Macabra scoperta a Bari, barboncino senza vita in mare: la proprietaria rischia multa e fino a 18 mesi di carcere

Un barboncino è stato trovato sabato sera senza vita nelle acque del lungomare di Bari, nel tratto antistante l’Albergo delle Nazionali. Sul posto è intervenuta la Polizia Locale che ha allertato subito il reparto veterinario dell’Asl, per l’animale però non c’è stato nulla da fare. È stato recuperato dalla battigia già morto.

L’autopsia ora stabilirà le cause del decesso e se il barboncino è morto in acqua o prima. Tramite il microchip è stata identificata la proprietaria. La donna rischia una multa, dai 5 ai 30 mila euro, e una reclusione da 3 a 18 mesi per l’articolo 544ter del Codice penale.

Le sanzioni sono previste per “chi, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche”.

Omicidio a Taurisano, uccide la moglie con 29 coltellate. Il killer pestato in carcere: “Qui non sei gradito”

Sarebbe stato aggredito violentemente da un gruppo di detenuti all’interno della sua cella, nel carcere di Taranto dove era da poco arrivato in seguito al suo trasferimento dalla casa circondariale di Foggia.

L’episodio è avvenuto una settimana fa, ma è stato reso noto nelle scorse ore. La vittima è Albano Galati, il 57enne di Taurisano (Lecce) che il 16 marzo 2024 uccise la moglie Aneta in casa con 29 coltellate, ferendo la vicina di casa dove la donna si era rifugiata per sfuggire alla furia omicida del marito. L’uomo sarebbe stato vittima di una spedizione punitiva anticipata, al suo arrivo, da forti minacce che lo esortavano ad andare via perché «non gradito».

A darne notizia in una nota sono i suoi legali, Luca Puce e Davide Micaletto, che si dicono «allibiti e amareggiati per un episodio di violenza selvaggia che poteva e doveva essere prevenuto da chi ne aveva il compito e il potere».  Galati avrebbe riportato forti traumi lacero-contusi al volto e varie contusioni al corpo che gli avrebbero provocato difficoltà di deambulazione e di respirazione.

Si trovava nella sezione destinata ad accogliere i detenuti comuni, dove era stato destinato «come se non fosse difficile immaginare – commentano i due legali – che, a causa del reato contestatogli, sarebbe stato immediatamente attenzionato».

Per i due legali si tratta di un episodio di «una gravità inaudita» che implica «evidenti responsabilità gestionali», e annunciano che sarà l’avvio di opportuni approfondimenti al Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), inoltrando ogni istanza istruttoria anche al ministro della Giustizia Nordio. Il processo a carico di Galati non è ancora iniziato. Dopo l’aggressione è stato trasferito in un’altra sezione.

Telefonini in carcere a Brindisi, in 9 mesi registrati 41 casi: detenuti a rischio processo

Tra marzo e dicembre 2023 almeno 41 detenuti del carcere di Brindisi hanno usato i telefonini cellulari per comunicare con l’esterno. Lo ha accertato la Procura di Brindisi che ha emesso un avviso di conclusione delle indagini nei confronti dei 41 indagati al termine degli accertamenti della polizia penitenziaria avviati dopo la scoperta di alcuni telefonini introdotti nel carcere del capoluogo messapico.

Gli indagati, nei confronti dei quali sarà quasi certamente chiesto il rinvio a giudizio, sono accusati di accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti. Le modalità con cui i telefonini sarebbero entrati in carcere non sono ancora state chiarite.

Fu proprio la scoperta ed il successivo sequestro di un microtelefono in una cella a far partire le indagini. Da quanto è stato accertato dalle forze dell’ordine, durante la permanenza in carcere 41 indagati dalla loro cella avrebbero avuto, con i telefonini introdotti in modo da eludere i controlli, numerose conversazioni (e non solo con i propri familiari). Alcuni degli indagati si trovano ancora in carcere, altri in libertà.

Altamura, assolto dopo 8 mesi in carcere con l’accusa del tentato omicidio dello zio: avrà 58mila euro dallo Stato

Lo Stato dovrà riconoscere circa 58mila euro a Massimiliano Colonna, 41enne di Altamura che ha passato 248 giorni in carcere con l’accusa di aver partecipato ad un agguato nei confronti dello zio Michele Cassano, avvenuto il 9 dicembre 2017 nelle campagne tra Altamura e Cassano.

La Corte di Appello di Bari ha accolto il suo ricorso, riconoscendo l’ingiusta detenzione. La vittima si trovava ai domiciliari e stava scontando una pena per ricettazione. Due persone, a bordo di un’Audi A5, raggiunsero la masseria in cui si trovava Cassano e aprirono il fuoco con una pistola calibro 7,65. Uno dei proiettili finì sulla gamba sinistra, provocando una frattura.

La stessa arma, inceppata, fu rivolta contro la moglie e la figlia. Sono state le tre vittime a indicare Colonna come una delle due persone entrate in azione e come istigatore dell’omicidio, riconoscendolo dal timbro della voce visto che era a visto coperto. A sparare, secondo il loro racconto, sarebbe stato l’altro uomo, Francesco Ritoli.

Il 6 marzo 2018 entrambi furono arrestati e portati in carcere, ma da subito si dichiararono innocenti. Poco dopo i provvedimenti cautelari furono annullati per mancanza di prova, così Ritoli tornò in libertà il 3 novembre 2018 e Colonna il 9 novembre 2018. Il 13 settembre 2022 i due sono stati assolti al termine del processo in abbreviato per non aver commesso il fatto. Il racconto delle due donne è stato considerato illogico e senza riscontri.

Colonna non si è fermato e ha presentato ricorso per ingiusta detenzione. I giudici della Corte d’Appello di Bari gli hanno dato ragione, riconoscendo 235 euro al giorno per lo “stravolgimento degli equilibri familiari, il mancato raggiungimento degli obiettivi di vita e il disagio della permanenza nelle strutture carcerarie da innocente”.

Evasione dal carcere di Nuoro, processo immediato per l’ex boss Marco Raduano: in 8 alla sbarra

Giudizio immediato per Marco Raduano, ex boss della mafia di Vieste (Foggia) dal marzo del 2024 collaboratore di giustizia, e per Gianluigi Troiano, suo ex braccio destro, arrestato il 31 gennaio del 2024 a Granada (Spagna) divenuto anche lui un ‘pentito’.

Insieme a loro altri sei viestani accusati, a vario titolo, di aver favorito la latitanza dell’ex boss Raduano, evaso dal carcere di massima sicurezza Badu e Carros il 24 febbraio del 2023, calandosi dal muro di cinta.

Fu catturato quasi un anno più tardi, il primo febbraio del 2024, in Corsica mentre stava andando a cena in un ristorante. Lo ha deciso il gup del tribunale di Bari Gabriella Pede che ha accolto la richiesta del della Dda. Il processo si svolgerà a Foggia: la prima udienza è fissata il 10 aprile prossimo.
Dopo l’arresto di Troiano e Raduano, divenuti collaboratori di giustizia, gli investigatori ricostruirono il traffico di stupefacenti e il favoreggiamento della latitanza di Raduano.

I due collaboratori di giustizia, Raduano e Troiano, sono accusati di traffico transazionale di droga e nello stesso procedimento Raduano e altri due indagati sono accusati di aver incendiato, nell’ottobre del 2023 a Vieste, l’auto della madre di un collaboratore di giustizia.

Secondo l’accusa, gli altri sei indagati avrebbero fornito e garantito a Raduano appoggi logistici e coperture, ospitalità anche per il tramite di terzi, apparecchi telefonici anche criptati, auto, denaro e informazioni utili ad eludere eventuali i controlli. Prima del 10 aprile gli indagati potrebbero chiedere il giudizio abbreviato. Parti offese il Ministero della Giustizia, il Comune di Vieste, il Ministero della Salute e la vittima dell’atto incendiario.

Trani, nasconde la droga negli stivaletti da spedire in carcere e finisce in cella anche lui: arrestato pusher

Gli agenti della sezione antidroga della squadra mobile di Trani hanno intercettato un pacco in cui all’interno c’erano degli stivaletti neri destinati ad un detenuto in carcere.

Nel tacco erano nascosti quasi 105 grammi di hashish. La Polizia ha così arrestato un tranese con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Ora è stato ristretto in carcere anche il presunto spacciatore.

Carcere di Trani, picchiato da detenuto senza motivo: ispettore finisce in ospedale

“Purtroppo il nuovo anno inizia come è finito il vecchio, e cioè con aggressioni a poliziotti penitenziari da parte di detenuti sempre più violenti e spregiudicati. Questa volta è accaduto ad un Ispettore del carcere di Trani che questa mattina senza alcun motivo, sarebbe stato colpito da un detenuto di origini tunisini in carcere per reati vari. Allo stato l’aggredito si troverebbe ancora presso il pronto soccorso del locale nosocomio ove viene curato. La cosa assurda è che il detenuto in questione nei giorni scorsi avrebbe incendiato una stanza del reparto in cui si trovava, con esalazione di fumi velenosi che costringevano ad evacuare i detenuti presenti nella sezione, in attesa che il fumo si diradasse”. Inizia così il comunicato stampa del Sappe, il sindacato autonomo polizia penitenziaria.

“Dobbiamo ancora denunciare l’assenza totale dell’amministrazione centrale che in casi come questi dovrebbe adottare i provvedimenti previsti da norme precise , ma che sistematicamente non lo fa, lasciando la patata bollente ai vertici del carcere che non avendo la possibilità di mandarli via e neppure di prendere provvedimenti coercitivi, rimangono impotenti poiché un detenuto non può essere toccato nemmeno con un grissino (anche se ti sta ammazzando) altrimenti scatta la denuncia per tortura – si legge nel comunicato -. A seguito di questa impotenza, la violenza è aumentata a dismisura e purtroppo a farne le spese sono i poliziotti penitenziari che per 1500 euro al mese, devono prendere pure le botte. Nei prossimi giorni questa O.S. si rivolgerà alla magistratura ordinaria per denunciare i responsabili dell’ufficio detenuti del DAP e chi li sostiene, poiché nonostante siano in vigore delle leggi dello Stato chiudono gli occhi sui loro doveri. Infatti l’articolo 14 bis dell’ordinamento penitenziario (che viene quasi sempre negato dal DAP) prevede che i detenuti che si macchiano di aggressione al poliziotti oppure mettono in pericolo la sicurezza del carcere devono essere immediatamente sottoposti in isolamento con revoca di tutti i benefici, nonché trasferiti con la massima urgenza in apposite sezione più controllate (art.32 sempre dell’ordinamento penitenziario). Se si applicassero queste semplici norme di legge, gli episodi di violenza ed aggressione tra detenuti o verso i poliziotti diminuirebbero del 60/70%, poiché i detenuti capirebbero che se sbagliano pagano immediatamente invece di rimanere impuniti. Proprio per questo chiediamo al Ministro Nordio di essere inflessibile con chi al DAP non rispetta le leggi, nonché di mandare questi delinquenti violenti nei loro paesi d’origine d’autorità, poiché loro non daranno mai il consenso, in quanto sanno che nei loro paesi d’origine , ben diverso sarebbe il trattamento a cui sarebbero sottoposti. Il SAPPE augura all’Ispettore selvaggiamente aggredito di rimettersi al più presto, e nel contempo invita il Capo del DAP a recarsi a Trani per sincerarsi di persona delle condizione del poliziotto ferito, nonché a verificare i sacrifici che giornalmente compiono i vertici del carcere e tutti i lavoratori per far rispettare la legalità, nonostante la grave carenza di organico a cui fa da contraltare il sovraffollamento che ha raggiunto numeri non più accettabile”.

Andrea Esse dal carcere alla musica, online “La mia storia”: la droga e le truffe (1)

Dal carcere alla musica, il riscatto dopo una vita dannata e alcuni errori pesanti. Vi raccontiamo la storia del rapper Andrea Esse. Siamo andati a trovarlo a Monopoli. Nella prima parte della lunghissima intervista, divisa in tre parti, ci parla degli inizi della sua vita da strada e di come si è avvicinato al mondo della criminalità dall’età di 13/14 anni nonostante avesse alle spalle una famiglia estranea a queste dinamiche. Le prime canne, la ricerca costante del rischio, l’ingresso nel mondo dello spaccio, il consumo di sostanze stupefacenti, il primo reato all’età di 16 anni, il primo arresto, gli altri guai, il carcere e i primi passi con la musica.