Omicidio a Torre Canne, ucciso il 41enne Eros Rossi: il killer Teodoro Cavaliere resta in carcere. Versione smentita

Resta in carcere Teodoro Cavaliere, 40 anni, accusato dell’omicidio del 41enne Eros Rossi, avvenuto nella notte tra venerdì e sabato a Torre Canne, frazione di Fasano. Lo ha deciso il gip del Tribunale di Brindisi, Simone Orazio, al termine dell’interrogatorio di convalida.

Il giudice non ha convalidato il fermo per assenza del pericolo di fuga, ma ha comunque disposto la custodia cautelare in carcere nei confronti dell’indagato. Durante l’interrogatorio, durato oltre quattro ore, Cavaliere ha ribadito di aver agito per difendersi da un presunto tentativo di aggressione da parte della vittima.

Una versione che, secondo il gip, sarebbe smentita da diversi elementi raccolti dai carabinieri nelle prime fasi delle indagini, coordinate dal pubblico ministero Sofia Putignani.

Dopo il fatto, lo stesso Cavaliere avrebbe chiamato il padre prima di confessare l’accaduto ai militari. Intanto proseguono gli accertamenti: nelle prossime ore saranno affidati gli incarichi per l’autopsia e per le analisi tecniche sui telefoni della vittima e dell’indagato. Il 40enne è assistito dall’avvocato Chiara Capodieci.

Oncologico Bari, soldi dai pazienti malati di cancro e visite a nero: Vito Lorusso lascia il carcere e va ai domiciliari

Va ai domiciliari Vito Lorusso, ex primario di Oncologia medica dell’istituto tumori Giovanni Paolo II di Bari, fino a pochi giorni fa detenuto nel carcere di Turi dopo aver patteggiato una pena di cinque anni di reclusione per concussione e peculato.

Lorusso, che pochi giorni fa ha compiuto 72 anni, negli anni avrebbe preso denaro dai pazienti oncologici per visite, ricoveri e per accelerare pratiche burocratiche. Per questo fu arrestato in flagranza nel luglio 2023 dopo aver ricevuto denaro da un paziente.

Il medico avrebbe percepito il denaro anche quando – per le condizioni dei pazienti – quelle visite avrebbero dovuto essere gratuite. Lorusso, che risarcì i pazienti, è poi stato condannato dalla Corte dei Conti a risarcire anche l’Oncologico con circa 450mila euro.

Il Tribunale di Sorveglianza di Bari ha quindi accolto la richiesta degli avvocati di Lorusso, Gaetano e Luca Castellaneta, che avevano chiesto per il medico la detenzione domiciliare: qui dovrà scontare all’incirca un anno e mezzo prima di poter tornare libero.

Lorusso, scrive il Tribunale, avrebbe messo «in discussione in modo più sincero e critico le proprie scelte e i valori che le hanno sostenute», mostrando «maggiore consapevolezza circa la gravità dei reati commessi e delle relative conseguenze sulle vittime». In un primo momento, invece, per il tribunale aveva mostrato «atteggiamenti più compiacenti e superficiali verosimilmente funzionali all’ottenimento dei benefici».

Nella sua detenzione ha anche partecipato a un percorso di giustizia riparativa che ha completato collaborando con la cooperativa Crisì di Bari e, in carcere, si è iscritto al Dams e ha partecipato a laboratori di scrittura, poesia e giornalismo. La sua condotta, quindi, «non ha dato adito a rilievi» e per questo è stato messo ai domiciliari.

Lorusso, per un’altra vicenda, ha patteggiato il pagamento di una multa da 4.240 euro nell’ambito di un’altra inchiesta sui farmaci rubati dall’Oncologico. E’ inoltre imputato per concorso in scambio elettorale politico mafioso. Per la Dda, infatti, avrebbe sfruttato la sua posizione da medico curante del nipote del boss Savino Parisi del quartiere Japigia di Bari, per favorire l’elezione al consiglio comunale di Bari nel 2019 della figlia Maria Carmen Lorusso.

Droga in carcere, scoperta choc a Foggia: due detenuti con ovuli nascosti nello stomaco

Controlli sempre più serrati negli istituti penitenziari per contrastare l’introduzione di sostanze stupefacenti. È il risultato di un’operazione congiunta condotta dalla Guardia di Finanza di Manfredonia e dalla Polizia Penitenziaria presso la Casa Circondariale di Foggia.

Durante un’attività mirata di prevenzione, supportata dalle unità cinofile antidroga, sono stati individuati due detenuti che, al rientro da permessi, avevano occultato nel proprio corpo diversi ovuli contenenti droga. Fondamentale il fiuto dei cani, che ha permesso di far scattare controlli più approfonditi.

I due uomini sono stati immediatamente trasferiti negli ospedali di Lucera e Foggia, dove gli esami radiologici hanno confermato la presenza di sette e undici involucri nelle cavità addominali.

Le successive analisi hanno rivelato un totale di oltre 80 grammi di cocaina e una quantità simile di hashish, sostanze che, se immesse nel mercato interno del carcere, avrebbero potuto generare profitti illeciti per migliaia di euro.

I detenuti, già ristretti per altre cause, sono stati segnalati alla Procura della Repubblica competente. Il procedimento è attualmente nella fase delle indagini preliminari e vige, come previsto dalla legge, la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

L’operazione conferma l’efficacia della collaborazione tra Guardia di Finanza e Polizia Penitenziaria, oltre al ruolo strategico delle unità cinofile nel contrasto ai traffici illeciti all’interno delle carceri.

Evasione dal carcere di Nuoro, il pentito Raduano confessa: “Per l’aiuto dei sardi mi sono sdebitato con un omicidio”

Nuovi dettagli sulla evasione dal carcere di Badu e Carros e sulla successiva latitanza emergono dalle dichiarazioni di Marco Raduano, ex boss della mafia garganica oggi collaboratore di giustizia. Le sue parole sono state rese durante un interrogatorio in videoconferenza nel processo davanti al tribunale di Nuoro, presieduto dalla giudice Elena Meloni, che vede imputati due presunti fiancheggiatori.

Raduano ha raccontato di aver pianificato la fuga per mesi, studiando le vulnerabilità della struttura carceraria e approfittando delle informazioni ricevute da altri detenuti. Ha riferito di aver ottenuto anche strumenti utili all’evasione e di aver sfruttato la relativa libertà concessa dal suo ruolo di lavoratore in biblioteca e “scrivano” per gli altri detenuti. Tra le criticità individuate, la presenza di chiavi lasciate incustodite e momenti in cui la sala regia risultava priva di personale.

L’evasione, avvenuta il 24 febbraio 2023, sarebbe stata favorita anche dal sostegno di altri detenuti, che gli avrebbero prospettato aiuti sul territorio sardo. Secondo il suo racconto, una volta fuori dal carcere avrebbe ricevuto assistenza logistica in diverse località, tra cui Bitti, Orune e Padru, fino a raggiungere la Corsica. Raduano ha descritto condizioni iniziali difficili, sostenendo di essere fuggito senza nulla e di aver trovato rifugio per alcuni giorni in un rudere nel centro di Nuoro, uscendo solo di notte per procurarsi cibo e acqua.

L’ex boss ha inoltre dichiarato che l’appoggio ricevuto da ambienti sardi e corsi sarebbe stato determinante durante la latitanza. In questo contesto ha affermato di essersi “sdebitato” con un omicidio, riferendosi al delitto di Paul-Félix Paoli avvenuto in Corsica nell’agosto 2023.

Le dichiarazioni, riportate in sintesi da alcuni quotidiani, sono ora al vaglio degli inquirenti e rappresentano un ulteriore tassello nelle indagini sulla rete di supporto che avrebbe favorito la fuga e la latitanza del boss.

Benito, in carcere 19 anni dopo la condanna. Maria non s’arrende: “Merita una pena alternativa”

Torniamo a parlare della storia di Benito, in carcere dopo 19 anni la condanna. L’uomo sta scontando una pena di 6 anni e 8 mesi senza aver avuto un processo regolare e senza essere stato mai ascoltato. I dubbi e le lacune sulla vicenda giudiziaria sembrano essere tanti.

L’intervista a Maria, che sta cercando di andare a fondo in una vicenda estremamente intricata e complessa, ha creato parecchio scalpore e discussione. Dopo aver parlato con un amico di Benito e con il sindaco Giuseppe Cosola, abbiamo incontrato nuovamente Maria che aveva avviato la procedura per richiedere la grazia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ecco gli ultimi aggiornamenti sulla vicenda.

 

Offre soldi ai poliziotti, viene condannato e trascorre 10 giorni in carcere per errore: scarcerato detenuto rumeno

Un cittadino rumeno residente a Manfredonia ha trascorso 10 giorni nel carcere di Foggia, pur non dovendo essere arrestato secondo la legge. L’uomo deve scontare poco più di 2 anni di reclusione per istigazione alla corruzione, dopo aver offerto denaro a dei poliziotti per evitare un controllo.

Dopo che la sentenza è diventata definitiva, la procura di Foggia ha emesso l’ordine di esecuzione e il 2 marzo è stato incarcerato. Tuttavia, una norma del 2022 stabilisce che questo reato non rientra più tra quelli che impediscono benefici come la sospensione della pena con misure alternative alla detenzione.

L’errore è stato segnalato dall’avvocato Eustachio Claudio Solazzo, difensore dell’uomo. In seguito alla sua richiesta, la procura ha revocato l’ordine di esecuzione e disposto l’immediata scarcerazione.

Agente penitenziario suicida, il caso Paolillo in Parlamento. Il ministro Nordio: “Inchiesta nel carcere di Turi”

Torniamo ad occuparci della mote dell’assistente capo della Polizia penitenziaria Umberto Paolillo che si tolse la vita nel febbraio 2021 lasciando una lettera in cui denunciava un clima di lavoro insostenibile nel carcere di Turi.

Il caso è stato riportato in Parlamento dalla deputata Stefania Ascari, che ha interrogato il ministro della Giustizia Carlo Nordio. La Procura di Bari ha chiesto due volte l’archiviazione, ma il Gip l’ha respinta disponendo ulteriori indagini, tra cui nuove testimonianze e verifiche sull’ambiente lavorativo e sull’uso dell’arma di servizio mentre Paolillo era in aspettativa.

Mamma Rosanna ha parlato sempre di un contesto lavorativo di isolamento, umiliazioni e possibili pressioni psicologiche, confermate da alcune testimonianze e da valutazioni mediche, fino a parlare della necessità di riformare l’articolo 580 del codice penale per riconoscere meglio fenomeni come mobbing e violenza morale che possono portare al suicidio.

Il ministro Nordio ha risposto che l’indagine è ancora in corso e che l’amministrazione penitenziaria sta collaborando con la magistratura, ricordando anche le misure adottate negli ultimi anni per prevenire il disagio psicologico tra il personale.

Caltanissetta, droni in carcere per portare droga e cellulari ai detenuti: arrestati tre pugliesi

I carabinieri del comando provinciale di Caltanissetta hanno arrestato tre persone- un uomo di 29 anni e due donne rispettivamente di 29 e 31 anni, tutti originari della Puglia- per traffico di sostanze stupefacenti e accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti.

Durante un servizio di controllo, i tre sono stati trovati fermi in un’auto in una via poco distante dal carcere. Il veicolo è stato perquisito e all’interno sono stati scoperti: un drone, 13.695 euro, 18 smartphone e 300 grammi di hashish.

Secondo l’accusa, gli indagati erano pronti a utilizzare il drone per sorvolare l’area dell’istituto di pena e far avere droga e telefoni ai reclusi. L’arresto è stato convalidato dal gip che ha disposto la detenzione in carcere per il 29enne e l’obbligo di dimora per le due donne.

Benito, in carcere 19 anni dopo la condanna: “Non può pentirsi di un reato che non ha commesso”

Torniamo a parlare della storia di Benito, in carcere dopo 19 anni la condanna. L’uomo sta scontando una pena di 6 anni e 8 mesi senza aver avuto un processo regolare e senza essere stato mai ascoltato. I dubbi e le lacune sulla vicenda giudiziaria sembrano essere tanti.

L’intervista a Maria, che sta cercando di andare a fondo in una vicenda estremamente intricata e complessa, ha creato parecchio scalpore e discussione. Dopo aver parlato con un amico di Benito e con il sindaco Giuseppe Cosola, abbiamo incontrato nuovamente Maria che aveva avviato la procedura per richiedere la grazia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ecco gli ultimi aggiornamenti sulla vicenda.

 

In carcere 19 anni dopo la condanna, il ricorso di Benito è inammissibile. Maria: “Fatelo uscire”

Torniamo a parlare della storia di Benito, in carcere dopo 19 anni la condanna. L’uomo sta scontando una pena di 6 anni e 8 mesi senza aver avuto un processo regolare e senza essere stato mai ascoltato. I dubbi e le lacune sulla vicenda giudiziaria sembrano essere tanti.

L’intervista a Maria, che sta cercando di andare a fondo in una vicenda estremamente intricata e complessa, ha creato parecchio scalpore e discussione. Dopo aver parlato con un amico di Benito e con il sindaco Giuseppe Cosola, abbiamo incontrato nuovamente Maria che aveva avviato la procedura per richiedere la grazia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.