Savelletri, turista 40enne violentata nel camper e minacciata con una pistola: si cerca l’aggressore con il Dna

Potrebbero essere gli esami del Dna a dare un nome all’uomo accusato di aver fatto irruzione in un camper a Savelletri, dove una turista di 40 anni ha denunciato di essere stata violentata sotto la minaccia di una pistola. Sulla vicenda indagano i carabinieri di Fasano.

La donna, in vacanza sul litorale fasanese, ha raccontato di essersi addormentata mentre lavorava al computer. In quel momento il presunto aggressore sarebbe entrato nel camper, puntandole una pistola al volto prima di abusare di lei. Resta da chiarire se l’arma fosse vera o un giocattolo.

La vittima ha fornito agli investigatori una descrizione dettagliata dell’uomo. Dopo l’accaduto, è stata accompagnata al pronto soccorso del Perrino di Brindisi, dove è stato attivato il protocollo previsto per i casi di violenza sessuale.

I carabinieri hanno sequestrato lenzuola, indumenti e altri reperti che potrebbero contenere tracce biologiche dell’aggressore. Gli investigatori stanno inoltre acquisendo le immagini delle telecamere della zona e raccogliendo testimonianze, concentrandosi sulle ore comprese tra la mezzanotte e le 3.

Gli accertamenti genetici sui reperti potrebbero consentire di ricavare un profilo Dna da confrontare con le banche dati, fornendo un elemento importante per identificare il presunto responsabile.

Bimbi azzannati a Noicattaro, il Dna conferma: si tratta di un lupo appenninico. Individuati tre esemplari nella zona

Il canide che nella serata del 4 agosto ha morso una bambina a Noicattaro è un lupo appenninico maschio. A confermarlo è l’analisi del Dna effettuata sui vestiti della piccola, che ha permesso di identificare con maggiore precisione l’animale coinvolto nell’aggressione.

Intanto proseguono le ricerche dell’esemplare, con la task force coordinata dalla Prefettura di Bari impegnata nelle attività di monitoraggio e individuazione del lupo.

Le ultime informazioni raccolte attraverso le fototrappole installate nella zona sembrerebbero inoltre indicare la presenza di tre lupi nell’area. Resta ora da capire se uno degli esemplari immortalati dalle telecamere sia proprio quello responsabile del morso alla bambina.

Le operazioni di ricerca proseguiranno con l’obiettivo di localizzare gli animali e garantire la sicurezza della popolazione.

Omicidio Angela Petrachi, confermato l’ergastolo per Giovanni Camassa: “Nuova prova Dna troppo frammentata”

La traccia biologica portata come prova dai legali di Giovanni Camassa per avanzare richiesta di revisione della condanna all’ergastolo “non può essere , né con certezza, né esclusivamente ” ricondotta all’uomo con cui Angela Petrachi aveva avuto una relazione sentimentale, il suo ex marito indagato in un primo momento e poi uscito dall’inchiesta.

Lo dicono i giudici della Corte d’Appello di Catanzaro nelle motivazioni depositate dopo il rigetto lo scorso marzo dell’istanza di revisione presentata da Giovanni Camassa contro la sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Appello di Lecce il 3 luglio 2012.

I giudici di Catanzaro motivano il rigetto dell’istanza evidenziando come il dato tecnico presentato dalla difesa dell’agricoltore salentino come prova nuova, una traccia di dna sulle calze di nylon della vittima, “non rende incompatibile il nuovo quadro indiziario con i dati probatori su cui è stato fondato il giudizio di colpevolezza di Camassa”.

Questo, come viene spiegato , a causa dell’elevata frammentazione del Dna presente sul reperto delle calze di nylon della vittima sia per i margini di incertezza della ricostruzione del profilo genetico , per la vicinanza di altri possibili ” soggetti contributori,” ovvero i figli avuti dalla donna con l’ex marito che , come affermano i giudizi ” posseggono necessariamente un Dna compatibile con quello del padre e che con molta più probabilità possono essere i veri contributori, posto che non è stata accertata la natura del liquido da cui è stata estratta la traccia biologica”. Angela Petrachi, giovane madre di Melendugno scomparve il 26 ottobre 2002 e fu trovata uccisa e brutalmente seviziata l’8 novembre successivo in un boschetto di Borgagne. Camassa si è sempre dichiarato innocente .

Amalia è sua figlia, l’esame del Dna dà ragione a Elio. L’appello al Giudice: “Fatemi fare il padre”

Due anni di battaglie, ricorsi e istanze per poter vivere pienamente il ruolo di padre. È la storia di Elia, uomo di origini albanesi residente nel Nord Italia, che dall’agosto 2023 lotta per costruire un rapporto stabile con la piccola Amalia, oggi di 6 anni. Lo avevamo incontrato circa tre anni fa e il caso aveva attirato l’attenzione per la determinazione dell’uomo che chiedeva con forza di poter riconoscere la bambina. Dopo mesi di attesa, l’esame del DNA aveva confermato la paternità, permettendo a Elia di riconoscere ufficialmente sua figlia.

La piccola vive attualmente in comunità insieme alla madre, che in passato avrebbe avuto problemi con la giustizia. Nonostante le difficoltà, tra padre e figlia si sarebbe creato un legame molto forte: Amalia, racconta chi segue la vicenda, adorerebbe Elia, che farebbe di tutto per non farle mancare nulla. Per poter trascorrere del tempo con lei, l’uomo affronta lunghi viaggi da Piacenza, riuscendo però a vedere la bambina soltanto per un’ora al mese, oltre a dieci minuti di videochiamata. Un tempo che, secondo Elia, non sarebbe sufficiente per garantire alla figlia l’affetto e la presenza di cui avrebbe bisogno.

Negli ultimi due anni il padre ha continuato a presentare numerose istanze ai servizi competenti. L’ultima richiesta riguarda la possibilità di portare Amalia per quattro giorni a Piacenza in occasione di una festa familiare: un momento importante per consentire ai parenti di conoscere la bambina per la quale, sostiene Elia, “ha messo in gioco tutta la sua vita”.

Secondo quanto riferito, anche la relazione dei servizi sociali di Piacenza sarebbe positiva e non evidenzierebbe ostacoli a un ampliamento degli incontri tra padre e figlia. Nonostante ciò, la situazione sarebbe ancora ferma. Nelle scorse ore Elia ha inviato un video-appello in cui manifesta tutta la propria disperazione, ribadendo il desiderio di poter vivere davvero il ruolo di padre accanto ad Amalia.

Rapina in casa a Bitonto, apre cassaforte con fiamma ossidrica. Incastrato dal Dna: arrestato 32enne pregiudicato

La Polizia di Stato ha arrestato un 32enne locale, pluripregiudicato, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal G.I.P. di Bari su richiesta della locale Procura della Repubblica, per furto aggravato in abitazione e porto illegale di arma comune da sparo.

Si rappresenta che si tratta di un provvedimento assunto nella fase delle indagini preliminari che necessita della successiva verifica processuale nel contraddittorio con la difesa.

L’uomo avrebbe commesso un furto in abitazione nell’ottobre 2024. Nella circostanza, utilizzando una fiamma ossidrica, sarebbe riuscito a sventrare una cassaforte sottraendo oro, contanti e una pistola con munizioni.

Sul luogo del delitto fu rinvenuto un frammento di guanto, dal quale, attraverso le analisi di laboratorio, è stato possibile isolare un profilo DNA compatibile con quello del sospettato, già censito nelle banche dati. L’arrestato, già in regime di detenzione domiciliare, è stato quindi trasferito presso il carcere di Bari.

È importante sottolineare che il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari e che, a seguito dell’arresto, si avvierà il confronto con la difesa dell’indagato, la cui eventuale colpevolezza, in ordine ai reati contestati, dovrà essere accertata in sede di processo, nel contraddittorio tra le parti.

Cadavere semicarbonizzato trovato a Canosa, arriva la conferma del Dna: è il 26enne Francesco Diviesti

L’esame del Dna compiuto sul corpo semicarbonizzato trovato nelle campagne di Canosa di Puglia e Minervino Murge lo scorso 29 aprile appartiene a Francesco Diviesti, il parrucchiere di 26 anni di Barletta, di cui non si avevano più notizie dal 25 aprile.

A confermarlo all’Ansa, è il legale della famiglia, l’avvocato Michele Cianci. “Gli accertamenti del Dna eseguiti dalla dottoressa Sara Sablone dell’istituto di Medicina legale del Policlinico di Bari hanno purtroppo provato che quel cadavere è di Francesco”, dichiara evidenziando che “ora aspettiamo che possano essere quanto prima restituiti i suoi resti ai genitori che sono distrutti dal dolore”.

Proprio il papà e la mamma del 26enne avevano riconosciuto un bracciale e una collana ritrovati sul cadavere rivelando agli inquirenti che erano gli stessi indossati dal figlio. Secondo quanto ricostruito finora, la vittima sarebbe stata raggiunta da diversi colpi di arma da fuoco prima che il suo corpo venisse dato alle fiamme. A coordinare il lavoro degli agenti della squadra mobile della questura di Andria è la Direzione distrettuale antimafia di Bari che ha aperto un fascicolo di inchiesta per omicidio aggravato dal metodo mafioso.

Al momento sono indagate cinque persone di età compresa tra i 25 e i 57 anni. Si tratta di tre uomini di Barletta, di un uomo di Minervino (proprietario della villa non lontana dal rudere in cui è stato trovato il cadavere e finita sotto sequestro), e di un cittadino di nazionalità albanese. All’attenzione degli investigatori c’è anche una rissa in cui il 26enne sarebbe stato coinvolto poche ore prima si sparire, e alla quale avrebbero partecipato anche due dei barlettani indagati, già noti alle forze dell’ordine. Il 26enne, che non aveva precedenti penali, la sera del 25 aprile era uscito di casa intorno alle 20:30 per poi entrare verso mezzanotte nel locale in cui lavorava con il padre nel centro di Barletta e lasciare il suo monopattino. A raccontarlo, le immagini regstrate dai sistemi di videosorveglianza della zona.

Neonato trovato morto nella culla termica a Bari, esami sul Dna: si cerca di rintracciare la madre

In corso gli esami sul Dna del neonato trovato morto nella culla termica della chiesa San Giovanni Battista il 2 gennaio scorso. Al medico legale è stato chiesto, nell’ambito dell’inchiesta aperta per fare chiarezza sul caso, di effettuare la comparazione del Dna del piccolo con quelli inseriti nelle banche dati della polizia. L’obiettivo è quello di identificare la madre.

Le indagini di Procura e squadra mobile di Bari infatti vanno avanti anche per abbandono di minori a carico di ignoti. Per la morte del bambino sono indagati per omicidio colposo il parroco, don Antonio Ruccia, e il tecnico Vincenzo Nanocchio, che installò la culla nel 2014 e lo scorso 14 dicembre ne cambiò l’alimentatore.

Le consulenze svolte in questi giorni sulle apparecchiature del locale in cui si trova la culla termica hanno mostrato il mancato funzionamento del materassino della culla (chiamato ‘tappetino’), che avrebbe dovuto far attivare l’allarme telefonico collegato al cellulare del parroco una volta rilevato il peso del bambino, e anche del climatizzatore che, a causa di una perdita di gas, ha emesso aria fredda e non calda una volta rilevata la presenza di una persona nella stanza in cui si trova la culla.