Intercettato drone diretto al carcere di Foggia, sequestrati droga e cellulari: mezzo stordito dal jammer

Un drone che trasportava droga e telefoni è stato intercettato da un’agente della polizia penitenziaria in servizio sul muro di cinta del carcere di Foggia, mentre volava in direzione del penitenziario. Il drone è stato colpito dalla scarica di un jammer, strumento utilizzato come disturbatore di frequenze, perdendo il pacco che trasportava.

Lo rende noto il segretario nazionale del Sappe (sindacato autonomo polizia penitenziaria) Federico Pilagatti. L’episodio risale alla mezzanotte di sabato.

Il personale in servizio – fa sapere il Sappe – ha recuperato un pacco abbandonato dal drone contenente tre telefoni cellulari e sostanza stupefacente, hashish e marijuana, mentre il drone, dopo lo stordimento dovuto alla scarica del jammer, ha ripreso a funzionare venendo recuperato da ignoti all’esterno del carcere.

Il sindacato sollecita nuovamente “l’amministrazione penitenziaria ad intervenire con urgenza al fine di ridurre il sovraffollamento del penitenziario foggiano, il più alto della nazione (+220%), nonché inviare un nucleo di almeno 50 unità di poliziotti penitenziari, poiché la lotta si fa serrata non solo all’interno, anche all’esterno del penitenziario come i continui viaggi di droni dimostrano”.

Bari, il 42enne Alberto Villani tenta il suicidio in carcere: è grave. È imputato per l’omicidio della madre

Alberto Villani, 42enne di San Michele Salentino in carcere per l’omicidio della madre, Cosima D’Amata, la 71enne picchiata e data alle fiamme nel settembre 2023, ha tentato di togliersi la vita nella sua cella nella giornata di domenica.

L’uomo si trova rinchiuso nel carcere di Bari. È stato soccorso e trasferito d’urgenza al Policlinico di Bari dove è ricoverato in condizioni gravissime.

L’ultima udienza si è tenuta nel mese di gennaio, la prossima è fissata il 10 febbraio. È stata disposta una perizia psichiatrica per valutare la sua capacità di intendere e di volere  al momento del fatto.

 

Bari, il console generale della Georgia aggredito in centro: 37enne resta in carcere. Non ha fornito spiegazioni

Il 37enne che ha aggredito il console generale di Georgia Irakli Koiava due sere fa, mentre si trovava in corso Vittorio Emanuele a Bari, resta in carcere. La gip ha convalidato l’arresto con le accuse di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale nei confronti degli agenti della polizia locale che lo hanno fermato

L’uomo che ha precedenti penali e non ha fornito spiegazioni sul movente che, secondo quanto si apprende, sarebbe da ricercare in un’incomprensione avvenuta per strada. Il 37enne avrebbe detto di non sapere chi fosse la vittima.

 

Bari, telefoni e droga in carcere in cambio di soldi: a processo una volontaria. Con lei un detenuto e sua moglie

Una donna è stata rinviata a giudizio con le accuse di corruzione, spaccio di sostanze stupefacenti e accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione dopo aver tentato di introdurre all’interno del carcere di Bari telefonini e droga, destinati ad un detenuto, in cambio di soldi.

L’episodio risale al 7 febbraio 2024. La donna, che aveva la possibilità di entrare in carcere come volontaria, secondo quanto ricostruito dall’accusa ha nascosto nella sua borsa due plichi di piccole dimensioni, avvolti entrambi da nastro isolante nero: all’interno tre mini smartphone, sim, un pezo di hashish, cavetti usb e una batteria a litio.

A processo sono finiti anche lo stesso detenuto, accusa di concorso in corruzione, e la moglie dell’uomo che avrebbe istigato la volontaria. Il processo prenderà via il 3 marzo.

Poliziotto muore per il fumo passivo in carcere: Ministero condannato a risarcire la famiglia con un milione di euro

La seconda sezione civile della Corte di Appello di Lecce ha respinto l’appello del Ministero della Giustizia, confermando la condanna al risarcimento di un milione di euro verso la famiglia di Salvatore Antonio Monda, l’agente della polizia penitenziaria morto a 44 anni nel 2011 a causa di un tumore ai polmoni provocato dal fumo passivo.

È stato riconosciuto il danno patrimoniale di oltre 647mila euro e il danno da perdita del rapporto parentale, quantificato in 294mila euro, calcolato sulla base dell’età della vittima e della presenza di tre figli, che all’epoca della morte del poliziotto erano minorenni.

Secondo quanto stabilito dai consulenti la vittima, che ha prestato servizio nei penitenziari di Milano, di Taranto e di Lecce, “è stata esposta al fumo passivo per 20 anni e privata di protezione dal suo datore di lavoro”.  Al poliziotto nell’aprile del 2011 venne diagnosticato un tumore al polmone, rapidamente evoluto in metastasi. Qualche mese dopo morì.

“Monda non aveva mai fumato, ma ha frequentato quotidianamente luoghi di lavoro esposti al fumo passivo e privi di sistemi di prevenzione e contrasto alla diffusione dello stesso. Da qui il nesso causale tra il fumo di sigaretta passivo cui fu esposto Monda e il tumore polmonare col successivo decesso”, si legge nelle carte..

“L’amministrazione penitenziaria era tenuta ad adottare tutte le misure necessarie per impedire l’esposizione dei propri dipendenti a fumo passivo. L’omessa predisposizione di tali cautele – si legge nella sentenza – integra una violazione del dovere di diligenza e prudenza che incombe sul datore di lavoro pubblico nella tutela della salute del personale”.

“Il fumo passivo rilasciato dalle sigarette dei detenuti continua ad avvelenare quotidianamente decine di migliaia di operatori penitenziari, oltre ai detenuti non fumatori – le parole di Federico Pilagatti, segretario del Sappe, il sindacato di polizia penitenziaria che ha supportato i familiari della vittima -. La sentenza, la prima in Italia e in Europa ha segnato uno spartiacque da cui non si poteva più tornare indietro”.

Arrestato a Bari dopo 26 anni di latitanza, viene scarcerato dopo 3 mesi: “Mancano documenti per l’estradizione”

Per mancanza di documenti a supporto della richiesta di estradizione, è stato scarcerato, dopo poco più di tre mesi trascorsi in carcere, il 60enne svizzero Daniel Earl Ricardo Connor, arrestato il 10 ottobre scorso dalla Guardia di finanza su mandato d’arresto internazionale, emesso nel 1999.

L’uomo, ricercato da 26 anni per una presunta frode su titoli finanziari per oltre venti milioni di dollari commessa a New York, fu trovato a bordo di un catamarano al largo di Bari. Il 60enne è tornato in libertà su decisione della Corte di Cassazione.

Stando al mandato di arresto, l’uomo è accusato di associazione per delinquere finalizzata alla frode su titoli finanziari e riciclaggio dei proventi illecitamente acquisiti. Avrebbe svolto – secondo i magistrati di New York – un ruolo chiave agendo come prestanome offshore in transazioni su titoli per i dirigenti di una società di intermediazione mobiliare e riciclando i proventi di frodi sui titoli. Avrebbe così riciclato 20 milioni di dollari partecipando a numerose manipolazioni azionarie proponendosi come banchiere e consulente attraverso il suo studio ‘Connor &Associates a Ginevra.

Subito dopo l’arresto, era stata avviata la procedura di estradizione verso gli Stati Uniti: la Corte di Appello ha fissato l’udienza e il ministro della Giustizia ha comunicato alle autorità americane l’avvenuta carcerazione. A quel punto sono scattati i 45 giorni di tempo per il deposito dei documenti. Decorsi i termini, dagli Usa sarebbe pervenuta solo una nota diplomatica.

La difesa del 60enne, gli avvocati Francesco Maria Colonna e Eziana De Nora, a fine novembre ha chiesto la scarcerazione per documentazione incompleta. I giudici baresi hanno respinto la richiesta, così i legali si sono rivolti alla Cassazione, che ieri ha annullato senza rinvio il provvedimento di rigetto della Corte d’Appello. L’indagato ha lasciato ieri sera il carcere di Bari. Il 27 gennaio è fissata in Corte d’appello l’udienza per decidere sull’estradizione

Omicidio nel carcere di Bari, Lacarpia è stato ucciso perché dava fastidio in cella: “Pregava e parlava da solo”

Il 65enne Giuseppe Lacarpia, detenuto in carcere con l’accusa di aver ucciso la moglie, è stato ucciso il 22 ottobre 2024 “perché dava fastidio, parlava da solo, anche di notte, pregava in continuazione, non eseguiva gli ordini di sedersi a mangiare e perché c’era cattivo odore nella cella”.

Per questi motivi uno dei compagni di cella, il 45enne Saverio Scarano, ha deciso di ammazzarlo. Questa è la ricostruzione emersa dagli arresti avvenuti per l’omicidio del 65enne di Gravina e del tentato omicidio, di qualche giorno prima, ai danni del 28enne Mirko Gennaro, un altro detenuto in quella stessa cella del carcere di Bari, la 2 bis.

In quella cella si trovavano 8 persone, tutte detenute per reati sessuali e contro la persona. Il 24enne Vincenzo Guglielmi, accusato solo del tentato omicidio, e Scarano, ritenuto responsabile di tutti e due i fatti, hanno simulato un suicidio per impiccagione. Fondamentali proprio le dichiarazioni di Guglielmi che ha intrapreso un percorso come collaboratore di giustizia.

Gli inquirenti hanno sottolineato come in entrambi gli episodi, l’omicidio di Lacarpia e il tentato omicidio di Gennaro, sia preoccupante l’inesistenza di un movente, “che è l’aspetto più inquietante della vicenda”. Il tentato omicidio di Mirko Gennaro, trascinato nel bagno della cella “a suon di percosse” e “appeso alle sbarre con corde ricavate dai bordi delle lenzuola”, sarebbe stato commesso perché la vittima “si poneva come boss della cella e questo avrebbe creato una situazione di conflitto”. Si sarebbe salvato solo perché era svenuto e gli autori hanno pensato che fosse morto. Per precostituirsi un alibi, quindi, chiamarono i soccorsi simulando un tentato suicidio.

“Ancora più raccapricciante per la pochezza umana della vicenda”, ha detto ancora Angelillis, il presunto movente dell’omicidio di Lacarpia, ucciso mentre dormiva, preso con laccio alle spalle e soffocato, poi legato ad una sbarra della testiera del letto con un cappio.

Bari, Lacarpia ucciso in carcere dopo aver ammazzato la moglie: arrestato un 45enne. Era il suo compagno di cella

Questa mattina, la Polizia di Stato su richiesta di questa Procura della Repubblica ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Bari, nei confronti di due soggetti, un 24enne e un 45enne baresi, ritenuti entrambi autori di un tentato omicidio mentre solo il secondo di un omicidio, commessi nel carcere di Bari a ottobre del 2024.

Si premette che si tratta di provvedimenti assunti nella fase delle indagini preliminari, che necessitano della successiva verifica processuale nel contraddittorio con la difesa.

In particolare, nella tarda serata del 19 ottobre 2024, gli agenti della Polizia Penitenziaria intervenivano in una cella della Casa Circondariale di Bari, per un tentativo di impiccamento da parte di un detenuto 28enne, di origine salentina, rinvenendolo nel bagno della cella che condivideva con altre persone.

Dopodiché, il 22 ottobre, nella stessa cella, si verificava il decesso, per riferito impiccamento, del detenuto Giuseppe LACARPIA. Le successive indagini svolte da personale della Squadra Mobile coordinate da questa Procura hanno consentito di ricostruire l’esatta dinamica dei fatti facendo emergere che, in realtà, i due eventi non erano atti di autolesionismo, ma si trattava di azioni compiute dai due indagati, al tempo compagni di cella delle vittime.

Per il 24enne presunto autore del tentato omicidio e attualmente detenuto per altra causa, il G.I.P. di Bari ha disposto la misura cautelare degli arresti domiciliari. Per il 45enne complice del tentato omicidio e responsabile dell’omicidio di Giuseppe LACARPIA, anch’egli attualmente detenuto per altra causa, è stata disposta la custodia cautelare in carcere.

Lacarpia, 65enne di Gravina di Puglia, finì in carcere il 6 ottobre del 2024 con l’accusa di omicidio premeditato, aggravato dalla crudeltà: prima avrebbe tentato di dare fuoco alla moglie mentre la donna si trovava in macchina, poi l’avrebbe uccisa a mani nude.

È importante sottolineare che il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari e che, all’esecuzione della misura cautelare odierna, seguirà l’interrogatorio di garanzia e il confronto con la difesa dell’indagato, la cui eventuale colpevolezza, in ordine ai reati contestati, dovrà essere accertata in sede di processo, nel contraddittorio tra le parti.

Bari, Giuseppe Lacarpia non si tolse la vita in carcere ma fu ammazzato: uccise la moglie a mani nude. Due arresti

Il 65enne Giuseppe Lacarpia, arrestato per aver ucciso la moglie Maria Arcangela Turturo, non si suicidò ma fu ucciso nel carcere di Bari a ottobre del 2024. Lo apprende l’ANSA.

La notizia è emersa dopo due arresti eseguiti questa mattina dalla Polizia a Bari di due uomini accusati di tentato omicidio e, uno dei due, anche di omicidio.

Il 65enne di Gravina di Puglia finì in carcere il 6 ottobre del 2024 con l’accusa di omicidio premeditato, aggravato dalla crudeltà: prima avrebbe tentato di dare fuoco alla moglie mentre la donna si trovava in macchina, poi l’avrebbe uccisa a mani nude.

Fu trovato morto la notte tra il 22 e il 23 ottobre del 2024 nella sua cella del carcere di Bari e l’ipotesi fu quella del suicidio. La figlia commentò con emoticon festanti, sui social, la notizia della sua morte.

Tentato omicidio e omicidio nel carcere di Bari: la Polizia arresta due persone

Questa mattina la Polizia di Stato, su richiesta della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bari, ha tratto in arresto due uomini, ritenuti autori di un tentato omicidio; uno dei due è responsabile anche di un omicidio. Gli episodi sono avvenuti nel carcere di Bari nel mese di ottobre del 2024.

I particolari dell’operazione saranno illustrati nel corso di una conferenza stampa che si terrà presso gli Uffici della Procura della Repubblica di Barialle ore 10:30.