rispetta gli standard urbanistici perché l’area verde prevista sarà un parco pubblico urbano aperto alla collettività. I giudici hanno inoltre ritenuto adeguate le misure per gestire traffico e sostenibilità ambientale, tra cui un nuovo svincolo sulla tangenziale, il collegamento con i mezzi pubblici e l’uso di tecniche progettuali orientate alla rigenerazione urbana e alla riduzione dell’inquinamento

Ex Ilva, ricorso contro la sentenza del Tribunale di Milano. I cittadini: “Vogliamo lo stop immediato non ad agosto”

“Il Tribunale ha demolito la nuova Aia (Autorizzazione integrata ambientale, ndr) propagandata dal governo Meloni come la panacea di tutti i mali. Ma ha reso una motivazione contraddittoria sulla sospensione dell’attività produttiva. Anzichè ordinare l’immediata sospensione di essa ha concesso un ‘termine di grazia’ che viola quanto stabilito dalla Corte di Giustizia Europea e cioè che le proroghe sono illecite. Abbiamo quindi impugnato la decisione con riguardo a questo termine concesso che è di 3 anni decorrenti dalla scadenza dell’ultima Aia (24 agosto 2023)”. Lo annunciano i promotori dell’azione inibitoria contro l’ex Ilva che chiedono lo stop dell’area a caldo.

Il Tribunale di Milano ha ordinato all’azienda la sospensione dal 24 agosto in caso di mancata ottemperanza in tempi certi alle prescrizioni. Contro questo provvedimento è stato ora proposto ricorso alla Corte d’appello dall’avv. Maurizio Striano, che assiste – con il collega Ascanio Amenduni – gli 11 cittadini aderenti all’associazione ‘Genitori Tarantini’ promotori dell’azione inibitoria.

Con l’impugnativa ora i ricorrenti chiedono la sospensione immediata degli impianti perchè ritengono illegittima la concessione di qualsiasi termine. “Un altro motivo di impugnazione – spiega Striano – riguarda la ‘giustizia climatica’. Infatti il Tribunale ha respinto la nostra domanda di ordinare ai gestori l’abbattimento delle emissioni di CO2 che non sono tossiche, ma sono sicuramente nocive per gli effetti che hanno sul clima e, di conseguenza, sulla vita delle persone. Le motivazioni del Tribunale non tengono in alcun conto le argomentazioni svolte in un parere pro veritate dal professor Carducci, massimo esperto in materia in Italia e non solo. Ora dovrà pronunziarsi la Corte di Appello di Milano. Speriamo che lo faccia in tempi brevi. La Corte sarà chiamata a decidere anche sulla impugnazione che hanno proposto i gestori. Il primo tempo lo abbiamo vinto noi, speriamo che nel secondo l’arbitro non si inventi qualche rigore inesistente”.

Semestre filtro Medicina, la prima graduatoria: 350 ammessi a Bari. Le polemiche non si placano: pronti i ricorsi

Nella giornata di ieri, 8 gennaio, è stata pubblicata la graduatoria provvisoria nazionale per l’accesso al secondo semestre dell’Università di Medicina e Chirurgia. A Bari sono stati ammessi in 350 su 2500 candidati e le polemiche, dopo il semestre filtro, non si placano.

La graduatoria definitiva verrà pubblicata il 28 gennaio, chi è entrato lo ha fatto con sufficienze dirette, reintegrate o con crediti da recuperare. Si potrà immatricolare (entro il 14 gennaio) chi ha superato i tre esami previsti di Chimica, Biologia e Fisica (bestia nera come materia, superata da neppure il 15% dei candidati). Si potrà iscrivere chi è risultato idoneo, ovvero chi ha superato una prova su tre. Dovrà poi recuperare i crediti mancanti entro il 28 febbraio, con nuovi esami di fisica da affrontare. Ai non idonei non resta che ripiegare sui corsi affini.

“Ci avevano promesso ampliamento, ma la realtà è ben diversa: per qualcuno è stata una conferma, per la maggior parte degli studenti si tratta di un’esclusione che arriva dopo mesi di frequenze obbligatorie, spese, spostamenti e con delle regole ben poco chiare – le parole di Sahar Locaputo, Coordinatrice di UDU Bari -. Gli studenti hanno pagato mesi di studio, solo per essere poi esclusi da un sistema che non garantisce pari opportunità e le cui regole non sono state rese chiare dall’inizio. Come avevamo già denunciato, anche lo svolgimento degli esami ha presentato le sue criticità: mancanza di uniformità, difformità negli obblighi di frequenza, la tutela dell’anonimato non sempre è stata garantita. Insomma, un sistema sbagliato dall’inizio alla fine”.

“Un’altra grande criticità è rappresentata dalla situazione in cui si trovano tutti quegli studenti ammessi in graduatoria, ma in una città o regione diversa da quella in cui hanno frequentato fino ad oggi. Con le graduatorie definitive, previste per il 28 gennaio, sarà impossibile per questi studenti trovare una sistemazione, sia pubblica che privata, in tempo per l’inizio delle lezioni a febbraio, anche a causa dei diversi criteri adottati dalle agenzie per il diritto allo studio universitario. È responsabilità del Ministero dare disposizioni chiare per tutelare il diritto allo studio, ponendo al centro il benessere mentale e le opportunità degli studenti, e non la strenua difesa delle proprie mancanze”, conclude Sahar Locaputo.

“Come Unione degli Universitari, abbiamo lanciato un’iniziativa legale, un ricorso collettivo contro il semestre filtro – spiega Adriano Porfido, Esecutivo di UDU Bari -. È assolutamente illegittimo il modo in cui la Ministra Bernini e il Ministero hanno stravolto in itinere le modalità di composizione delle graduatorie. Invitiamo tutti gli studenti non soddisfatti dalle graduatorie a unirsi a noi e a contattarci, non siete soli”.

 

Morte Fabiana Chiarappa, ricorso in Cassazione: la difesa di don Nicola punta alla revoca dell’obbligo di dimora

Attesa nelle prossime ore la decisione della Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi sul ricorso presentato dalla difesa di don Nicola d’Onghia, il parroco di Turi sottoposto all’obbligo di dimora e coinvolto nell’inchiesta sulla morte di Fabiana Chiarappa, la 32enne soccorritrice 118 deceduta dopo essere caduta dalla moto lo scorso 2 aprile sulla provinciale 172 che collega Turi e Putignano.

Il sacerdote è accusato di omicidio stradale e omissione di soccorso. Secondo la tesi dell’accusa, il parroco avrebbe travolto Fabiana con la sua Fiat Bravo dopo che la ragazza era caduta dalla motocicletta, senza prestare soccorso alla vittima. Don Nicola D’Onghia ha sempre negato.Don Nicola si è sempre difeso dicendo di non essersi fermato perché convito di aver urtato una pietra.