Bari, bodybuilder 17enne assolto per doping: era stato denunciato dalla mamma preoccupato per la sua salute

Il Tribunale per i Minorenni di Bari ha assolto un 25enne, minorenne all’epoca dei fatti (2018), accusato di aver usato sostanze dopanti per migliorare le prestazioni da bodybuilder. L’indagine era partita dalla denuncia della madre, preoccupata per alcuni sintomi e cambiamenti nel figlio, dopo aver trovato fiale e siringhe e aver visto esami del sangue con valori anomali.

Il ragazzo inizialmente aveva dichiarato di aver assunto sostanze dopanti fornite dall’allenatore della palestra, ma lo aveva fatto senza la presenza dell’avvocato. Successivamente si è avvalso della facoltà di non rispondere, così come la madre durante il processo.

La difesa ha chiesto di non considerare quelle dichiarazioni e ha sostenuto che non esistessero prove certe dell’uso di doping. Il tribunale ha quindi assolto l’imputato “perché il fatto non sussiste”. Le motivazioni saranno pubblicate entro 90 giorni.

“Quadro antisemita e odio razziale sui social”: il pittore barese Giovanni Gasparro assolto con formula piena

Il pittore barese Giovanni Gasparro è stato assolto con formula piena dalle accuse di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa. La vicenda giudiziaria, nata da alcuni commenti pubblicati sulla sua pagina Facebook in relazione al dipinto Martirio di San Simonino da Trento, si è conclusa con il riconoscimento dell’insussistenza del reato contestato.

In precedenza, la Procura di Bari aveva chiesto una condanna a sei mesi di reclusione, con il riconoscimento delle attenuanti generiche. Secondo l’accusa, rispondendo ad alcuni utenti sui social, Gasparro avrebbe divulgato idee ritenute riconducibili all’odio antisemita, influenzando così il dibattito online e suscitando commenti di analogo contenuto da parte di alcuni follower.

Al centro della controversia vi era il dipinto realizzato nel 2020 dall’artista, che raffigura il cosiddetto martirio di Simonino da Trento, un bambino scomparso nella notte del 23 marzo 1475 e ritrovato morto circa un mese dopo. L’opera riprende una rappresentazione storica della vicenda, raffigurando il bambino con una ferita al costato, circondato da membri della comunità ebraica mentre raccolgono il sangue della ferita.

La storia di Simonino fu oggetto di venerazione religiosa per secoli: il bambino venne infatti considerato beato dalla Chiesa cattolica fino al 28 ottobre 1965, quando, nel contesto del Concilio Vaticano II, il culto fu ufficialmente abolito. Nel corso del processo, la difesa ha sostenuto che l’opera di Gasparro si inserisce nell’ambito della tradizione iconografica e della libertà artistica e storica, senza configurare alcuna istigazione all’odio o alla discriminazione. I giudici hanno accolto questa impostazione, riconoscendo che i fatti contestati non integrano gli estremi del reato.

Con la sentenza di assoluzione piena si chiude dunque una vicenda giudiziaria che aveva suscitato ampio dibattito tra arte, storia e libertà di espressione. Il tribunale ha stabilito che l’attività dell’artista, compresi i commenti oggetto di contestazione, non costituisce reato.

Bari, pistola non funzionante: assolto il pregiudicato De Giglio vicino al clan Strisciuglio

Assolto perché la pistola non era funzionante. Con questa motivazione il Tribunale ha prosciolto Tommaso De Giglio, pregiudicato ritenuto vicino al clan Strisciuglio del quartiere Libertà di Bari, dalle accuse di porto in luogo pubblico di arma e detenzione di sostanze stupefacenti.

L’uomo era stato arrestato nel 2023 insieme al presunto complice Giuseppe Anaclerio dopo un intervento della polizia all’interno dell’Officina degli Esordi, dove alcuni presenti avevano segnalato minacce da parte di alcune persone. Durante una successiva perquisizione domiciliare De Giglio aveva consegnato agli agenti due pistole.

Nel processo con rito abbreviato una perizia ha stabilito che una delle armi non era funzionante, circostanza che aveva già portato all’assoluzione dall’accusa di detenzione di armi. Nei giorni scorsi è arrivata anche la seconda assoluzione, relativa al porto in luogo pubblico delle due pistole.

Finanziere “infedele” assolto con formula piena: “Il fatto non sussiste”. Olivieri cancro incurabile

Il maresciallo della Guardia di Finanza Antonio Cretì, 51 anni, è stato assolto dal Tribunale di Bari dall’accusa di aver rivelato informazioni riservate all’ex consigliere regionale Giacomo Olivieri nell’ambito dell’inchiesta “Codice Interno”. I giudici, presieduti da Perrelli, hanno stabilito che «il fatto non sussiste», accogliendo la linea difensiva dell’avvocato Emiliano D’Alessandro. La Procura aveva chiesto per il militare una condanna a un anno per rivelazione di segreto istruttorio.

Creti era comparso nelle intercettazioni dell’indagine nel giugno 2019, quando contattò Olivieri per chiedere il recapito di Antonio al quale voleva segnalare alcune perquisizioni legate a un’inchiesta sul calcio dilettantistico. Lo stesso Antonio è stato ascoltato in un’udienza.

Gli inquirenti ipotizzavano anche che potesse aver avvertito Olivieri del suo imminente arresto, avvenuto nel febbraio 2024 nell’ambito della stessa indagine. Ecco la presa di posizione di Antonio dopo la sentenza del Tribunale di Bari.

Bari, in aspettativa per candidarsi alle elezioni resta a casa: assolto poliziotto penitenziario accusato di truffa

La Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’assoluzione piena di un agente della Polizia Penitenziaria di Bari, difeso dall’avvocato La Scala, accusato di truffa per aver percepito l’aspettativa retribuita durante la sua candidatura alle elezioni amministrative di Pietraferrazzana (Chieti), senza recarsi fisicamente nel comune.

L’assoluzione era già stata decisa dal Tribunale di Verona, con motivazione che il fatto “non costituisce reato”.  Anche in appello, i giudici hanno respinto le accuse, sottolineando che la legge 121/1981 garantisce l’aspettativa speciale retribuita ai candidati, senza richiedere obblighi ulteriori sulla modalità di svolgimento della campagna elettorale.

Contromano sulla ss16, assolto dopo aver provocato incidente mortale: “Colpa del guardrail non adeguato”

Il Tribunale di Bari ha assolto perché “il fatto non sussiste” i due imputati accusati dell’omicidio colposo di Luigi Marcone, 35enne di Corato morto il 30 luglio 2014 dopo un incidente avvenuto il 24 luglio sulla Statale 16, a Torre a Mare.

Secondo la ricostruzione, un 35enne inglese alla guida di un Range Rover Defender, durante un sorpasso, avrebbe effettuato una brusca manovra di rientro per evitare un’Audi A6 guidata da un 53enne di Mola di Bari. Il suv avrebbe perso il controllo, sfondato il guardrail e invaso la corsia opposta, scontrandosi frontalmente con la Citroen C3 di Marcone.

Il giudice ha stabilito che la causa dell’incidente è stata l’inadeguatezza del guardrail, non conforme alle norme, che non ha contenuto il veicolo. Inoltre, l’ipotesi di eccesso di velocità del 53enne non è stata supportata da prove tecniche ma solo da congetture.

Bari, accusato di traffico di influenze. Assolto il commercialista Massimiliano Soave: “Il fatto non sussiste”

Termina con un’assoluzione con formula piena il procedimento penale che vedeva coinvolto il noto commercialista Massimiliano Soave per traffico di influenze illecite.

Il nome di Soave era emerso nell’ambito dell’inchiesta su alcune tangenti a Trani insieme al Giudice Michele Nardi, la cui posizione è stata archiviata nel corso delle indagini.  Soave, invece, era stato rinviato a giudizio per presunte concussioni ai danni di alcuni imprenditori davanti al Tribunale di Bari.

Nella giornata di ieri si è svolta l’udienza dibattimentale in cui la Giudice Luana Calzolaro ha accolto le eccezioni presentate dal difensore di Soave, l’avvocato Antonio La Scala, dichiarando l’assoluzione del commercialista perché “il fatto non sussiste” senza avviare l’istruttoria.

Bracciante morta di fatica nei campi, nessun colpevole per il decesso di Paola Clemente: assolto imprenditore

L’imprenditore agricolo Luigi Terrone è stato assolto anche nel processo di secondo grado dall’accusa di omicidio colposo per la morte della bracciante Paola Clemente, originaria di Taranto, scomparsa a 49 anni a causa di un infarto mentre lavorava in un vigneto di Andria il 13 luglio 2015. I giudici della Corte d’Appello hanno così ribadito la decisione già presa in primo grado, escludendo qualsiasi responsabilità dell’imprenditore nel decesso della lavoratrice.

A presentare ricorso contro la sentenza erano stati, oltre alla Procura di Trani, anche i familiari della vittima, costituitisi parte civile tramite gli avvocati Giovanni Vinci e Antonella Notaristefano. Nel corso della requisitoria, il sostituto procuratore generale Francesco Bretone — che aveva sollecitato una condanna a quattro anni di reclusione — aveva sostenuto che, con un intervento rapido e procedure di soccorso adeguate, la donna avrebbe potuto essere salvata.

Secondo l’accusa, diversi fattori avrebbero contribuito alla tragedia: la mancata attivazione di una sorveglianza sanitaria preventiva, con controlli medici specifici per lavoratori affetti da patologie come quella della 49enne; l’assenza di protocolli di primo soccorso efficaci e di una formazione adeguata per il personale dell’azienda agricola, che avrebbe potuto riconoscere tempestivamente i sintomi e intervenire con prontezza; infine, il ritardo dei soccorsi, con l’ambulanza arrivata sul posto dopo 26 minuti.

Una ricostruzione che non era stata condivisa dal giudice Sara Pedone al termine del processo di primo grado. Pur riconoscendo le criticità evidenziate dal pubblico ministero Roberta Moramarco, il magistrato non aveva ritenuto che tali elementi avessero avuto un ruolo determinante nel provocare la morte della lavoratrice.

Nelle 115 pagine di motivazioni, il giudice aveva spiegato che l’assenza di un medico sul luogo di lavoro e di personale specificamente formato per il primo soccorso aveva certamente comportato una “grave sottovalutazione dell’evento”, causando un ritardo nell’attivazione dei soccorsi, poi risultato fatale. Tuttavia, a Paola Clemente erano state comunque praticate manovre di primo intervento, sebbene non da operatori formalmente incaricati di tali compiti.

Secondo il giudice di primo grado, inoltre, le difficoltà incontrate dall’ambulanza del 118 nel raggiungere il vigneto non sarebbero state evitate nemmeno in presenza di personale addestrato al primo soccorso. Quanto alla posizione di Terrone, la sentenza aveva evidenziato che, pur essendo “indubbio” il mancato rispetto di alcuni obblighi nei confronti dei lavoratori, non era possibile stabilire in che modo tali omissioni avrebbero potuto incidere sull’evoluzione degli eventi che hanno condotto al decesso della Clemente.

Grumo, l’ex sindaco Michele D’Atri viene assolto per l’ottava volta e scrive un record: era a processo per falso

L’ex sindaco di Grumo, Michele D’Atri, è stato assolto per l’ottava volta. Questa volta il processo riguardava tre delibere comunali, emanate fra il 2018 e il 2019. Assieme all’ex segretaria comunale, era accusato in concorso di falso. Entrambi sono stati assolti perché “il fatto non sussiste”.

Per D’Atri, difeso dall’avvocato La Scala, si tratta dell’ottava assoluzione su otto (due per concussione, tre per falso ideologico, uno per furto aggravato, uno per abuso di ufficio e infine uno per diffamazione).

Accusato di maltrattamenti e lesioni alla moglie, 52enne assolto dopo 9 anni a Foggia: “Resistito per mia figlia”

Il Tribunale di Foggia ha assolto,a nove anni dai fatti contestati, un 52enne accusato di maltrattamenti in famiglia e lesioni personali. La vicenda risale agli anni compresi tra il 2004 e il febbraio 2017.

La moglie del 52enne, poi separata e costituitasi parte civile nel procedimento penale, aveva denunciato il marito di averla ingiuriata e aggredita fin dai primi anni di matrimonio, anche davanti alla figlia minorenne.

Tra le accuse dalle quali l’uomo si è dovuto difendere, ritenute insussistenti, c’erano aggressioni consistite in morsi, gomitate e calci. La donna, le cui dichiarazioni sono state ritenute contraddittorie, aveva accusato il marito di vessazioni psicologiche, impedimenti alla frequentazione di familiari e amiche, violenze fisiche e verbali anche alla presenza della figlia minore, che per un periodo di cinque mesi è stata allontanata dal nucleo familiare e posta in una comunità, per poi essere affidata al padre, come da lei stessa richiesto.

L’imputato è stato rinviato a giudizio nell’ottobre del 2021 e dopo quattro anni di udienze, prove testimoniali e documentali, la stessa procura, al termine della requisitoria, ne aveva chiesto l’assoluzione.

“Qualunque padre si sarebbe arreso – ha dichiarato l’avvocato Ettore Censano, che ha assistito l’uomo insieme al collega Giulio Treggiari – . Ha invece raccolto tutte le sue energie per portare avanti una battaglia soprattutto per sua figlia. Questa storia mostra come, molto spesso, si parta dal pregiudizio che l’uomo sia sempre autore di maltrattamenti”.