Omicidio Cilli a Barletta: la Cassazione conferma le condanne inflitte a Dario Sarcina e Cosimo Borraccino

La Corte di Cassazione ha confermato le condanne inflitte in primo grado e in appello per l’omicidio di Michele Cilli, il 24enne di Barletta scomparso nella notte tra il 15 e il 16 gennaio del 2022. Il suo corpo non è stato mai ritrovato.

Confermata la condanna a 18 anni e 8 mesi di reclusione inflitta a Dario Sarcina per omicidio volontario, confermata anche la condanna a 5 anni e 8 mesi di reclusione per Cosimo Damiano Borraccino, accusato di soppressione di cadavere.

Secondo la tesi dell’accusa Cilli, dopo una festa, sarebbe stato condotto da Sarcina in un garage situato in via Ofanto, nella periferia della città, e qui ucciso. Il corpo sarebbe stato poi soppresso grazie alla complicità di Borraccino. Quest’ultimo è stato immortalato mentre riempie una tanica di benzina in un distributore di carburante.

Bari, tenta di sequestrare bimba a San Pasquale: il 35enne Giuseppe Lamanuzzi condannato a 4 anni di reclusione

Il 35enne Giuseppe Lamanuzzi è stato condannato a 4 anni di reclusione dal Tribunale di Bari con l’accusa di aver tentato di rapire una bambina di 5 anni il 2 gennaio scorso.

La piccola stava passeggiando con la mamma nel quartiere San Pasquale. L’accusa aveva chiesto una condanna a 3 anni e 6 mesi di carcere, la pena inflitta è più severa.

L’uomo ha tentato di difendersi sostenendo di aver provato a rubare il portafoglio alla madre della bambina, tesi ritenuta non credibile. I genitori della minore si sono costituiti parte civile.

Padri separati, Appello conferma condanna a 3 anni. Giuseppe è disperato: “Più niente da perdere”

Torniamo a parlare di Giuseppe e della sua storia da padre separato che ha commosso e indignato la nostra community. L’esito dell’Appello è arrivato, la condanna a 3 anni per maltrattamenti in famiglia è stata confermata.

L’ultima volta lo avevamo incontrato dopo il quarto Natale senza i suoi figli, Giuseppe era venuto a trovarci da Barletta prima dell’esito dell’Appello. 

Siamo andati a trovarlo dopo questa notizia, Giuseppe è disperato e invoca di fare il padre. Nel video allegato gli aggiornamenti della storia.

 

Altamura, il 30enne Cavotta ucciso davanti a moglie e figlio: Giovanni Loiudice condannato a 20 anni

La sera dell’11 ottobre 2003, ad Altamura (Bari), avrebbero ucciso con sette colpi di pistola e due di fucile Massimiliano Cavotta, 30 anni, mentre tornava a casa insieme alla moglie e al figlio di tre anni, che riuscirono a mettersi in salvo.

Per quell’omicidio in due, Giovanni Loiudice (63 anni) e Nicola Centonze (48), sono stati arrestati nel novembre 2024, a distanza di 21 anni dal fatto. Oggi Loiudice è stato condannato a 20 anni di reclusione dal gup di Bari, mentre Centonze è stato già rinviato a giudizio davanti ai giudici della Corte d’Assise di Bari.

I due rispondono di omicidio volontario premeditato, detenzione e porto di armi da fuoco, aggravati dal metodo e dall’agevolazione mafiosa. Quest’ultima aggravante è stata riconosciuta dal gup in sentenza.

Secondo quanto ricostruito dalla Dda di Bari, Cavotta fu ucciso perché, in passato, avrebbe avuto dei contrasti con alcuni esponenti della criminalità organizzata altamurana e, nel febbraio precedente, avrebbe ferito con colpi di pistola proprio Loiudice. Il suo omicidio, dunque, sarebbe stato ordinato come ritorsione.

Nel processo sono costituiti parte civile la Regione Puglia, il Comune di Altamura e i parenti di Cavotta. Lo scorso 20 febbraio Centonze, ex collaboratore di giustizia, è stato arrestato (mentre era già in carcere) perché ritenuto il coordinatore dell’attentato dinamitardo del 5 marzo 2015, avvenuto nel locale Green Table di Altamura, in cui rimase ucciso il calciatore 27enne Domenico Martimucci.

Carabiniere ucciso a Francavilla, morto il killer Michele Mastropietro: la carriera tra rapine e assalti a portavalori

Michele Mastropietro, il rapinatore di Corsino ucciso nel conflitto a fuoco a Grottaglie con la Polizia e che questa mattina, assieme ad un complice, ha sparato contro il brigadiere capo Carlo Legrottaglie a Francavilla, uccidendolo, era stato condannato 9 anni fa dal Tribunale di Taranto con l’accusa di aver preso parte ad un’associazione a delinquere che commetteva rapine nei supermercati tra Lecce e Taranto.

Il 2 maggio 2013 aveva preso parte anche all’assalto ad un furgone portavalori dell’istituto salentino Sveviapol Sud nei pressi di Monteiasi. Anche in quell’occasione (il colpo non andò a buon fine), furono esplosi diversi colpi contro il furgone, mentre tre guardie giurate riuscirono a rifugiarsi nel caveau. L’obiettivo era portare via un milione e mezzo come bottino.

Anche il suo complice, il compaesano Camillo Giannattanasio, 57enne, ha precedenti penali. I due si sono dati alla fuga dopo l’omicidio di Legrottaglie e hanno trovato rifugio in una masseria di Grottaglie, prima di essere trovati dalla Polizia. Resta da capire l’eventuale coinvolgimento di altri complici.

La salma di Mastropietro si trova all’ospedale Santissima Annunziata di Taranto per essere sottoposta a esami: si dovrà accertare se sia morto a causa del conflitto a fuoco con la polizia, nel momento della cattura, oppure per le ferite riportate in seguito a quello con i carabinieri in cui è morto il brigadiere capo Legrottaglie.

Bari, Emiliano a processo per diffamazione all’ex consigliere Cipriani: condannato a multa e risarcimento

Il Tribunale di Bari ha condannato per diffamazione il governatore pugliese, Michele Emiliano, a pagare una multa di 1.500 euro e a risarcire i danni per 25mila euro all’ex consigliere comunale Luigi Cipriani, parte offesa. La pena è sospesa.

Il pm aveva chiesto una multa di 2mila euro, Cipriani 30mila euro di danni. A Emiliano erano contestate le frasi pronunciate il 13 settembre 2018 durante una trasmissione tv.

Commentando il comizio tenuto dall’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, davanti al circolo di Cipriani, avrebbe insinuato “l’esistenza di un legame tra Cipriani, il suo movimento politico e la criminalità organizzata”.

Baby escort a Bari, l’avvocato Stefano Chiriatti a processo: chiesti 2 anni di reclusione e 3000 euro di multa

Chiesta una condanna a 2 anni di reclusione e 3.000 euro di multa per l’avvocato leccese Stefano Chiriatti, accusato di prostituzione minorile nell’inchiesta a Bari sul giro di cui sarebbero state vittime, tra il 2021 e il 2022, quattro giovani baresi.

Questa è la richiesta avanzata dal pm del Tribunale di Bari Matteo Soave. Chiriatti ha scelto di essere giudicato con rito abbreviato che si sta celebrando davanti al gup Anna Perrelli.

Secondo l’accusa l’avvocato avrebbe avuto nel gennaio 2022 un rapporto sessuale a pagamento con due ragazze minorenni in un hotel di Bari. La prossima udienza è fissata il 15 ottobre e verrà dato spazio alla difesa. Chiriatti ha detto di non essere consapevole dell’età anagrafica delle ragazze.

Ricordiamo che Antonella Albanese e Nicola Basile sono stati condannati rispettivamente a 3 anni e un mese e a tre anni e quattro mesi di reclusione. Albanese, 21enne, avrebbe – insieme a Marilena Lopez, Federica Devito ed Elisabetta Manzari, attualmente a dibattimento con rito ordinario – indotto, favorito, sfruttato e gestito la prostituzione delle minorenni, «traendone un vantaggio economico», come scritto nel capo di imputazione.

Stessa accusa mossa a Basile, imputato anche per aver avuto dei rapporti sessuali a pagamento con due minori. Albanese e Basile hanno risarcito le due ragazze costituite parti civili. Un presunto cliente ha poi patteggiato a un anno e otto mesi.

Bari, aiuta dirigente della Multiservizi ad eludere un pignoramento: Giacomo Olivieri condannato a 2 anni

Giacomo Olivieri, l’ex consigliere comunale al centro della maxi inchiesta Codice Interno, è stato condannato dal Tribunale di Bari a due anni per il reato di truffa aggravata nei confronti della società pubblica.

La vicenda fa riferimento a quando Olivieri era alla guida della Multiservizi del Comune di Bari. Secondo quanto ricostruito dall’accusa, avrebbe depositato in Tribunale una falsa certificazione sullo stipendio di un ex dirigente, Oronzo Cascione, per salvarlo da due pignoramenti.

Olivieri ha lasciato gli arresti domiciliari e si è recato di persona in Tribunale, rendendo dichiarazioni spontanee e affermando di non sapere nulla della vicenda. Al termine della discussione è arrivata la condanna. Due anni anche per Oronzo Cascione.

Bari, casa popolare occupata a Japigia: abusiva condannata a 8 mesi dopo 5 anni. A processo anche il suo avvocato

Occupa abusivamente una casa popolare a Japigia senza avere titolo, portando anche i suoi bambini all’interno, e a distanza di 5 anni viene condannata in primo grado a 8 mesi di reclusione e 200 euro di multa. Protagonista una donna di 33 anni, tra 60 giorni saranno rese note le motivazioni della sentenza.

Assolto invece il suo avvocato “perché il fatto non sussiste”: il legale era finito a processo con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale per aver discusso animatamente con gli agenti di Polizia locale la mattina del 29 settembre 2020 in via Caduti dei Partigiani, nel tentativo da parte degli agenti di sgomberare l’appartamento.

Bari, giornalista Rai aggredita al Libertà: definitiva la condanna per la moglie del boss Caldarola

I giudici della quinta sezione penale della Corte di Cassazione hanno rigettato il ricorso presentato dalla difesa di Monica Laera, moglie di Lorenzo Caldarola, boss del clan Strisciuglio.

La donna è stata condannata a 1 anno e 4 mesi di reclusione per aver aggredito Maria Grazia Mazzola, inviata del Tg1. La giornalista fu colpita con un pugno durante la registrazione di un servizio dedicato alla criminalità organizzata il 9 febbraio del 2018.

Mazzola si avvicinò a Laera per porle alcune domande sul marito detenuto e sul loro figlio Ivan, prima di essere colpita con un pugno al volto davanti all’abitazione della condannata, nel quartiere Libertà di Bari.

A darne notizia è il sindacato Usigrai. “La giustizia scrive una pagina importante per il diritto di cronaca e ribadisce il diritto dei cittadini ad essere informati». La condanna definitiva alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione, con l’aggravante del metodo mafioso, per Monica Laera, già condannata in Cassazione per 416 bis (associazione mafiosa), mette fine anche ai tentativi di derubricare la vicenda come l’ennesimo caso di giornalisti che `se la sono andata a cercare”, si legge nella nota.

“Già nella sentenza di primo grado i giudici hanno scritto a chiare lettere che «il giornalista costituisce una minaccia seria per le associazioni mafiose, in quanto con il proprio lavoro è in grado di provocare un grave vulnus al muro di omertà che protegge, in una coltre di silenzio, le vicende criminali del clan – conclude il sindacato -. Il pronunciamento definitivo della Corte di Cassazione su questa vicenda riporta nel solco della legalità e del diritto un lavoro, quello di chi fa informazione, che si esercita al servizio dei cittadini: e questo è ancora più vero quando si tratta del Servizio pubblico della Rai”.