Bari, aiuto dal fedelissimo dei Parisi. La Corte d’Appello ribalta tutto: confermato il licenziamento delle due vigilesse

La Corte d’Appello di Bari ribalta la decisione di primo grado e conferma il licenziamento delle due vigilesse della Polizia locale coinvolte nell’inchiesta “Codice interno”. I giudici hanno annullato il reintegro in servizio disposto in precedenza, ritenendo proporzionata la sanzione adottata dal Comune di Bari nei confronti di Rosalinda Biallo e Anna Losacco.

Alle due agenti veniva contestato di aver intrattenuto rapporti con Fabio Fiore, ritenuto vicino al clan Parisi di Japigia, e di aver chiesto il suo intervento in almeno un episodio per gestire le tensioni con automobilisti durante il servizio.

In primo grado il Tribunale aveva annullato il licenziamento, sostituendolo con una sospensione di due mesi e disponendo il pagamento degli stipendi arretrati, quantificati complessivamente in 113mila euro. La decisione era stata impugnata dal Comune e dalla Procura generale.

La vicenda risale al febbraio 2024, quando l’inchiesta antimafia “Codice interno” portò all’arresto di esponenti dei clan Parisi e Palermiti. In quell’occasione la Dda segnalò alla Polizia locale i comportamenti ritenuti incompatibili con il ruolo ricoperto dalle due agenti.

Con la nuova sentenza, l’impostazione del primo grado viene completamente ribaltata. Per le due vigilesse resta ora aperta la possibilità di ricorrere in Cassazione.

Intercettazioni processo Codice interno, Vito Lorusso a Massimo Parisi: “Grazie per il sostegno a mia figlia”

Nuove intercettazioni al centro del processo nato dall’inchiesta “Codice interno”, con cui la Dda di Bari ha ricostruito presunti legami tra mafia, politica e imprenditoria nel capoluogo pugliese. In aula sono state lette alcune conversazioni che coinvolgerebbero il medico oncologo Vito Lorusso, imputato insieme alla figlia Maria Carmen Lorusso per scambio elettorale politico-mafioso in relazione alle elezioni comunali del 2019.

Tra le telefonate acquisite agli atti, una conversazione tra Lorusso e Massimo Parisi, fratello del boss “Savinuccio” del quartiere Japigia, nella quale il medico ringrazia per il sostegno elettorale ricevuto dalla figlia, poi eletta consigliera comunale.

Secondo l’accusa, l’elezione di Maria Carmen Lorusso sarebbe stata favorita dai voti procurati da tre clan baresi attraverso il marito, l’ex consigliere regionale Giacomo Olivieri, già condannato a 9 anni con rito abbreviato. Gli inquirenti ritengono che un ruolo sarebbe stato svolto anche da Vito Lorusso, medico curante di un nipote di Parisi.

Nel corso dell’udienza, l’ispettore della Squadra Mobile Salvatore Attimonelli ha letto diverse intercettazioni attribuite a Olivieri, nelle quali si farebbe riferimento alla necessità di ottenere centinaia di voti nel quartiere Japigia e al coinvolgimento di famiglie legate ai clan. I

n un’altra conversazione, Tommaso Lovreglio, nipote del boss Parisi e già condannato in abbreviato, avrebbe ribadito il sostegno alla candidatura di Maria Carmen Lorusso. Il processo, che vede imputate 15 persone, proseguirà il prossimo 3 giugno con il completamento dell’esame del teste investigativo.

Processo Codice Interno, le mani dei Parisi sull’Amtab. Le intercettazioni in aula: “Il clan voleva arrivare ai vertici”

Nuovi dettagli emergono dalla maxinchiesta Codice Interno che ha rivelato un vasto intreccio tra mafia, politica e imprenditoria barese. Secondo le migliaia di ore di intercettazioni, l’ex consigliere regionale Giacomo Olivieri, condannato a 9 anni per voto di scambio politico mafioso e tentata estorsione, orchestrava un proficuo accordo tra i clan e ambienti istituzionali locali.

Tra i protagonisti delle conversazioni intercettate c’è Michele De Tullio, che aspirava a una promozione all’interno dell’Amtab per “parlare con i vertici”. Le registrazioni, presentate oggi in aula nel processo con rito ordinario a 15 imputati, tra cui la moglie di Olivieri, Maria Carmen Lorusso, e il padre di lei, Vito Lorusso, mostrano il ruolo centrale della famiglia mafiosa Parisi nella municipalizzata, dove numerosi pregiudicati avevano contratti a tempo indeterminato.

Le intercettazioni rivelano come i clan gestissero dissidi tra dipendenti e collocassero parenti e affiliati in ruoli strategici, anche durante eventi pubblici come la Fiera del Levante 2018. Tra i nominativi spuntano la figlia di Massimo Parisi, la sorella e la fidanzata di Tommaso Lovreglio, con conferme dello stesso Lovreglio sulla gestione delle attività durante la manifestazione.

L’indagine, coordinata dai pm antimafia Fabio Buquicchio e Marco d’Agostino, conferma un’infiltrazione sistematica dei clan all’interno della municipalizzata, sotto commissariamento dopo lo scandalo giudiziario.

Spaccio di droga a Turi, faida tra i clan Parisi e Strisciuglio per il controllo delle piazze: 30 condanne

La gup di Bari Gabriella Pede ha condannato a pene che vanno da 20 anni di reclusione ad un anno e quattro mesi, 30 imputati coinvolti in un processo (in abbreviato) sul presunto controllo dello spaccio di droga a Turi, in provincia di Bari. Due imputati sono stati assolti da tutte le accuse.

Secondo quanto ricostruito dalla Dda di Bari (per l’indagine è stata applicata anche la pm Silvia Curione della Procura ordinaria) e dai carabinieri, le piazze di spaccio della città sarebbero state al centro di una faida tra i gruppi, rivali, vicini ai clan Strisciuglio e Parisi di Bari. Nell’ambito di questa faida sarebbero anche state bruciate delle auto come gesto di intimidazione.

L’indagine portò all’esecuzione di 37 arresti nel febbraio del 2025. Per gli inquirenti, a comandare dal carcere il gruppo vicino agli Strisciuglio sarebbe stato Davide Monti, pregiudicato conosciuto sin dall’inizio degli anni Duemila come ‘Il bambino con la pistola’.

Monti, assolto da un singolo episodio di cessione di droga «per non aver commesso il fatto», è stato condannato a 17 anni di reclusione, mentre la pena di 20 anni è stata disposta nei confronti di Vito Laera, considerato uno degli organizzatori dell’associazione di Monti. Il gruppo dei Parisi, invece, sarebbe stato comandato da Michele Parisi, fratello del boss di Bari ‘Savinucciò e deceduto qualche mese fa. Le motivazioni della sentenza saranno depositate in 90 giorni.

Bari, aiuto dal fedelissimo dei Parisi. Vigilesse sospese e poi reintegrate: saranno risarcite con 113mila euro

Il Comune di Bari ha presentato appello contro il reintegro di Rosalinda Biallo e Anna Losacco, le due agenti della Polizia locale licenziate nel 2024 nell’ambito dell’inchiesta “Codice interno”. Le due vigilesse erano state allontanate dal servizio per aver intrattenuto rapporti con un presunto esponente del clan Parisi di Japigia, arrivando in un caso a chiedere il suo intervento dopo un episodio di tensione con un automobilista.

Nonostante il ricorso dell’amministrazione guidata dal sindaco Vito Leccese, il Comune dovrà nel frattempo corrispondere alle due dipendenti un risarcimento complessivo di 113mila euro. La somma, approvata dal Consiglio comunale come debito fuori bilancio il 1° aprile, riguarda le retribuzioni non percepite durante il periodo di licenziamento, in virtù della immediata esecutività delle sentenze del giudice del lavoro.

La vicenda risale al febbraio 2024, quando l’operazione “Codice interno” portò all’arresto di esponenti dei clan Parisi e Palermiti. In quell’occasione, la Direzione distrettuale antimafia segnalò comportamenti ritenuti inappropriati da parte delle due agenti. Il Comune avviò subito un procedimento disciplinare, concluso con il licenziamento senza preavviso.

Le due vigilesse hanno però ottenuto ragione in primo grado: il giudice del lavoro Francesco De Giorgi ha riconosciuto la natura censurabile dei comportamenti, ma li ha giudicati non sufficientemente gravi da giustificare il licenziamento. La sanzione è stata quindi ridotta a una sospensione di due mesi, con conseguente reintegro.

Ora la partita passa alla Corte d’appello: un eventuale ribaltamento della sentenza potrebbe incidere anche sull’obbligo di risarcimento disposto a carico del Comune.

Bari, il pentito Sabino Pace dei Parisi spiega la sua scelta: “Hanno minacciato di morte me e la mia famiglia”

Dopo aver scelto di collaborare con la giustizia, Sabino Pace, 42enne noto come “Bino” e ritenuto vicino al clan Parisi, ha spiegato i motivi della sua decisione davanti ai magistrati.

Arrestato nell’aprile 2025 nell’ambito di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Lecce sul traffico di droga tra Ginosa e Bologna, Pace ha ammesso il proprio ruolo nel rifornimento di stupefacenti ai vertici dell’organizzazione.

Determinanti per la scelta di “pentirsi” sarebbero state le minacce di morte ricevute, anche attraverso i social, insieme a richieste estorsive fino a 20mila euro. “Se non paghi, ammazziamo te o la tua famiglia”, sarebbe stato l’avvertimento ricevuto.

Nel corso dell’udienza davanti al gup Maria Francesca Mariano, il 42enne ha collegato le intimidazioni a un omicidio avvenuto nel 2024 a Sannicandro di Bari, quello del 19enne Gabriele Decicco. Dopo quel delitto, ha raccontato, anche il figlio sarebbe stato minacciato di morte da un familiare della vittima.

Secondo la Dda di Bari, l’omicidio si inserisce nella faida per il controllo dello spaccio tra il gruppo legato a Pace e quello rivale vicino al clan Strisciuglio. Per il delitto è imputato il 24enne Alessio Gagliardi, ritenuto l’esecutore materiale.

Gli inquirenti ipotizzano che l’omicidio sia stato una ritorsione per un precedente agguato fallito, in un contesto di scontri tra fazioni per il controllo delle piazze di spaccio.

La collaborazione di Pace potrebbe ora rivelare nuovi dettagli sugli equilibri della criminalità organizzata nel Barese e chiarire ulteriormente il contesto in cui maturò il delitto.

Bari, pentito Sabino Pace dei Parisi. Era il reggente del clan a Sannicandro: “Ho sempre venduto droga all’ingrosso”

“Sono sempre stato un venditore all’ingrosso di stupefacenti” Con queste parole Sabino Pace, 42 anni, detto “Bino”, ha esordito davanti al Tribunale di Bari, confermando la sua decisione di collaborare con la giustizia. Considerato il reggente del clan Parisi a Sannicandro di Bari, l’uomo è ritenuto uno dei principali responsabili della gestione dello spaccio nella zona.

Comparso in videoconferenza, Pace ha ribadito le accuse nei confronti degli ex sodali, iniziando a ricostruire le dinamiche del traffico di droga. Il suo pentimento è maturato nell’ambito di un procedimento legato a un’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Bari, che lo indica come capo di un gruppo criminale operativo sul territorio. Le indagini hanno rivelato anche l’uso della piattaforma Telegram per organizzare gli ordini di stupefacenti.

Pace era già stato arrestato in una maxi operazione antidroga tra Bari e provincia, che aveva coinvolto complessivamente 38 persone. In precedenza era finito in manette anche per altri reati, tra cui estorsione, minacce a pubblico ufficiale e incendio doloso: nel 2014 aggredì un dipendente comunale e diede alle fiamme l’auto di un gioielliere.

Dopo la scelta di collaborare, è stato trasferito in una struttura carceraria lontana dalla Puglia. Secondo indiscrezioni, anche i suoi familiari sarebbero stati spostati in una località protetta.

Politica e mafia, Olivieri condannato a 9 anni di carcere. Il gup: “Ha scelto di rivolgersi ai Parisi per raccogliere voti”

Un accordo elettorale illecito con esponenti della criminalità organizzata barese per raccogliere voti alle Comunali del 2019. È questa la conclusione a cui è giunto il gup di Bari, Giuseppe De Salvatore, nelle motivazioni della sentenza che ha condannato in abbreviato l’ex consigliere regionale Giacomo Olivieri nell’ambito dell’inchiesta “Codice Interno”.

Secondo il giudice, Olivieri avrebbe partecipato consapevolmente a un sistema di scambio politico-mafioso finalizzato all’elezione della moglie, Maria Carmen Lorusso. La condanna è di 9 anni di carcere — 8 per voto di scambio e uno per tentata estorsione — oltre a una multa di 2mila euro.

Le motivazioni, contenute in 1.723 pagine, ricostruiscono l’attività dell’organizzazione mafiosa legata al clan Parisi-Palermiti di Japigia, capace non solo di gestire traffici illeciti come droga, armi ed estorsioni, ma anche di influenzare il consenso elettorale. Tra i principali imputati figurano i boss Savino Parisi ed Eugenio Palermiti, oltre a Tommaso Lovreglio, ritenuto figura chiave nei rapporti tra politica e criminalità.

Le indagini della Direzione distrettuale antimafia si basano anche sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e su intercettazioni che, secondo il gup, dimostrano l’esistenza di un accordo strutturato per la raccolta dei voti. Olivieri, si legge, avrebbe gestito la campagna elettorale “illecitamente”, avvalendosi di intermediari vicini ai clan e coordinandosi proprio con Lovreglio e altri referenti criminali.

Respinta la linea difensiva secondo cui l’ex consigliere non sarebbe stato consapevole della matrice mafiosa dei suoi interlocutori: per il giudice, le prove dimostrano invece una piena conoscenza del sistema, inclusi i meccanismi tecnici di gestione del voto.

L’inchiesta evidenzia anche un presunto sistema di infiltrazione nella pubblica amministrazione, in particolare all’interno dell’azienda municipalizzata Amtab. Secondo le dichiarazioni dei pentiti, riscontrate dalle intercettazioni, il clan Parisi avrebbe imposto un sistema clientelare di assunzioni, trasformando l’azienda in uno strumento di collocamento per persone vicine all’organizzazione criminale. Un quadro che, nelle parole del gup, descrive “una saldatura stabile tra criminalità organizzata e ricerca del consenso politico”.

Bari, gli affari del clan Parisi-Palermiti di Japigia con la mafia albanese: chiesto il processo per 26 persone

Si aprirà il prossimo 23 marzo l’udienza preliminare relativa all’operazione «Ura», la vasta indagine della Direzione investigativa antimafia che ha portato alla luce i legami tra la criminalità organizzata albanese e i clan baresi di Japigia. Al centro dell’inchiesta un articolato traffico internazionale di stupefacenti.

Le investigazioni hanno ricostruito un imponente flusso di eroina e cocaina, attivo dal 2016, lungo un asse che collegava i Balcani, il Nord Europa, il Sud America e la Puglia. Secondo gli inquirenti, sarebbe stata accertata una convergenza di interessi tra un’organizzazione con base in Albania, incaricata della gestione e distribuzione transnazionale della droga, e i clan Parisi-Palermiti operanti a Bari.

Ai gruppi di Japigia sarebbe spettata la fase di lavorazione e confezionamento dello stupefacente, successivamente ceduto all’ingrosso ad altre organizzazioni attive nelle province di Bari, Brindisi e Lecce. L’eroina proveniva dalla Turchia, mentre la cocaina arrivava dall’America Latina.

Sono ventisei gli imputati che compariranno davanti al giudice dell’udienza preliminare Antonella Cafagna. Le accuse contestate comprendono traffico internazionale di ingenti quantitativi di droga, riciclaggio e abuso d’ufficio.

Durante le indagini, la Dia ha documentato numerosi rifornimenti di stupefacente giunti a Bari dall’Albania e dal Nord Europa, per un totale di circa 255 chilogrammi tra eroina e cocaina pure, trasportati attraverso corrieri internazionali. Parallelamente, sarebbe stato individuato un costante flusso di denaro contante dalla Puglia verso l’Albania, quale pagamento delle forniture, movimentato tramite autisti di autobus di linea internazionale. Le somme trasferite, pari complessivamente a 4,5 milioni di euro, hanno consentito alle autorità albanesi di contestare l’ipotesi di riciclaggio.

Gli investigatori hanno inoltre ricostruito consegne di denaro avvenute a Bari per importi superiori al mezzo milione di euro, nonché il trasferimento di oltre 500 mila dollari dall’Albania all’America Latina come anticipo per l’acquisto di 500 chili di cocaina spediti da Guayaquil, in Ecuador. Nell’ambito dell’inchiesta sono emersi anche episodi di presunto abuso d’ufficio in territorio albanese.

Tra gli imputati figura Massimiliano Fiore, indicato dagli investigatori come uno dei principali intermediari tra i narcotrafficanti albanesi e il clan Palermiti. Nonostante un precedente per truffa e falso risalente a circa dieci anni fa, secondo la Dia Fiore sarebbe stato pienamente inserito nelle dinamiche criminali del quartiere Madonnella, svolgendo un ruolo di collegamento con gli acquirenti delle partite di droga provenienti dall’Albania. Sarebbe stato inoltre in contatto con Adi Coba, 33 anni, soprannominato «la bestia», ed Erigels Presi, 36 anni, detto «Enrico», ritenuti referenti albanesi dei gruppi smantellati, oltre che con il capo clan di Japigia Eugenio Palermiti.

Il nome dell’operazione, «Ura» — che in albanese significa “ponte” — richiamerebbe proprio questo presunto ruolo di collegamento. A Fiore sarebbe riconducibile anche una villa a Torre a Mare, sequestrata lo scorso ottobre, dove sono stati rinvenuti materiali ritenuti compatibili con il confezionamento di droga: un robot da cucina, buste in cellophane, un bilancino di precisione, nastro adesivo e piastre in acciaio.

L’udienza preliminare prenderà il via il 23 marzo. Il giudice avrà circa due mesi per decidere su un eventuale rinvio a giudizio, mentre la misura cautelare attualmente in corso scadrà a maggio.

La “vecchia” foto con Parisi e i concorsi ambigui. Antonio a De Nicolo: “Non sono servo di nessuno”

“Là ci sono i servitori dello Stato, lei chi sta servendo?”. Queste furono le parole proferite da De Nicolo, amministratore unico dell’Arca Puglia, nei confronti di Antonio durante lo sgombero di una casa occupata abusivamente da un clan.

Vi mostriamo una foto dove è ritratto al fianco di Tommy Parisi, figlio del boss Savinuccio all’epoca dei fatti incensurato, quando De Nicolo rivestiva il ruolo di presidente della Multiservizi di Molfetta.