Faida per il controllo della droga a Canosa, 8 condanne e un’assoluzione. Tre per tentato omicidio – NOMI

Il gup del Tribunale di Trani ha condannato otto imputati e assolto una persona nel processo nato dall’inchiesta “San Sabino”, che nel luglio 2025 portò all’arresto di 11 persone ritenute appartenenti a due gruppi criminali rivali in lotta per il controllo dello spaccio di droga a Canosa di Puglia.

Le condanne più pesanti sono state inflitte ad Andrea Sorrenti (12 anni e 6 mesi), Andrea Tarantino (10 anni) e Luca D’Agrezia (8 anni), ritenuti responsabili, tra l’altro, di tentato omicidio, ricettazione e detenzione abusiva di armi. Secondo le indagini dei carabinieri, i tre avrebbero pianificato un omicidio poi sventato dall’intervento delle forze dell’ordine.

Condanne comprese tra 15 e 32 mesi sono state inoltre emesse nei confronti di Francesco Lorusso, Michael Petroni, Danial Luchkov Slavchev, Donato Petroni e Angela Murante per episodi di spaccio di sostanze stupefacenti.

Michele Lorusso è stato invece assolto con la formula “perché il fatto non sussiste”. I difensori di Francesco Lorusso hanno annunciato ricorso in appello dopo il deposito delle motivazioni della sentenza.

Bari, sparatoria al San Paolo per sfottò su TikTok: confermate due condanne e un’assoluzione in Appello – NOMI

La Corte d’Appello di Bari ha confermato l’assoluzione di Giovanni Montani dall’accusa di aver preso parte all’agguato mafioso avvenuto il 19 marzo 2022 nel quartiere San Paolo, durante il quale rimasero feriti Nicola Cassano e la sua fidanzata, allora sedicenne. I giudici hanno respinto il ricorso della Procura, confermando la sentenza di primo grado che aveva escluso la presenza di Montani nel commando.

È stata invece confermata la condanna a quattro anni di reclusione per Nicola Cassano, ritenuto responsabile di detenzione e porto illegale di arma da fuoco ed esplosione di colpi aggravati dal metodo mafioso. Per il duplice ferimento erano già stati condannati a otto anni Michele Minella e Davide Pascazio, esecutori materiali dell’agguato.

Secondo la Direzione distrettuale antimafia, i fatti sarebbero maturati nell’ambito delle tensioni tra i clan Strisciuglio e Misceo-Montani. La sparatoria contro Cassano sarebbe stata una ritorsione dopo un precedente episodio in cui lo stesso Cassano avrebbe esploso colpi di pistola contro l’abitazione di Minella, in risposta ad alcuni video di scherno pubblicati sui social.

Tuttavia, per i giudici d’appello non vi sono prove della partecipazione di Montani all’azione armata, anche sulla base delle dichiarazioni degli stessi responsabili e delle vittime, che hanno ricondotto il commando a due sole persone.

Donato Monopoli ucciso dopo una lite in discoteca, ancora ridotte le condanne: la rabbia della famiglia

Nuova riduzione delle pene per Francesco Stallone e Michele Verderosa, ritenuti responsabili della morte di Donato Monopoli, il 26enne di Cerignola deceduto dopo sette mesi di coma in seguito al pestaggio avvenuto nella discoteca “Le Stelle” di Foggia nella notte tra il 6 e il 7 ottobre 2018.

La Corte d’Appello di Bari, nel nuovo giudizio disposto dalla Cassazione limitatamente alla determinazione della pena, ha condannato Stallone a 7 anni e 2 mesi di reclusione e Verderosa a 4 anni, 11 mesi e 20 giorni, riducendo ulteriormente le condanne già diminuite nel precedente processo d’appello.

In primo grado i due erano stati condannati dalla Corte d’Assise per omicidio volontario a 15 anni e 6 mesi e 11 anni e 4 mesi. Nel maggio 2024 il reato era stato riqualificato in omicidio preterintenzionale, con pene ridotte rispettivamente a 10 e 7 anni. Il nuovo processo d’appello ha portato a un ulteriore alleggerimento.

Nel procedimento bis il procuratore generale aveva chiesto la conferma delle precedenti condanne, mentre la difesa aveva contestato la configurabilità dell’omicidio preterintenzionale, richiamando anche presunte patologie pregresse della vittima, circostanza sempre respinta dalle parti civili.

Durissima la reazione dei genitori di Donato Monopoli, che hanno definito la sentenza «un insulto alla vita umana» e «uno schiaffo» inflitto dallo Stato. In un messaggio pubblicato sui social hanno annunciato che presenteranno un nuovo ricorso in Cassazione: «Combatteremo fino all’ultimo grado di giudizio. Lo dobbiamo alla dignità, al sangue e alla memoria di Donato».

Alluvione nel Tarantino con 4 morti: 6 condanne e 21 assoluzioni. Prescritti gli omicidi colposi – NOMI

Sei condanne e ventuno assoluzioni chiudono, in primo grado, il processo per l’alluvione che nell’ottobre 2013 devastò Ginosa e Laterza, causando quattro vittime e ingenti danni a infrastrutture, abitazioni, aziende e terreni agricoli.

La sentenza è stata pronunciata dalla giudice monocratica della Prima sezione penale del Tribunale di Taranto, Luana Loscanna. Le condanne riguardano ex dirigenti e responsabili dell’Autorità di Bacino della Basilicata, ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati contestati in relazione a presunte omissioni nelle attività di pianificazione e pulizia idraulica.

Un anno di reclusione, con pena sospesa, per Mariano Tramutoli, ex dirigente dell’Ufficio Piani e Programmi, Giovanni Di Bello, suo successore, Carmelo Paradiso, ex dirigente dell’Ufficio Piani e Programmi, e Giuseppe D’Alise, ex dirigente dell’Ufficio Affari generali e organizzativi. Un anno e sei mesi, sempre con sospensione condizionale della pena, per gli ex segretari generali dell’Autorità di Bacino Mario Cerverizzo e Antonio Anatrone. Tutti sono stati condannati anche al risarcimento dei danni alle parti civili, da liquidare in sede civile.

Le contestazioni di omicidio colposo per la morte di Rosa Pignalosa, Giuseppe Bari, Chiara Moramarco e Pino Bianculli erano già state dichiarate prescritte nel corso dell’udienza preliminare. Il Tribunale ha inoltre assolto altri 21 imputati, tra cui l’ex presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido, perché “il fatto non sussiste”, disponendo anche la trasmissione degli atti alla Procura per valutazioni sulla posizione della Regione Puglia, settore Difesa del suolo.

“Nessuna sentenza potrà restituire ciò che quelle famiglie hanno perduto, ma il riconoscimento del diritto al risarcimento rappresenta un passaggio importante”, ha commentato l’avvocato Michele Colonna, legale di una delle parti civili.

Naufragio Norman Atlantic, confermate le assoluzioni: pene ridotte per i tre condannati – NOMI

La Corte di Appello di Bari ha confermato l’impianto della sentenza di primo grado sul naufragio del traghetto Norman Atlantic, avvenuto tra il 27 e il 28 dicembre 2014 al largo delle coste albanesi, costato la vita a 31 persone, con altre 19 ancora disperse e 64 feriti tra i circa 500 passeggeri a bordo.

I giudici hanno respinto l’appello della Procura generale, confermando l’assoluzione dei 21 imputati già prosciolti in primo grado, tra cui l’armatore Carlo Visentini, membri dell’equipaggio e le società Visemar e Anek. È stata inoltre dichiarata inammissibile l’impugnazione nei confronti delle due società.

Ridotte, invece, le pene per i tre unici condannati per naufragio colposo: il comandante Argilio Giacomazzi passa da sei a quattro anni di arresti domiciliari, Gianluca Assante da cinque anni e quattro mesi a tre anni di lavori di pubblica utilità e Francesco Nardulli da tre a due anni di reclusione con pena sospesa.

Secondo l’accusa, il rogo scoppiò a bordo dopo che un numero eccessivo di camion frigoriferi fu imbarcato rispetto alle prese elettriche disponibili, costringendo alcuni mezzi a viaggiare con i motori accesi. La Corte ha inoltre assolto nel merito, con la formula “per non aver commesso il fatto”, Visentini e altri due ufficiali dall’accusa di omicidio colposo, già dichiarata prescritta in primo grado.

Bari, omicidi Barbieri e De Santis durante la “guerra di Japigia”: confermate le condanne per esecutori e mandanti

La Corte d’Appello di Bari ha confermato le condanne per gli otto imputati coinvolti nel processo con rito abbreviato nato dall’inchiesta sui due omicidi avvenuti nel 2017 a Bari, in cui persero la vita Francesco Barbieri e Nicola De Santis.

L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia, coordinata dal pm Fabio Buquicchio, ha ricostruito ruoli e responsabilità di mandanti, esecutori materiali e vedette nei due delitti, maturati durante la cosiddetta «guerra di Japigia» per il controllo del traffico di droga tra il gruppo di Antonio Busco e il clan Palermiti-Parisi.

Tra i condannati figurano anche Nicola Parisi, Filippo Mineccia e Gianni Palermiti, già destinatari di pene pari a 20 anni di reclusione. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni.

Naufragio Norman Atlantic, la Procura di Bari chiede 9 condanne e sanzioni per un milione in Appello

A quasi dodici anni dal naufragio del traghetto Norman Atlantic, avvenuto tra il 27 e il 28 dicembre 2014 al largo delle coste albanesi, la Procura generale di Bari ha chiesto la condanna di nove dei 21 imputati assolti in primo grado. Tra questi figurano l’armatore Carlo Visentini, membri italiani e greci dell’equipaggio e le società proprietaria e noleggiatrice della nave.

Per i tre imputati già condannati in primo grado per naufragio colposo è stata invece avanzata una proposta di concordato: quattro anni di arresti domiciliari per il comandante Argilio Giacomazzi, tre anni e lavori di pubblica utilità per il primo ufficiale di macchina Gianluca Assante e due anni con pena sospesa per il marittimo Francesco Nardulli.

La Procura ha inoltre chiesto pene fino a 4 anni e 8 mesi di reclusione, oltre a sanzioni amministrative per le società Visemar e Anek rispettivamente di 400mila e 600mila euro. Le prossime udienze sono fissate per il 2 e l’8 luglio, date in cui sono attese le conclusioni delle difese e la sentenza.

Secondo l’accusa, il rogo che provocò il naufragio sarebbe scoppiato sul ponte 4 a causa della presenza di un numero eccessivo di camion frigoriferi rispetto alle prese elettriche disponibili, costringendo alcuni mezzi a viaggiare con i motori accesi. Dal surriscaldamento di uno di questi camion sarebbe poi partito l’incendio che causò la tragedia, costata la vita a 31 persone, mentre altre 19 risultano ancora disperse.

Canosa, 4 casi di lupara bianca: confermate le condanne in Appello. Ergastolo anche per 86enne – I NOMI

Confermati dalla Corte d’assise d’appello di Bari i cinque ergastoli per quattro casi di lupara bianca compiuti a Canosa di Puglia, nel nord Barese, tra il 2003 e il 2015 nell’ambito di regolamenti di conti per il controllo del mercato della droga.

I giudici hanno respinto l’appello degli imputati confermando la sentenza emessa dalla Corte d’assise di Trani il 26 gennaio 2024. Si tratta dei presunti autori e mandanti arrestati nel novembre del 2021.

Degli imputati, Sabino Carbone, di 45 anni, è stato condannato all’ergastolo con tre anni di isolamento diurno per tre anni per gli omicidi di Sabino D’Ambra, scomparso il 14 gennaio 2010, di Giuseppe Vassalli, scomparso il 18 agosto 2015, di Sabino Sasso e Alessandro Sorrenti, di cui si sono perse le tracce il primo dicembre 2003; Daniele Boccuto dovrà scontare il carcere a vita con isolamento diurno per 18 mesi per l’omicidio e la distruzione di cadavere di Vassalli, reati commessi con le aggravanti della premeditazione e del metodo mafioso; ergastolo anche per Cosimo Damiano Campanella, di 86 anni, con isolamento diurno per un anno per l’omicidio di Sabino D’Ambra; carcere a vita e isolamento diurno per due anni e due mesi per Cosimo Damiano Campanella, di 44 anni, nipote omonimo dell’86enne considerato in concorso responsabile degli omicidi D’Ambra, Sasso e Sorrenti; è stata inflitta la pena dell’ergastolo con isolamento diurno per 18 mesi anche per Cosimo Zagaria, di 42 anni, per l’omicidio Vassalli.

Pasquale Boccuto, invece, è stato condannato a 10 anni e sei mesi di reclusione per estorsione, detenzione e porto di arma da guerra con le aggravanti dell’uso dell’arma, del metodo mafioso e della recidiva. Gli imputati dovranno risarcire alle parti civili le spese legali. Vassalli – secondo la ricostruzione accusatoria della Dda di Bari – sarebbe stato ucciso e fatto sparire perché “in rapida ascesa sul mercato canosino della droga e deciso a sottrarsi al predominio di Sabino Carbone”.

Anche Alessandro Sorrenti e Sabino Sasso, cognati tra loro, sarebbero stati uccisi perché volevano una fetta di mercato nello smercio di droga a Canosa. I loro cadaveri sarebbero stati dati alle fiamme e le ceneri disperse con l’aiuto dell’86enne. D’Ambra, invece, sarebbe stato ammazzato perché ritenuto confidente della polizia.

Bari, vendono orologi di lusso rubati e falsi: condannata coppia di Altamura e un napoletano – I NOMI

Il Tribunale di Bari ha condannato tre persone, con rito abbreviato, nell’ambito di un’inchiesta su un presunto traffico di orologi di lusso rubati e contraffatti. Le accuse contestate sono ricettazione e commercio di prodotti falsi.

Tra i condannati figurano il commerciante napoletano Quirino Bongiovanni, 61 anni, condannato a due anni e due mesi, Alessandro Lomaistro, 43 anni, titolare dell’attività “La Belle Epoque” di Altamura, condannato a quattro anni e quattro mesi, e sua moglie Loredana Dimola, 42 anni, condannata a due anni con pena sospesa.

Nello stesso procedimento è stato condannato anche Michele Giustino, 64 anni, a un anno e quattro mesi per il riciclaggio di oltre duemila bottiglie di vino pregiato nascoste in casa. L’inchiesta della pm Grazia Errede coinvolgeva inizialmente 14 persone: per alcuni imputati il processo è ancora in corso, mentre altri andranno a giudizio nel febbraio 2027.

Secondo le indagini, parte degli orologi proverrebbe dal furto avvenuto nel novembre 2021 nell’abitazione del colonnello della Guardia di Finanza Giulio Leo. I preziosi furono recuperati a Monaco di Baviera nel febbraio 2022 durante una fiera. Gli imputati sono stati inoltre condannati a risarcire le parti civili, tra cui il colonnello Leo e Rolex, con una provvisionale di 5mila euro. Restano aperti ulteriori accertamenti tra Roma e Milano dopo il ritrovamento di altri orologi rubati.

Guerra di clan per lo spaccio al Libertà, padre e figlio uccisi: due assolti e tre condanne in Appello

La Corte di Assise di Appello di Bari ha assolto «per non aver commesso il fatto» due imputati e ha confermato la condanna di altri tre al termine del processo d’appello bis nei confronti dei cinque affiliati al clan Strisciuglio di Bari, imputati a vario titolo per il duplice omicidio mafioso di Luigi e Antonio Luisi, padre e figlio, uccisi nell’ambito di una guerra tra clan per il controllo dello spaccio di droga nel quartiere Libertà.

Il 30 aprile 2015 fu ucciso in un agguato il figlio Antonio e ferito il padre, vero obiettivo dei killer. Il figlio, estraneo ai contesti criminali, fu ucciso per errore perché si frappose tra i sicari e il padre per salvarlo. Il 31 ottobre 2016 il clan portò a termine l’obiettivo, tornando a colpire Luigi Luisi, che morì in ospedale il 14 novembre dopo due settimane in coma.

I giudici, dopo l’annullamento con rinvio della Cassazione, hanno assolto Vito Valentino, ritenuto uno dei mandanti per primo agguato, e Maurizio Sardella, ritenuto il basista del secondo agguato (entrambi condannati nei precedenti gradi di giudizio a 20 anni di reclusione), difesi dagli avvocati Nicola Quaranta, Bruno Vigilanti e Dario Vannetiello. La Corte ha invece confermato le condanne a vent’anni di reclusione per Alessandro Ruta, Christian Cucumazzo e Antonio Monno, mandante ed esecutori materiali del primo omicidio.

Secondo la Dda di Bari il clan Strisciuglio, con l’obiettivo di acquisire il monopolio nella gestione del traffico degli stupefacenti sul quartiere Libertà, avrebbe messo in atto una «imposizione mafiosa» sul clan Diomede, il cui referente era appunto Luigi Luisi e che per queste ragioni «doveva essere necessariamente eliminato». Inoltre Luisi si sarebbe rifiutato di continuare a rifornire di stupefacenti i rivali Strisciuglio e di pagare 200mila euro chiesti per continuare la sua attività di trafficante di droga.

Per i due agguati sono già definitive le condanne di Domenico Remini, pianificatore di entrambi i delitti (20 anni di reclusione); Donato Sardella, figlio di Maurizio, e Gaetano Remini, fratello di Domenico, che confessarono di essere gli esecutori materiali dell’assassinio di Luigi Luisi (condannati rispettivamente a 18 e 16 anni).