Bari, Rocco Sciannimanico ucciso per un debito di droga: 20 anni al boss Domenico Velluto

I giudici della Corte d’Assise di Appello di Bari hanno condannato a 20 anni di reclusione il boss barese Domenico Velluto al termine del processo di appello bis sull’omicidio del 26enne Rocco Sciannimanico, ucciso il 14 febbraio 2001 per un debito di droga.

La condanna era stata annullata nel 2022 dalla Cassazione, ma i giudici della Corte d’Assise hanno ribaltato la sentenza. In origine l’inchiesta era stata archiviata per insufficienza di prova, ma le dichiarazioni rilasciate dall’ex moglie di Velluto nel 2015 hanno poi permesso alla Dda di Bari di riaprire il caso.

La donna, dopo aver aspettato il marito sotto casa per andare a cena nel giorno di San Valentino per ben due ore, sospettò di un’amante. L’uomo, per dimostrarle che si trovava altrove ma non con una donna, la portò sul luogo del delitto mostrandole il segno del cadavere ancora presente sull’asfalto.

 

Estorsione a pescheria di Bari, condannati due affiliati del clan Parisi. Decaro presente in aula: “Lo Stato c’è” – NOMI

Il Tribunale di Bari ha condannato in primo grado Tommaso Parisi, detto il Cinese, a 12 anni e 8 mesi e Paolo Bruni a 9 anni e 8 mesi di reclusioni per estorsione aggravata dal metodo mafioso per aver imposto ad un imprenditore, titolare di un’azienda ittica, l’assunzione di un dipendente e prezzi di favore.

Entrambi sono ritenuti vicini al clan Parisi. I fatti risalgono al periodo tra il 2014 e il 2019, la vittima e la sua famiglia hanno presentato denuncia spinti dall’ex sindaco di Bari, Antonio Decaro.

Lo stesso Decaro si trovava in aula oggi. “Sono contento perché la sentenza dimostra che lo Stato c’è e che se vogliamo allontanare la criminalità organizzata dalla nostra comunità dobbiamo reagiare e dobbiamo denunciare”.

Disposto anche il risarcimento delle parti civili, Bruni è stato interdetto anche per 5 anni dai pubblici uffici. Interdizione perpetua per Parisi.

Benito, in carcere 19 anni dopo la condanna. Maria convocata dai Carabinieri: “Ho pregato tanto”

Torniamo a parlare della storia di Benito, in carcere dopo 19 anni la condanna. L’uomo sta scontando una pena di 6 anni e 8 mesi senza aver avuto un processo regolare e senza essere stato mai ascoltato. I dubbi e le lacune sulla vicenda giudiziaria sembrano essere tanti.

L’intervista a Maria, che sta cercando di andare a fondo in una vicenda estremamente intricata e complessa, ha creato parecchio scalpore e discussione. Dopo aver parlato con un amico di Benito e con il sindaco Giuseppe Cosola, abbiamo incontrato nuovamente Maria che nelle settimane scorse ha avviato la procedura per richiedere la grazia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. E ci sono sviluppi importanti. Nel video allegato tutti gli aggiornamenti.

Lecce, abusa della pro nipote e dell’allieva di 13 anni: istruttore di equitazione condannato a 14 anni

La Corte d’Appello di Lecce ha condannato un insegnante di equitazione a 14 anni di reclusione con l’accusa di molestie nei confronti di una sua pro nipote e di un’allieva del maneggio, entrambe di 13 anni.

Il 67enne era stato condannato in primo grado a 18 anni di reclusione. Secondo le indagini, gli abusi sono iniziati nel 2018 quando la pro nipote aveva solo 9 anni. Regali come cioccolata e soldi, oltre a minacce, sarebbero serviti per comprare il suo silenzio. A scoprire tutto è stata la mamma della vittima, insospettita dal ritrovamento di una letterina e dal rifiuto della piccola di frequentare lo zio.

La denuncia presentata ai Carabinieri ha dato il via alle indagini. Si è scoperto poi che nel 2021 l’uomo avrebbe condotto un’allieva di 13 anni in un luogo appartato e l’avrebbe costretta a toccare le parti intime del cavallo per poi allungare le sue mani sul corpo della giovane.

Le rispettive famiglie si sono costituite parti civili ottenendo un primo, immediato risarcimento del danno per una cifra complessiva vicina ai 200mila euro, in attesa della liquidazione finale in separata sede.

Bari, soldi prelevati dai conti correnti sequestrati della società Halal: condannato l’ex imam Sharif Lorenzini

Sharif Lorenzini El Kafrawy, ex presidente della comunità islamica di Puglia e imam del capoluogo, è stato condannato dal Tribunale di Bari a un anno e 10 mesi di reclusione per appropriazione indebita aggravata.

Secondo quanto sostenuto dall’accusa, si sarebbe appropriato di circa 87mila euro prelevati dai conti correnti della sua società di certificazione “Halal”, sottoposti a sequestro.

I fatti risalgono al 18 e 19 gennaio 2018. Lorenzini avrebbe effettuato diversi prelievi tramite home banking da cinque conti correnti societari, nonostante la misura di sequestro fosse già stata notificata.

Indagato anche il socio Ahmed Sabry Mohamed Hefny. I due erano già stati destinatari di un provvedimento di interdizione di un anno dall’attività imprenditoriale, emesso per appropriazione indebita aggravata e illecita influenza sull’assemblea. In precedenza avrebbero prelevato complessivamente circa 360 mila euro, causando un danno patrimoniale stimato in oltre 1,8 milioni di euro, oltre ad altre presunte condotte di natura fraudolenta.

Omicidio Labarile a Santeramo, ucciso dopo lite per il bagno: Francesco Bradascio condannato a 24 anni

La Corte d’Assise ha condannato a 24 anni di reclusione Francesco Bradascio, il 49enne a processo per l’omicidio di Luigi Labarile, il 71enne assicuratore di Santeramo ucciso a pugni e calci nel settembre 2023 perché non gli aveva consentito di utilizzare il bagno.

L’uomo è andato a processo con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi. Nelle udienze precedenti era stata acquisita la testimonianza della psichiatra che ha stabilito come Bradascio fosse capace di intendere e di volere nonostante fosse affetto da semi infermità mentale. L’accusa aveva invocato l’ergastolo. 

La mattina del 22 settembre 2023 Bradascio è entrato nell’agenzia assicurativa di Luigi Labarile e avrebbe chiesto di usare il bagno. Al rifiuto del titolare, ex consigliere comunale del comune Barese, lo ha aggredito “per futili motivi” per poi colpirlo “con ferocia e crudeltà ripetutamente al volto e al corpo in maniera prolungata”, come si legge nel capo d’imputazione.

Colpi che, secondo quanto ricostruito dalla Procura di Bari, hanno causato la morte di Labarile. L’accusa inizialmente, era di omicidio preterintenzionale – dalle prime ricostruzioni sembrava che Labarile fosse morto dopo essere caduto e aver battuto la testa – poi riqualificata in omicidio volontario aggravato.

Nel processo la moglie e le due figlie della vittima si sono costituite parte civile. Per la prima riconosciuta provvisionale di 50mila euro, per le figlie una da 30mila.

Altamura, il 30enne Cavotta ucciso davanti a moglie e figlio: Nicola Centonze condannato a 24 anni

Condanna a 24 anni di reclusione per Nicola Centonze, 48enne imputato in Corte d’Assise per l’omicidio del 30enne Massimiliano Cavotta, ucciso la sera dell’11 ottobre 2003 ad Altamura con sette colpi di pistola e due di fucile mentre tornava a casa insieme alla moglie e al figlio di tre anni che riuscirono a mettersi in salvo.

Per l’omicidio in due, Giovanni Loiudice (63 anni) e Nicola Centonze (48), sono stati arrestati nel novembre 2024, a distanza di 21 anni dal fatto. A giugno Loiudice è stato condannato a 20 anni di reclusione dal gup di Bari.

Secondo quanto ricostruito dalla Dda di Bari, Cavotta fu ucciso perché, in passato, avrebbe avuto dei contrasti con alcuni esponenti della criminalità organizzata altamurana e, nel febbraio precedente, avrebbe ferito con colpi di pistola proprio Loiudice. Il suo omicidio, dunque, sarebbe stato ordinato come ritorsione.

Nel processo sono costituiti parte civile la Regione Puglia, il Comune di Altamura e i parenti di Cavotta. Disposto il risarcimento nei loro confronti. Lo scorso 20 febbraio Centonze, ex collaboratore di giustizia, è stato arrestato (mentre era già in carcere) perché ritenuto il coordinatore dell’attentato dinamitardo del 5 marzo 2015, avvenuto nel locale Green Table di Altamura, in cui rimase ucciso il calciatore 27enne Domenico Martimucci.

Faida nel clan Strisciuglio, omicidio Michele Ranieri a San Pio: Andrea De Giglio condannato a 20 anni

Il 40enne Andrea De Giglio, a processo con l’accusa di aver preso parte all’agguato dell’11 settembre 2019 a San Pio in cui fu ucciso il 39enne pregiudicato Michele Ranieri, è stato condannato a 20 anni di reclusione dalla Corte d’Assise. De Giglio avrebbe agito come autista della moto che quella sera raggiunse la vittima, ferita a morte con otto colpi di pistola.

I giudici hanno riqualificato il delitto in omicidio preterintenzionale da omicidio volontario. La difesa aveva invocato l’assoluzione dopo le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, la Dda di Bari aveva chiesto invece la condanna a 24 anni di reclusione.

Secondo le indagini Ranieri sarebbe stato ucciso in un regolamento di conti interno al clan Strisciuglio. Per l’omicidio sono già stati condannati a 24 anni Saverio Carchedi e Giovanni Sgaramella. Un’altra condanna a 14 anni è stata inflitta a Saverio Faccilongo, referente del clan Strisciuglio.

Travolse e uccise la 16enne Luna Benedetto: 43enne condannato a 7 anni di reclusione per omicidio stradale

Un 43enne è stato condannato a 7 anni di reclusione per omicidio stradale nell’inchiesta sulla morte di Luna Benedetto, la 16enne tragicamente scomparsa il 14 giugno 2020 a Lecce.

La vittima si trovava in sella ad uno scooter guidato da un amico e urtato da un’auto in fase di sorpasso. La giovane morì sul colpo, a distanza di 5 anni è arrivata la condanna. L’auto procedeva al doppio della velocità consentita, a 112 km/h in una strada dove il limite era fissato a 50.

Disposto anche il riconoscimento di un risarcimento del danno alle parti civili, da quantificare in separata sede, ma il magistrato ha disposto le provvisionali per oltre 200mila euro: 150mila euro all’amico che guidava lo scooter e 50mila euro ai genitori della vittima.

Schiaffi in faccia e bimbi trascinati per le braccia, choc all’asilo: maestra condannata a un anno e 4 mesi

Un’insegnante di 66 anni, che prestava servizio in una scuola per l’infanzia nel nord Brindisino, è stata condannata ad un anno e 4 mesi di reclusione per aver maltrattato i suoi piccoli alunni.

Bimbi di tre anni, secondo quanto ricostruito dalle indagini, sono stati presi a schiaffi in faccia e trascinati per le braccia. La vicenda è stata scoperta da una coppia di genitori preoccupata per le crisi di pianto nella notte del loro figlio. Sistemando un cellulare in modalità registratore nello zainetto del piccolo hanno scoperto la triste verità.