Ucciso il killer del carabiniere Legrottaglie: i due poliziotti indagati sono vittime di tentato omicidio

Sembra alleggerirsi la posizione giudiziaria dei due agenti indagati dalla procura di Taranto – per omicidio colposo a seguito di eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi – dopo la morte di giovedì scorso in un conflitto a fuoco del 59enne Michele Mastropietro, ritenuto l’autore dell’omicidio, poche ore prima, del brigadiere capo Carlo Legrottaglie.

I due risultano ora formalmente parte offesa in un procedimento parallelo per tentato omicidio e lesioni personali gravi – in concorso con Mastropietro – a carico di Camillo Giannattasio, l’altro fuggitivo che si è arreso durante le fasi della cattura.

La novità è emersa questa mattina, durante il conferimento dell’incarico al medico legale Roberto Vaglio di Lecce per l’autopsia sul corpo di Mastropietro, alla presenza del pubblico ministero Francesco Ciardo.

L’esame autoptico viene eseguito nell’ospedale Santissima Annunziara di Taranto. I due poliziotti hanno nominato Giancarlo Di Vella di Bari e un consulente è stato nominato anche dalla controparte.

Secondo la Procura, durante la fuga Mastropietro avrebbe aperto più volte il fuoco contro i due agenti, che hanno riportato ferite causate da cadute mentre cercavano di bloccarlo.

Per la difesa dei due poliziotti – rappresentati dagli avvocati Antonio La Scala e Giorgio Carta – il riconoscimento formale della loro condizione di vittime di un’aggressione armata rafforza la tesi della legittima difesa. Mastropietro, secondo le prime indiscrezioni, sarebbe stato colpito con un solo proiettile al torace. “Esprimo grande soddisfazione – dice all’ANSA l’avv. La Scala – nel vedere che viene riconosciuto ai due agenti anche il ruolo di persone offese di un gravissimo reato quale il tentato omicidio”.

Bari, omicidio Telegrafo in piazza a Carbonara: 5 arresti dopo 10 anni. In manette i killer e il mandante – I NOMI

Cinque persone sono state arrestate dagli agenti della squadra mobile della questura di Bari nell’ambito dell’inchiesta sull’assassinio di Nicola Telegrafo, ucciso con sei colpi di revolver il 28 maggio di dieci anni fa, in piazza Umberto nel rione Carbonara di Bari.

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In carcere sono finiti i presunti mandante e autori del delitto e chi li avrebbe aiutati a prepararlo. Si tratta di Luigi Guglielmi classe 1982 che per i poliziotti coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia sarebbe il mandante dell’omicidio; Giuseppe Cacucci di 31 anni e Nicola Lorusso di un anno più grande e noto in ambienti criminali come ‘barboncino’, che sarebbero gli esecutori materiali; e Porzia De Sario di 53 anni e il compagno, il 57enne Vito Francavilla detto ‘Vitino il nero’ che avrebbero contribuito alla pianificazione dell’assassinio.

Le indagini si sono avvalse delle dichiarazioni rese da Francavilla e Lorusso, entrambi collaboratori di giustizia che avrebbero confermato quanto gli accertamenti investigativi avevano ipotizzato.

L’omicidio di Telegrafo sarebbe maturato nell’ambito di una faida sanguinaria che, all’epoca dei fatti, avrebbe riguardato da una parte il gruppo Di Cosola, di cui farebbero parte gli arrestati di oggi, e il clan Strisciuglio, di cui la vittima era reggente pro tempore “per la concomitante detenzione del vertice associativo”, spiegano gli inquirenti che sono riusciti a trovare l’arma ridotta in pezzi.

Quanto riferito dai collaboratori di giustizia avrebbe permesso di definire le presunte responsabilità nell’omicidio in capo a Guglielmi, promotore del clan Di Cosola e mandante, per due dei suoi affiliati ovvero Lorusso e Cacucci, il primo avrebbe premuto il grilletto e indossato più giubbotti compreso uno antiproiettili per camuffare la sua stazza, e il secondo sarebbe rimasto alla guida dell’auto su cui sono fuggiti.

La 53enne e Francavilla invece avrebbero fornito “un contributo rilevante nella fase preparatoria del delitto”, aggiungono gli investigatori. Per tutti le accuse sono, a vario titolo, omicidio doloso, porto e detenzione di armi e ricettazione, tutti aggravati dall’associazione per delinquere di stampo mafioso. Risultano indagate altre tre persone, tra cui il padre di Loursso, Saverio che avrebbe nascosto l’arma del delitto.

Omicidio De Gennaro a Molfetta, il killer Onofrio De Pasquale condannato a 16 anni: tentò di murare il cadavere

Onofrio De Pasquale, 33enne originario di Bisceglie, è stato condannato a 16 anni di reclusione per l’omicidio del 23enne Dario De Gennaro risalente al 16 febbraio 2023.

La giovane vittima venne uccisa in un appartamento in via Immacolata a Molfetta con 36 coltellate, l’assassino cercò di occultare il cadavere murandolo in un’intercapedine della stessa abitazione.

All’origine della colluttazione, sfociata poi in omicidio, motivi legati al mondo dello spaccio e della droga. La sentenza è arrivata al termine del processo con rito abbreviato. De Pasquale dovrà riconoscere anche il pagamento delle spese del procedimento e di mantenimento in carcere durante la custodia cautelare.

A lui concesse le attenuanti generiche e non contestata la premeditazione del delitto. I familiari di De Gennaro ritengono la pena non congrua alle modalità dell’omicidio.

Omicidio a Galatone, ucciso il 66enne Sebastiano Danieli: il presunto killer non confessa. Domani l’autopsia

Si terrà questa mattina, nel carcere di Borgo San Nicola, l’interrogatorio di convalida del fermo per Cosimo Loiola, il 45enne di Galatone accusato dell’omicidio di Sebastiano Danieli, il 66enne trovato morto nel suo podere con una profonda ferita alla testa.

Secondo le prime informazioni Loiola non ha confessato l’omicidio ed è stato anche poco collaborativo durante i primi interrogatori nella caserma di Gallipoli. L’autopsia sarà conferita nella giornata di domani, venerdì 14 febbraio.

Nello stesso giorno dovrebbe svolgersi l’esame autoptico sul corpo della vittima, attualmente nella camera mortuaria del Fazzi di Lecce. Danieli sarebbe stato ucciso con un’ascia di ferro, raggiunto prima alla schiena, poi alla nuca.

Omicidio a Taurisano, uccide la moglie con 29 coltellate. Il killer pestato in carcere: “Qui non sei gradito”

Sarebbe stato aggredito violentemente da un gruppo di detenuti all’interno della sua cella, nel carcere di Taranto dove era da poco arrivato in seguito al suo trasferimento dalla casa circondariale di Foggia.

L’episodio è avvenuto una settimana fa, ma è stato reso noto nelle scorse ore. La vittima è Albano Galati, il 57enne di Taurisano (Lecce) che il 16 marzo 2024 uccise la moglie Aneta in casa con 29 coltellate, ferendo la vicina di casa dove la donna si era rifugiata per sfuggire alla furia omicida del marito. L’uomo sarebbe stato vittima di una spedizione punitiva anticipata, al suo arrivo, da forti minacce che lo esortavano ad andare via perché «non gradito».

A darne notizia in una nota sono i suoi legali, Luca Puce e Davide Micaletto, che si dicono «allibiti e amareggiati per un episodio di violenza selvaggia che poteva e doveva essere prevenuto da chi ne aveva il compito e il potere».  Galati avrebbe riportato forti traumi lacero-contusi al volto e varie contusioni al corpo che gli avrebbero provocato difficoltà di deambulazione e di respirazione.

Si trovava nella sezione destinata ad accogliere i detenuti comuni, dove era stato destinato «come se non fosse difficile immaginare – commentano i due legali – che, a causa del reato contestatogli, sarebbe stato immediatamente attenzionato».

Per i due legali si tratta di un episodio di «una gravità inaudita» che implica «evidenti responsabilità gestionali», e annunciano che sarà l’avvio di opportuni approfondimenti al Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), inoltrando ogni istanza istruttoria anche al ministro della Giustizia Nordio. Il processo a carico di Galati non è ancora iniziato. Dopo l’aggressione è stato trasferito in un’altra sezione.

Omicidio Dogna a Santo Spirito, il lavoro da addetto alle pulizie in Regione e il Sert: l’identikit del killer Rizzi

Tra i due la conoscenza si spingeva anche oltre, ma la vittima nell’ultimo periodo aveva “maledetto il giorno” in cui aveva conosciuto Rizzi e provava un certo disagio nei suoi confronti. Tanto da arrivare a bloccarlo su WhatsApp dopo aver cercato inutilmente di aiutarlo ad uscire dal tunnel della droga.

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Omicidio a Santo Spirito, accoltellato il 63enne Francesco Dogna: il killer può essere ferito. Quartiere sotto choc

È Francesco Dogna il 63enne trovato morto nella sua abitazione in via Torino a Santo Spirito questa mattina. A scoprire il cadavere un vicino, sul posto sono intervenuti poi i Carabinieri e la Scientifica. Il corpo presenta diverse ferite da arma da taglio. Sul posto si è recato anche il medico legale. L’uomo viveva da solo in una casa di proprietà, al primo piano, a ridosso del porticciolo di Santo Spirito e lavorava nell’azienda informatica Exprivia di Molfetta, specializzata in progettazione e sviluppo di tecnologie software.

Dentro e fuori all’abitazione sono state trovate diverse tracce di sangue, alcune potrebbero appartenere anche al killer. Dopo circa 100 metri non c’è più alcuna traccia per strada, questo fa pensare che l’assassino possa essere salito a bordo di un mezzo. L’intero quartiere è sotto choc per l’accaduto. Testimoni e vicini hanno dichiarato di aver udito rumori riconducibili ad una colluttazione.

Si cerca anche l’arma del delitto, al momento nessuna pista viene esclusa: gli inquirenti stanno ascoltando i vicini e i parenti della vittima. Al vaglio ci sono anche le telecamere dell’area in cui si è consumato l’omicidio, sul caso è stata aperta un’inchiesta. Dogna era disteso a pancia in giù in una pozza di sangue e la casa era tutta in casa disordine.

Bari, omicidio a Santo Spirito: 60enne accoltellato e trovato morto in casa. Caccia al killer

Tragedia in via Torino a Santo Spirito, nella zona del lungomare, dove un 60enne è stato trovato senza vita in casa. Sul corpo ci sono diverse ferite da accoltellamento. Il cadavere è stato trovato da un vicino, sul posto è intervenuto poi il cognato della vittima.

In casa, oltre alle tracce di sangue, sarebbero state ritrovate tracce di droga. Sul posto sono intervenuti i Carabinieri e la Scientifica. È partita la caccia all’uomo, le strade sono bloccate per i rilievi e per cercare di individuare il responsabile.

Omicidio a Lecce, ucciso il 43enne barese Giuseppe De Giosa: usato un kalashnikov. Si segue la pista della droga

È stato utilizzato un kalashnikov per l’omicidio di Giuseppe De Giosa, il 43enne di Bari, già noto alle forze dell’ordine, ucciso questo pomeriggio in via Papini a Lecce. Almeno tre i colpi esplosi, secondi i primi rilievi compiuti dalla polizia scientifica. La salma è stata trasferita in obitorio, in attesa dell’affidamento dell’autopsia.

All’interno della Fiat Panda con la quale la vittima è giunta sul posto e anche all’esterno, vicino al cadavere, sono stati rinvenuti sette chili di hascisc imballati e pronti per lo smercio. Circostanza che sembra avvalorare l’ipotesi dell’omicidio legato a contrasti nell’attività di spaccio di sostanze stupefacenti. La vittima, secondo le prime ipotesi investigative, potrebbe aver ‘invaso il territorio’ incorrendo nella reazione dei killer. Ma gli inquirenti non escudono alcuna pista. Le indagini della polizia sono coordinate dalla Dda di Lecce. Sul posto il procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi e il sostituto Giovanna Cannarile.

Bari, si avvicina all’ex fidanzata che lo aveva denunciato: assolto Alessandro Angelillo. È il killer di Anna Costanzo

Il Tribunale di Bari ha assolto il 48enne Alessandro Angelillo “per non aver commesso il fatto” dall’accusa di aver violato il divieto di avvicinamento nei confronti di una sua ex fidanzata. L’uomo, a febbraio del 2024, ha finito di scontare la condanna irrevocabile a 16 anni e 6 mesi di reclusione per l’omicidio della sua fidanzata Anna Costanzo, truccatrice del teatro Petruzzelli di Bari uccisa in casa nel luglio del 2009.

Durante un permesso premio di 10 giorni, ottenuto dal carcere di Volterra in cui era detenuto, nel 2019 Angelillo si sarebbe recato nel luogo di lavoro della sua ex fidanzata, con la quale ha avuto una relazione parallela mentre era fidanzato anche con Anna Costanzo. L’avrebbe “fissata con un sorriso di scherno, costringendola a chiedere ausilio a una pattuglia della polizia locale lì presente”. Secondo l’accusa questo comportamento avrebbe determinato una violazione del divieto di avvicinamento nei confronti della donna ma la misura non era in vigore al momento del fatto. Nel 2009 Angelillo fu denunciato dalla donna per violenza privata, lesioni personali e ingiuria e per questo fu sottoposto alla misura del divieto di avvicinamento. Nel 2010 fu condannato a 9 mesi di reclusione solo per le lesioni, nel 2011 fu assolto anche da quell’accusa. Per questo non gli sarebbe mai stato revocato il divieto di avvicinamento di fatto decaduto dopo l’assoluzione, che dunque non sarebbe stato in vigore nel 2019. Le motivazioni della sentenza saranno pubblicate in 90 giorni.