Mistero sulla morte di un detenuto nel carcere di Lecce: aperta un’inchiesta. Malore dopo colloquio con i genitori

È giallo sulla morte di Michele Fina, 34 anni, originario di Campi Salentina, deceduto mercoledì 15 luglio nel carcere di Lecce. L’uomo, che stava scontando una condanna definitiva e sarebbe tornato libero a ottobre, si è sentito male subito dopo un colloquio con i genitori mentre giocava a biliardino con altri detenuti. Si è accasciato improvvisamente ed è morto prima che i sanitari potessero tentare la rianimazione.

La Procura di Lecce ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo a carico di ignoti e nei prossimi giorni sarà eseguita l’autopsia, con esami tossicologici che dovranno chiarire le cause del decesso.

Secondo il Sindacato di Polizia Penitenziaria (SPP), si tratterebbe della sesta morte avvenuta nel carcere leccese negli ultimi tre mesi e della terza, tra aprile e luglio, riconducibile a una presunta overdose. Il segretario generale Aldo Di Giacomo torna a denunciare la diffusione della droga negli istituti penitenziari, definendoli vere e proprie “piazze di spaccio”.

Più cauta la legale della famiglia, l’avvocata Chiara Capodieci, che invita ad attendere gli esiti degli accertamenti. L’ultimo colloquio con il detenuto risaliva al 7 luglio: “Era tranquillo e lamentava soltanto alcuni disturbi di stomaco, per i quali era già in terapia”. Tre settimane prima Fina era stato ricoverato all’ospedale Vito Fazzi di Lecce e, a breve, il Tribunale di Sorveglianza avrebbe dovuto esaminare la richiesta di detenzione domiciliare in una comunità.

Bari, 27enne trovata morta in un b&b per un’overdose: era stata violentata un mese prima

Violentata per strada, a Bari, nella Giornata della donna. E morta, ventisette giorni dopo, per overdose da metadone in una casa vacanze nei pressi del Policlinico. È un dramma che si è consumato nel silenzio quello della 26enne di Triggiano a cui qualche giorno fa la polizia ha tentato di notificare la fissazione dell’udienza in cui avrebbe dovuto essere sottoposta a incidente probatorio.

L’obiettivo della Procura era farle ripetere per l’ultima volta il racconto di quella notte infernale, per inchiodare alle sue responsabilità l’uomo che l’aveva violentata, un ventisettenne nigeriano arrestato all’alba del 9 marzo. Ma la notifica è tornata indietro con sopra scritto “persona offesa deceduta”. Perché la mattina del 4 aprile è stata trovata senza vita in una struttura ricettiva di via Picone. A lanciare l’allarme è stato il coetaneo che aveva trascorso la notte con lei, uscito per fare colazione, che al ritorno l’ha trovata esanime sul letto.

L’autopsia, effettuata qualche giorno dopo, ha dato un responso chiaro: l’assunzione di una dose eccessiva di metadone le aveva provocato un arresto cardiaco. Il suo fisico fragile non aveva retto. Forse nella droga si era rifugiata per provare a sopportare il peso di ciò che aveva subito appena un mese prima.

All’alba del 9 aprile aveva telefonato al 112, per chiedere un intervento in via Oberdan, denunciando di aver subito uno stupro. Poche ore dopo aveva ripetuto il racconto in Questura. Apparentemente fredda, con gli occhi grigi gelidi, la pelle bianchissima che spiccava sotto i capelli rossi. Aveva raccontato tutto con dovizia di particolari, per poi rifiutare la visita in ospedale. «Mi sento già troppo violata» ha detto a chi ha raccolto la sua denuncia. Avevo portato il cane a giocare nell’area ex ferrovie Sud Est di via Oberdan – ha ricostruito – quando un uomo si è avvicinato. L’approccio verbale è stato veloce, il tentativo di allontanare lo sconosciuto deciso ma inutile: «Mi ha bloccata alle spalle, tenendomi i polsi e ha iniziato a denudarmi». Poi l’orrore. Una violenza incontrollabile, a cui la donna ha cercato di reagire dimenandosi e urlando, «ma attorno non c’era nessuno che potesse aiutarmi». E poi ulteriori violenze: «Mi ha afferrata al collo, stringendomi con forza e impedendomi di respirare».

Sul collo, quando è arrivata in Questura, portava i segni di ciò che era accaduto. Le ulteriori tracce dello stupro avrebbero dovuto essere cercate in ospedale ma non ha voluto. Così come non ha preso in considerazione l’idea di rivolgersi a un centro antiviolenza. È tornata alla sua vita, certamente complicata, considerato che aveva raccontato di aver perso da poco il lavoro e di vivere di espedienti. Forse ha iniziato a fare uso di droghe, a cercare compagnia per provare a dimenticare quei momenti. La sera del 3 aprile si è incontrata con un ragazzo con cui aveva preso appuntamento telefonico, sono andati in un bed and breakfast, hanno trascorso la notte insieme. Al mattino non si è risvegliata. Sul suo corpo non c’erano segni di violenza, le indagini dei carabinieri sull’uomo che si era intrattenuto con lei non hanno fatto emergere alcuna responsabilità. Pochi giorni dopo un ufficiale di polizia giudiziaria è andato a bussare all’abitazione di Triggiano in cui risultava residente per notificarle la richiesta di incidente probatorio. Lei non potrà più raccontare cosa le ha fatto il 27enne nella notte in cui altre donne celebravano con le mimose. Ma la Procura non ha avuto dubbi nell’esercitare l’azione penale: nei suoi confronti è stato emesso un decreto che dispone il giudizio, con le accuse di violenza sessuale, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale.

Tragedia a Neviano, 47enne muore in casa: ipotesi overdose fatale. Indagini in corso

Tragedia a Neviano, nel Leccese, dove un uomo di 47 anni è deceduto nella notte nella sua abitazione. L’ipotesi al momento al vaglio di chi indaga è una morte per overdose.

A lanciare l’allarme è stata una persona che si trovava con la vittima. Quando sul posto è arrivato il 118 non c’era più nulla da fare. Sul posto sono intervenuti i carabinieri, la salma è stata posta sotto sequestro su disposizione dell’autorità giudiziaria.