Padri separati, Cassazione conferma 3 anni di carcere. Giuseppe: “Aiutatemi ad andare a Strasburgo”

Torniamo a parlare di Giuseppe e della sua storia da padre separato che ha commosso e indignato la nostra community. La Cassazione ha confermato l’esito dell’Appello, la condanna a 3 anni per maltrattamenti in famiglia è stata confermata. Siamo andati a trovarlo a Barletta dopo questa notizia. Nel video allegato gli aggiornamenti della storia.

 

Bari, aiuto dal fedelissimo dei Parisi. La Corte d’Appello ribalta tutto: confermato il licenziamento delle due vigilesse

La Corte d’Appello di Bari ribalta la decisione di primo grado e conferma il licenziamento delle due vigilesse della Polizia locale coinvolte nell’inchiesta “Codice interno”. I giudici hanno annullato il reintegro in servizio disposto in precedenza, ritenendo proporzionata la sanzione adottata dal Comune di Bari nei confronti di Rosalinda Biallo e Anna Losacco.

Alle due agenti veniva contestato di aver intrattenuto rapporti con Fabio Fiore, ritenuto vicino al clan Parisi di Japigia, e di aver chiesto il suo intervento in almeno un episodio per gestire le tensioni con automobilisti durante il servizio.

In primo grado il Tribunale aveva annullato il licenziamento, sostituendolo con una sospensione di due mesi e disponendo il pagamento degli stipendi arretrati, quantificati complessivamente in 113mila euro. La decisione era stata impugnata dal Comune e dalla Procura generale.

La vicenda risale al febbraio 2024, quando l’inchiesta antimafia “Codice interno” portò all’arresto di esponenti dei clan Parisi e Palermiti. In quell’occasione la Dda segnalò alla Polizia locale i comportamenti ritenuti incompatibili con il ruolo ricoperto dalle due agenti.

Con la nuova sentenza, l’impostazione del primo grado viene completamente ribaltata. Per le due vigilesse resta ora aperta la possibilità di ricorrere in Cassazione.

Guerra di clan per lo spaccio al Libertà, padre e figlio uccisi: due assolti e tre condanne in Appello

La Corte di Assise di Appello di Bari ha assolto «per non aver commesso il fatto» due imputati e ha confermato la condanna di altri tre al termine del processo d’appello bis nei confronti dei cinque affiliati al clan Strisciuglio di Bari, imputati a vario titolo per il duplice omicidio mafioso di Luigi e Antonio Luisi, padre e figlio, uccisi nell’ambito di una guerra tra clan per il controllo dello spaccio di droga nel quartiere Libertà.

Il 30 aprile 2015 fu ucciso in un agguato il figlio Antonio e ferito il padre, vero obiettivo dei killer. Il figlio, estraneo ai contesti criminali, fu ucciso per errore perché si frappose tra i sicari e il padre per salvarlo. Il 31 ottobre 2016 il clan portò a termine l’obiettivo, tornando a colpire Luigi Luisi, che morì in ospedale il 14 novembre dopo due settimane in coma.

I giudici, dopo l’annullamento con rinvio della Cassazione, hanno assolto Vito Valentino, ritenuto uno dei mandanti per primo agguato, e Maurizio Sardella, ritenuto il basista del secondo agguato (entrambi condannati nei precedenti gradi di giudizio a 20 anni di reclusione), difesi dagli avvocati Nicola Quaranta, Bruno Vigilanti e Dario Vannetiello. La Corte ha invece confermato le condanne a vent’anni di reclusione per Alessandro Ruta, Christian Cucumazzo e Antonio Monno, mandante ed esecutori materiali del primo omicidio.

Secondo la Dda di Bari il clan Strisciuglio, con l’obiettivo di acquisire il monopolio nella gestione del traffico degli stupefacenti sul quartiere Libertà, avrebbe messo in atto una «imposizione mafiosa» sul clan Diomede, il cui referente era appunto Luigi Luisi e che per queste ragioni «doveva essere necessariamente eliminato». Inoltre Luisi si sarebbe rifiutato di continuare a rifornire di stupefacenti i rivali Strisciuglio e di pagare 200mila euro chiesti per continuare la sua attività di trafficante di droga.

Per i due agguati sono già definitive le condanne di Domenico Remini, pianificatore di entrambi i delitti (20 anni di reclusione); Donato Sardella, figlio di Maurizio, e Gaetano Remini, fratello di Domenico, che confessarono di essere gli esecutori materiali dell’assassinio di Luigi Luisi (condannati rispettivamente a 18 e 16 anni).

Amalia è sua figlia, l’esame del Dna dà ragione a Elio. L’appello al Giudice: “Fatemi fare il padre”

Due anni di battaglie, ricorsi e istanze per poter vivere pienamente il ruolo di padre. È la storia di Elia, uomo di origini albanesi residente nel Nord Italia, che dall’agosto 2023 lotta per costruire un rapporto stabile con la piccola Amalia, oggi di 6 anni. Lo avevamo incontrato circa tre anni fa e il caso aveva attirato l’attenzione per la determinazione dell’uomo che chiedeva con forza di poter riconoscere la bambina. Dopo mesi di attesa, l’esame del DNA aveva confermato la paternità, permettendo a Elia di riconoscere ufficialmente sua figlia.

La piccola vive attualmente in comunità insieme alla madre, che in passato avrebbe avuto problemi con la giustizia. Nonostante le difficoltà, tra padre e figlia si sarebbe creato un legame molto forte: Amalia, racconta chi segue la vicenda, adorerebbe Elia, che farebbe di tutto per non farle mancare nulla. Per poter trascorrere del tempo con lei, l’uomo affronta lunghi viaggi da Piacenza, riuscendo però a vedere la bambina soltanto per un’ora al mese, oltre a dieci minuti di videochiamata. Un tempo che, secondo Elia, non sarebbe sufficiente per garantire alla figlia l’affetto e la presenza di cui avrebbe bisogno.

Negli ultimi due anni il padre ha continuato a presentare numerose istanze ai servizi competenti. L’ultima richiesta riguarda la possibilità di portare Amalia per quattro giorni a Piacenza in occasione di una festa familiare: un momento importante per consentire ai parenti di conoscere la bambina per la quale, sostiene Elia, “ha messo in gioco tutta la sua vita”.

Secondo quanto riferito, anche la relazione dei servizi sociali di Piacenza sarebbe positiva e non evidenzierebbe ostacoli a un ampliamento degli incontri tra padre e figlia. Nonostante ciò, la situazione sarebbe ancora ferma. Nelle scorse ore Elia ha inviato un video-appello in cui manifesta tutta la propria disperazione, ribadendo il desiderio di poter vivere davvero il ruolo di padre accanto ad Amalia.

Omicidio Carta a Foggia, caccia alla super testimone. Diffuso fermo immagine: “Era lì 20 secondi dopo fatti avanti”

Il fermo immagine che ha ripreso la presenza di una persona sul luogo e all’ora dell’omicidio di Dino Carta, il 42enne personal trainer ucciso a Foggia il 13 aprile scorso, ritrae la possibile testimone oculare 20 secondi dopo il delitto.

Nel fotogramma si vede transitare uno scooter e pochi metri dietro una donna. Sono le 21.58 e 55 secondi del 13 aprile scorso, giorno del delitto Carta il cui omicidio, a distanza di due settimane, è ancora avvolto nel mistero. Qualche secondo prima di quella immagine gli spari, quattro in sequenza, hanno ucciso il padre di famiglia incensurato e benvoluto da tutta la comunità.

“La persona ripresa dal video è verosimilmente una donna di giovane età, alla luce della postura e del passo – spiega il legale della famiglia, l’avvocato Michele Vaira, che ha diffuso il frame per permettere l’eventuale riconoscimento della persona – . È nei pressi dell’omicidio 20 secondi dopo che si odono gli spari. Può essere importante individuarla e chiederle cosa abbia visto”.

Un appello che Vaira ha già lanciato la scorsa settimana, invitando la persona, la cui immagine non è ben nitida e visibile, a farsi avanti con le forze dell’ordine o con lo stesso legale per riferire eventuali informazioni che potrebbero rivelarsi utili ai fini dell’indagine coordinata dalla procura di Foggia e condotta dai carabinieri.

Intanto sul fronte investigativo, prosegue l’analisi della registrazione audio, in cui si sentono alcune voci tra cui quella che potrebbe appartenere alla vittima. Sull’audio è stata eseguita una perizia fonica. Continua anche l’analisi delle immagini della videosorveglianza, in attesa dei risultati degli esami balistici effettuati dai carabinieri del Ris sul caricatore della pistola probabilmente perso dal killer durante la fuga.

“Ferie” finite, Mario è per strada. Il Sindaco fa appello ai polignanesi: “Aiutiamolo insieme”

Tempo scaduto. Torniamo ad occuparci della storia di Mario, il senzatetto di 53 anni di Polignano. Dopo essere stato ospitato per mesi nella struttura alberghiera di Umberto, è tornato per strada.

Mario si è aperto inizialmente con noi e ha raccontato come ha vissuto negli ultimi mesi, lanciando anche un appello per trovare lavoro. Ci siamo poi recati con lui all’ostello abbandonato che potrebbe essere una soluzione importante per i senzatetto, prima di lanciare un secondo appello disperato per non tornare a vivere per strada.

Al momento non è stata trovata una soluzione e per questo abbiamo intervistato il sindaco di Polignano, Vito Carrieri, che ha voluto rivolgere un appello a tutta la sua comunità per aiutare Mario.

Parco della Giustizia di Bari, il Consiglio di Stato boccia i punteggi e respinge il ricorso: la gara è da rifare

Il punteggio massimo assegnato per la sostenibilità ambientale al progetto vincitore del Parco della Giustizia di Bari è stato giudicato errato. A stabilirlo è stato il Consiglio di Stato, che ha respinto gli appelli presentati dal raggruppamento guidato da Cobar, primo classificato, e dall’Agenzia del Demanio.

La decisione impone ora la revisione della graduatoria dell’appalto da 367 milioni di euro. Il nodo riguarda in particolare i cinque punti attribuiti alla certificazione Leed, legata ai criteri di sostenibilità ambientale, già contestati dal Tar di Bari. Senza quel punteggio, il raggruppamento Cobar-Sac scenderebbe al secondo posto.

A beneficiarne sarebbe il consorzio guidato da Manelli, impresa di Monopoli, attualmente secondo classificato con 86,58 punti. Tuttavia, anche su questo fronte il Tar ha chiesto ulteriori chiarimenti, imponendo alla commissione di gara di dettagliare meglio l’assegnazione di 3,68 punti.

Nel frattempo, Manelli ha avviato una procedura di composizione della crisi e ha ceduto il ramo d’azienda alla Cmc di Ravenna, mantenendo comunque la partecipazione in raggruppamento con diverse imprese.

La parola torna ora alla stazione appaltante, che dovrà riconvocare la commissione e dare attuazione alle sentenze amministrative. Inevitabile lo slittamento dei tempi: l’obiettivo iniziale dell’Agenzia del Demanio prevedeva la consegna del primo lotto entro il 2026, ma il cronoprogramma appare ormai destinato a ritardi significativi, stimati in almeno tre anni.

Ruba per drogarsi, malato psichiatrico ai Carabinieri: “Uccido la mia ex”. L’appello: “È pericoloso”

L’ennesimo furto di mance in un bar barese, questa volta a Bitonto. Ma non si tratta di uno dei due ladri di cui parliamo ormai da settimane. Ad entrare in azione questa volta è stato un altro soggetto.

Abbiamo scoperto che è stato autore di diversi furti, non solo nei bar, e siamo riusciti a risalire alla sua storia, molto complessa. Si tratta di un malato psichiatrico che vive di espedienti e che abusa di sostanze stupefacenti.

Graziella torna per strada, l’appello: “Loconte aiutala”. Situazione complicata: “Non collabora”

Ci occupiamo anche noi della storia di Graziella che da mesi vive sotto i portici del teatro Piccinni a Bari, accanto a Palazzo di Città. Grazie a donazioni e all’aiuto di volontari e politici ha potuto trascorrere alcune settimane in un B&B, prima di tornare per strada.

Rimasta sola dopo la morte dei familiari, Graziella continua a vivere in strada con il suo cane, aiutata da volontari e commercianti. Qualcuno ci ha interpellato con un video su TikTok, chiedendo il nostro intervento. La situazione è complicata anche perché Graziella non collabora.

Video tra due amanti di Altamura diffuso online, ribaltate due condanne in Appello: assolti dalla diffamazione

La Corte d’Appello di Bari ha ribaltato la sentenza di condanna di due persone, finite a processo nel 2020 con l’accusa di aver filmato e diffuso sui social un video di una coppia di amanti di Altamura (Bari) durante un incontro intimo nel mobilificio dell’uomo.

I due erano accusati di interferenze illecite nella vita privata e diffamazione e nel 2024, in primo grado, erano stati condannati a un anno di reclusione (pena sospesa) per accesso abusivo a sistema informatico, a seguito della riqualificazione del reato di interferenze illecite da parte del Tribunale.

Entrambi erano invece stati assolti dalla diffamazione. Il fatto risale al novembre 2016. La Corte d’Appello ha emesso sentenza di non luogo a procedere nei confronti di uno dei due imputati, ex compagno della donna immortalata nel video, per remissione di querela, mentre ha assolto l’altro imputato (il cognato del titolare del mobilificio) “perché il fatto non sussiste”. I due erano assistiti dagli avvocati Nicola Selvaggi e Angelo Dibenedetto.

Le motivazioni della sentenza saranno depositate in 90 giorni. Nel processo erano coinvolte altre due persone: la moglie del titolare del mobilificio, la cui posizione è stata stralciata, e il titolare del canale YouTube su cui fu diffuso il video, assolto in primo grado. Secondo l’accusa, il tutto sarebbe stato organizzato da tre persone. L’ex compagno della donna, dopo aver saputo dell’appuntamento tra i due amanti, avrebbe informato la moglie dell’uomo e il fratello di lei. I quali, quindi, si sarebbero introdotti nello showroom e avrebbero ripreso l’incontro. I due uomini, poi, erano accusati di aver diffuso il video su Facebook e Whatsapp, “rendendo pubbliche e contro la volontà dei soggetti ritratti le immagini e la registrazione audio-video ritraenti l’incontro riservato”, come si legge nel capo di imputazione.