Garlasco, il barese Raffaele Sollecito su TikTok: “Si può rovinare la vita a un innocente. Sono in una nuova prigione”

“Ci sono storie che non finiscono, anche quando la giustizia dice che sei innocente. La mia è così”. Inizia così lo sfogo sui social di Raffaele Sollecito. Il 41enne barese, che ha trascorso quattro anni in carcere con l’accusa di concorso dell’omicidio di Meredith Kercher, la studentessa inglese trucidata la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre del 2007 a Perugia, prima di essere assolto in Cassazione nel 2015, su TikTok esprime il suo punto di vista sul caso Garlasco.

“Viviamo in un mondo in cui si censurano le battute fatte verso le minoranze ma si può facilmente rovinare la vita di un innocente e poi far finta di nulla. Lo sto vedendo di nuovo nel caso di Garlasco e la cosa mi intristisce molto – aggiunge -. Il marchio che mi porto addosso non è una colpa, è uno stigma e quello non te lo toglie nessuna sentenza nemmeno una di assoluzione. Il politically correct difende tutto e tutti tranne chi non ha fatto nulla”.

“Ancora oggi mi sento costretto a dimostrare di non essere quello che hanno raccontato di me, mi capita spesso di sentire di doverlo dimostrare quando entro in un bar, faccio commissioni o quando leggo nello sguardo delle persone un pregiudizio o un atteggiamento di voler sapere e conoscere cose che non sanno in realtà di me e colmare quella distanza che c’è – conclude -. Una sentenza di assoluzione non ti libera ma spesso ti porta in un una nuova prigione quella del giudizio e dello sguardo delle persone”.

 

Mafia nel Barese, inchiesta sul clan Misceo: a processo 69 affiliati. Spunta un nuovo collaboratore di giustizia

Giuseppe Patruno, 33enne arrestato lo scorso aprile dalla Guardia di Finanza di Bari, ha deciso di collaborare con gli inquirenti, tanto da aver tenuto già lunghi interrogatori con il pm antimafia di Bari, Fabio Buquicchio.  Le sue dichiarazioni saranno depositate nell’udienza fissata il prossimo 20 ottobre con imputate 69 persone appartenenti ai clan Misceo e Annoscia di Bari e Noicattaro.

L’inchiesta, coordinata dai pm Fabio Buquicchio e Daniela Chimienti, portò lo scorso aprile all’arresto di 22 persone. Le indagini sono state condotte dal nucleo Gico della guardia di finanza e dai carabinieri, che eseguirono quattro arresti per un duplice tentato omicidio commesso a Noicattaro nel 2021. Un agguato, come è stato ricostruito dalle indagini, che si inserisce nelle frizioni tra il clan Misceo e il clan rivale Annoscia per il controllo dello spaccio sul comune di Noicattaro.

Nell’inchiesta è contestato anche un altro tentato omicidio nei confronti di un esponente del clan Di Cosola. Ai 69 indagati sono contestati a vario titolo i reati di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, tentato omicidio, porto e detenzione di armi, detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti, resistenza a pubblico ufficiale, trasferimento fraudolento di beni e utilizzo di cellulari da parte di detenuti.

Il clan Misceo, come emerso, avrebbe operato anche nei vicini comuni di Triggiano, Gioia del Colle e anche Bari. Il capo, Giuseppe Misceo, avrebbe continuato a controllare impartendo ordini dal carcere con il cellulare. Come persone offese ci sono i ministeri dell’Interno e della Giustizia, il Comune di Noicattaro e le tre vittime dei due tentati omicidi: due di loro sono anche imputati.

Flotilla, l’attivista Tony La Piccirella torna a Bari. Arrivo alle 19.10 in stazione: “Molto presto vi dirò tutto”

“Ieri ho fumato tante sigarette e abbracciato compagni e cuori fino a tardi. Mi fa male la gola, ma mi stanno prendendo cura. Stasera alle 19:10 arrivo alla stazione di Bari. Domani proverò a cercare un nuovo telefono”.

Inizia così il post pubblicato sui social da Tony La Piccirella, l’attivista barese accolto ieri con applausi, bandiere e cori pro Pal all’aeroporto di Fiumicino, assieme ad altri quattro attivisti della Global Sumud Flotilla.

“Siamo stati deportati con la forza e non potevamo restare per assicurarci che tutti uscissero, ma secondo le trattative, chiunque fosse ancora dentro dovrebbe essere portato al confine con l’autobus entro questa mattina. Con loro ci sono Thiago, Suayb e Mandela. Fate rumore a canone più giorni, e poi riorganizziamoci per la prossima irresponsabile provocazione globale”, aggiunge.

“Eravamo in una prigione al confine con Gaza — nell’ala accanto a noi c’erano i nostri fratelli e sorelle palestinesi, e il nostro avvocato ci ha detto che potevano sentire le canzoni, i canti, il casino che stavamo facendo. E che ha rotto il loro isolamento e ha portato un po’ di speranza – racconta -. Non potevamo sentirli perché non gli è permesso cantare. Abbiamo sentito solo i caccia volare sopra le nostre teste, mentre andavano a bombardare la loro terra. Molto presto vi dirò tutto. Palestina libera. Liberate tutti”.

Flotilla, l’attivista barese Tony La Piccirella presto in Italia. L’annuncio del sindaco Leccese: “Ho sentito Tajani”

Tony La Piccirella, attivista barese della Global Sumud Flotilla, rientrerà via Atene in tempi rapidissimi. Lo ha annunciato il sindaco di Bari, Vito Leccese, dopo aver sentito direttamente il ministro Antonio Tajani e il suo capo di Gabinetto.

“Ho incontrato il padre di La Piccirella -che fa parte del secondo gruppo di persone fermate. Era molto preoccupato perché non aveva notizie da nessuna delle nostre autorità. Poi ho sentito direttamente io il ministro. Certamente lo incontrerò come ho fatto anche la scorsa volta. Questo perché Antonio La Piccirella è una persona molto impegnata nel campo sociale, a favore della pace e delle missioni umanitarie”, ha poi aggiunto il primo cittadino barese.

Quanto alle manifestazioni degli scorsi giorni, il sindaco ha detto che “dobbiamo pensare all’essenza stessa di quella manifestazione, come atto di solidarietà nei confronti del popolo palestinese che continua a essere sottoposto a un annientamento sistematico da parte del governo di Netanyahu”. Quanto ai negoziati per la pace in Egitto, Leccese ha concluso che “tutti abbiamo il cuore pieno di speranza”

“Ho un microchip nel cervello e devi salvarmi”, violenze sulla cuginetta di 10 anni: condannato 30enne barese

Un 30enne barese è stato condannato a 4 anni di reclusioni per violenza sessuale aggravata, violenza privata e detenzione di materiale pedopornografico. Secondo quanto ricostruito dalle indagini, avrebbe convinto la cuginetta di 10 anni a praticare atti sessuali per salvarlo.

Il motivo? Gli avevano impiantato nel cervello due microchip tali da farlo impazzire o morire. I fatti risalgono al periodo 2011-2014, all’epoca dei fatti il protagonista era poco più che maggiorenne.

Avrebbe convinto la cuginetta parlando di “di una presunta organizzazione tedesca dedita alla dominazione maschile e della necessità, in qualità di padrona prescelta, di dover dominare il proprio cugino per liberarlo da un microchip che gli era stato impiantato nel cervello e successivamente da un neurone che gli era stato impiantato nel piede che rischiavano di ucciderlo o di farlo impazzire”, come si legge nel capo d’imputazione.

Flotilla, il papà dell’attivista barese La Piccirella dal sindaco Leccese: “Non ho notizie di Tony da giorni”

Il sindaco di Bari, Vito Leccese, ha ricevuto ieri nella sede del Comune Matteo La Piccirella, il padre di Antonio, uno degli attivisti parte dell’equipaggio della Global Sumud Flotilla, trattenuto in Israele dopo l’abbordaggio da parte della marina militare.

La Piccirella ha manifestato al sindaco preoccupazione «non avendo da giorni notizie di suo figlio», spiega una nota del Comune. Il sindaco, prosegue l’amministrazione, «ha già sentito la Farnesina, ricevendo rassicurazioni sul fatto che si sta lavorando per far rientrare gli italiani, al momento trattenuti in una struttura detentiva, il più presto possibile in Italia. Tra questi anche Tony».

Antonio La Piccirella è uno dei tre baresi impegnati nella missione. Gli altri sono Lorenzo D’Agostino, anche lui fermato, e Francesca Amoruso, che ieri ha annunciato il ritiro per problemi con la nave madre.

“Siamo costretti a fermarci, lo facciamo con rammarico. Ci abbiamo provato in tutti i modi, ma non potremmo proseguire in sicurezza il nostro viaggio e questo significherebbe mettere a rischio la nostra barca e la nostra vita, coinvolgendo moltissime altre persone. Siamo responsabili e riteniamo di doverci fermare”, le parole sui social dell’attivista Francesca Amoruso, a bordo di Al-Awda, una delle imbarcazioni della Freedom Flotilla Italia in rotta verso Gaza.

“Ci fermiamo in mare – prosegue – consapevoli di aver sollevato un moto di sdegno e indignazione nei confronti dell’azione del governo di Israele, ma torniamo convinti di non fermarci. Vogliamo ricongiungerci a tutti gli equipaggi di terra per continuare a lottare per una Palestina libera e per la fine di questo genocidio”. Amoruso era partita da Otranto (Lecce) lo scorso 25 settembre.

“La nostra nave di appoggio Ghassan Kanafani ha subito due avarie – racconta – ed è stata sottoposta a fermo dalla polizia portuale greca, adesso è a Heraklion (a Creta, ndr) sotto sequestro”.

“Noi – prosegue – eravamo più avanti come rotta, ma siamo stati abbordati dalla Capitaneria di porto greca in assetto antisommossa e siamo stati sottoposti a un controllo molto lungo. In questo modo abbiamo perso la possibilità di ricongiungerci con le altre navi della Flotilla e siamo stati costretti a fermarci per poi decidere di tornare a prestare soccorso alla nostra nave madre”.

“Questo – conclude l’attivista – ci ha fatto capire che non è possibile proseguire. Responsabilmente, senza nave di appoggio, abbiamo capito che in solitaria non è possibile andare avanti verso l’obiettivo ultimo, che è Gaza”.

Caporalato nel Barese, braccianti pagati in nero e meno di 5 euro l’ora: in 12 a processo

Il gup di Bari Giuseppe Ronzino ha disposto il rinvio a giudizio per 12 persone imputate nel processo nato dall’inchiesta Caporalis dei carabinieri che ha svelato un presunto giro di sfruttamento dei braccianti nei campi della provincia di Bari. Il processo prenderà il via il prossimo 4 dicembre.

Assolto in abbreviato un finanziere per non aver commesso il fatto, per un altro imputato è stato disposto il non luogo a procedere. Tra gli imputati i due presunti caporali, Maria De Villi e Vito Stefano De Mattia, assieme ai titolari di 10 aziende agricole.

De Villi e De Mattia, secondo l’accusa, avrebbero reclutato tra maggio e luglio 2021 braccianti italiani e stranieri con annunci su Facebook e nelle chat di WhatsApp, spendendoli nelle campagne di Turi, Cassano, Acquaviva e Rutigliano. I lavoratori sarebbero stati pagati in nero e meno di cinque euro l’ora.

Il pittore Gasparro accusato di antisemitismo. Antonio agli ebrei: “Sono il padre di San Simonino”

La Procura di Bari ha chiesto la condanna a 6 mesi di reclusione nei confronti del pittore barese Giovanni Gasparro, finito a processo per propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa.

Gasparro dovrà rispondere di alcuni commenti apparsi sulla sua pagina Facebook relativi alle foto del suo quadro Martirio di San Simonino da Trento, opera finita al centro delle polemiche e dei processi.

Una vicenda che coinvolge direttamente Antonio che ha consentito al figlio minore di posare all’età di 2 anni per il quadro. È proprio lui il volto di San Simonino, venerato come beato dalla Chiesa cattolica fino al 28 ottobre 1965, quando nel corso del Concilio Vaticano II ne fu abolito il culto.

L’opera del 2020 riproduce l’omicidio di un bambino di Trento detto Simonino, scomparso misteriosamente la notte del 23 marzo 1475 e ritrovato morto trenta giorni dopo, con una ferita sanguinante al costato, afferrato e circondato da membri della comunità ebraica intenti a raccogliere in una bacinella il sangue della ferita del bambino.

La comunità ebraica vuole far passare Gasparro come antisemita sostenendo che, rispondendo ad alcuni utenti, avrebbe “propagandato e divulgato idee fondate sull’odio antisemita, atte ad influenzare le opinioni di un più vasto pubblico, scatenando e suscitando reazioni e commenti di cui vari dal chiaro contenuto antisemita di numerosi followers”, come si legge nel capo di imputazione. Nel video allegato la dura presa di posizione da parte di Antonio sulla vicenda.

DI SEGUITO IL COMUNICATO STAMPA INTEGRALE DI GASPARRO

Sconcertato dal clamore che in questi giorni hanno suscitato alcuni articoli riguardanti la mia persona ed il mio privato, pubblicati da alcuni giornali locali, in Toscana, tuttavia, in primis, riferisco che con il Sindaco di Siena Nicoletta Fabio, non ho mai avuto modo di parlare dell’annosa vicenda giudiziaria che mi vede coinvolto. Questo perché non antepongo mai le questioni private a quelle professionali e la vicenda era già di dominio pubblico. Non sono stato condannato e, sino a sentenza definitiva, passata in giudicato, sarò un cittadino italiano, libero ed innocente. Il Sindaco mi ha scelto come pittore del Drappellone del Palio di luglio per il mio percorso e le mie peculiarità artistiche. Sicché, appare evidentemente pretestuoso insinuare (o volgarmente sostenere) che la Professoressa Fabio mi abbia voluto per la carriera di Provenzano, in quanto sindaco di “destra”, sibilando, all’orecchio dei lettori, un’equazione da manuale dei luoghi comuni: politici di destra = antisemitismo.

La città ha accolto, pressocché unanimemente, il mio Drappellone, dedicato alla Madonna di Provenzano, con un’ovazione ed affetto che ha sorpreso tutti, me per primo, con attestazioni di stima entusiastiche, applausi interminabili, interviste e paginoni dai toni trionfanti, anche con risonanza nazionale ed internazionale. Dispiace che ora, un gruppo sparuto di persone, alcune delle quali animate da ideologia politica e surreali rigurgiti anticlericali, voglia macchiare un’opera ed una commissione comunale così pulita, limpida ed onesta. Ho dedicato a Siena e al Palio lunghissimi mesi con spirito di abnegazione e grande acribia di studio, a titolo gratuito, accantonando decine di commissioni altrettanto importanti, anche internazionali.

Si è scomodato (troppa grazia!) persino l’ex gran maestro del Grande Oriente d’Italia, il vertice della Massoneria, per questa inqualificabile campagna d’odio nei miei confronti. I miei detrattori, palesemente “informati” da qualcuno estraneo alla Procura ma tecnicamente in possesso dei dati relativi al processo ed in cerca di clamore a basso costo, hanno puntato i riflettori sul procedimento pendente a Bari.

Invece, gli stessi, si guardano bene dal riportare che il Gip del Tribunale di Milano, a seguito di una querela sporta dalla Fondazione Centro di Documentazione Ebraica e dall’Associazione Italiana Giuristi ed Avvocati Ebrei del capoluogo lombardo, in accoglimento della richiesta di archiviazione formulata dal Pubblico Ministero, con ordinanza del 25 marzo 2022, ha archiviato, per infondatezza della notizia di reato, il procedimento incardinatosi a mio carico, per il reato di cui all’art.604 bis del Codice Penale in riferimento alla pubblicazione dell’opera denominata “Martirio di San Simonino da Trento”.

Nella stessa ordinanza si legge che “le integrazioni di indagine individuate dalla persona offesa, debbano ritenersi superflue e non ammissibili” e “la condotta del Gasparro, non rilevante penalmente, ma libero esercizio del diritto di espressione dello stesso”. Si legge ancora che “la diffusione via internet dell’opera non può ritenersi condotta istigatrice dell’odio razziale o etnico, ma rilevante solo dal punto di vista estetico, non rivestendo rilievo informativo.”

Nel medesimo provvedimento, il Giudice afferma che il mio dipinto che ritrae il “Martirio di san Simonino di Trento” non può considerarsi un’opera antisemita e ciò, persino a prescindere dalla veridicità storica dell’episodio effigiato (ammesso e non concesso) del martirio del piccolo Simone.

Quindi, in termini giudiziari, la realizzazione del dipinto e la sua diffusione rappresentano comportamenti leciti. Ma questo, ai senesi, e non solo a loro, è stato artatamente taciuto dalla stampa e da coloro i quali hanno rilasciato le interviste.

Segnalo, altresì, che per quest’opera dipinta nel 2019, sono stato bersaglio di minacce, anche di morte, pervenutemi in tutte le lingue e su tutti i miei canali di comunicazione. Conservo, con immutata e profonda sofferenza dell’animo, tutte le documentazioni di tali ignobili e delittuosi messaggi.

Hanno provato ad hackerare i miei siti web, a farmi revocare i premi internazionali vinti, limitare le mie partecipazioni a concorsi e commissioni pubbliche e private, a togliere le mie pale dagli altari delle chiese.

Sono stato persino pedinato, allorquando mi trovavo nei paraggi e persino nella cattedrale di Bari. Una damnatio memoriae ed una campagna diffamatoria a mezzo stampa, d’odio e persecutoria, inaudita.

Tuttavia, proprio per non esacerbare gli animi, per quattro lunghi anni, ho volutamente negato ogni intervista al riguardo, anche a testate nazionali, o addirittura statunitensi, israeliane e di altri Paesi. Ho subito ogni forma di umiliazione, sono stato portato in Questura per l’interrogatorio della Digos, giunta nella mia casa di Adelfia, come un volgare criminale, in pieno lockdown, in una Bari totalmente deserta, allontanandomi da mia madre, in gravi condizioni di salute, a casa.

Eppure, non ho intrapreso, allo stato, alcuna iniziativa a mia tutela, sempre nell’ingenua speranza di sedare le polemiche e potermi dedicare alla mia pittura e ai miei gravissimi problemi familiari.

Oltretutto, si è perseguita una strumentale interpretazione del contenuto della mia opera, che invece, ha un carattere esclusivamente artistico e devozionale, come centinaia di altre mie creazioni, fruibili pubblicamente in tutto il mondo e sul web, assolutamente scevro del benché più recondito sentimento di odio razziale nei confronti di chicchessia, comprese le comunità ebraiche. In tutta coscienza, posso quindi affermare di non nutrire oggi e di non aver mai nutrito alcun sentimento negativo verso chi professa un culto diverso dal mio e senza avere la pretesa di imporre la mia fede con la coercizione e la violenza. Né istigo gli altri a farlo. Sono semplicemente un pittore cattolico che si cimenta prevalentemente con l’arte sacra, non faccio politica, non l’ho mai fatta, né voglio farla. Non parteggio per alcuna forza politica italiana. Dipingo scene evangeliche, mistiche e di santi ed anche di quelli che furono martirizzati, indipendentemente da chi ne determinò il martirio.

Del resto, tanti artisti d’arte sacra del passato e del presente, col proprio stile e nelle proprie valenze iconografiche ed iconologiche, hanno raffigurato tutto ciò, con le mie stesse finalità e modalità. Questo dunque non fa di me un propagatore di “odio” verso i pagani romani, gli ariani, gli anglicani Tudor elisabettiani, i luterani o i musulmani, tanto quanto non mi qualifica come antisemita. Mi pare, quindi, oltremodo surreale che si possa sostenere l’assioma per cui, l’aver dipinto la narrazione storica del “martirio di San Simonino da Trento”, secondo una tradizione iconografica lunga ben cinque secoli, così com’è, a tutt’ oggi, visibile nei musei e nelle chiese di mezza Italia, oltre che nelle edicole devozionali presenti nella stessa città di Trento, possa essere considerato un messaggio antisemita.

Questa operazione sinergica di dileggiamento nei confronti della mia opera e della mia persona, che promana da più fronti, mi pare, quindi, lesiva della mia libertà di pensiero ed artistica, oltre che diffamatoria.

Attribuire al sottoscritto la sottesa volontà che un dipinto che ritragga un fatto storico ovvero la narrazione che ne è stata resa, possa costituire uno sprone per atti d’odio è pretestuosa, è un processo alle intenzioni, è una limitazione alle mie più elementari libertà di cittadino italiano, di pensatore, di artista, di uomo, tutte tutelate dal nostro ordinamento giuridico e da quello internazionale.

Sul piano storico, circa la morte di San Simonino, non sono io la persona più accreditata ad esprimersi con rigore scientifico e, pertanto, non lo farò.

Posso solo registrare, contrariamente a quanto asserito monoliticamente dai miei detrattori senesi e dai miei querelanti, già citati dalla stampa (il Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni e la Presidente dell’UCEI – Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni, che si sono costituiti parte civile), che, sulla questione storica, i pareri non sono affatto unanimi, bensì fortemente discordanti sia nell’alveo degli storici cattolici che fra quelli ebraici.

Negli articoli diffamatori di questi giorni, si fa menzione dei miei commenti pubblicati a corredo delle foto del dipinto di san Simonino. In uno di questi avrei scritto “Tutti siamo disgustati dall’orrore di Auschwitz”. Ebbene, quale antisemita sarebbe “disgustato” dai campi di sterminio nazisti? Ed ancora, i giornalisti e gli intervistati sulla Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, Corriere di Siena, La Nazione, La Repubblica – Firenze, ecc, omettono di menzionare l’altro “commento” attribuitomi sui social, per cui sono stato rinviato a giudizio, nel capoluogo pugliese, dal GIP, ovvero la citazione del libro “Pasque di sangue” (Ed. Il Mulino) di Ariel Toaff, Professore di Storia del Medioevo e del Rinascimento all’Università di Tel Aviv, in Israele, nonché figlio dell’ex Rabbino Capo di Roma Elio. Ebbene costui, ebreo, prestigioso storico e docente universitario autore di numerose pubblicazioni su questi temi, ha fornito un’analisi storico – scientifica che fornisce preziosi elementi di valutazione sulla ricostruzione storica che è stata data agli eventi sopra menzionati. Ma non mi risulta che per questo il prof. Toaff abbia dovuto subire un procedimento penale. Il notissimo storico cattolico Franco Cardini, sulle pagine di Avvenire del primo febbraio del 2001, definì il libro di Toaff “una ricerca storica metodologicamente esemplare, appoggiata alle fonti autentiche e alla più aggiornata letteratura critica, ma compie anche un atto di onestà intellettuale”.

Temo non sarà più possibile per me e per molti altri artisti dipingere queste iconografie storiche, esporle e pubblicarle con commenti didascalici ed esplicativi, perché sarebbero suscettibili di accuse di antisemitismo. Oltretutto in un Paese come l’Italia, in cui alle biennali d’arte, nei musei e in numerosissime altre esposizioni si dileggia “artisticamente” ed impunemente il Cattolicesimo, con Crocifissi immersi nelle urine, Madonne blasfeme e rivisitazioni dell’Ultima cena che offendono i sentimenti di fede del singolo credente cristiano.

Il Drappellone stesso del Palio di Siena, talvolta non è stato benedetto dall’Arcivescovo proprio perché le immagini mariane erano al limite della blasfemia, eppure nessuno si è mai sognato di querelarne gli autori. Io, invece, sono stato rinviato a giudizio per aver dipinto il “Martirio di San Simonino da Trento”.

Solo ed esclusivamente per questo, sono esposto al pubblico ludibrio e ad un processo penale per istigazione all’odio razziale, e cioè per condotte perseguite dalla legge Mancino, che si applica tradizionalmente ai nazifascisti, ma nel mio caso per un presunto reato d’opinione ed aver citato il libro scritto da un docente universitario ebreo che affronta il medesimo tema. Questo episodio costituisce un precedente perniciosissimo e di una gravità inaudita perché blinda qualsiasi libera manifestazione di libertà e di indagine scientifica. E lo studio deve essere libero da ogni coercizione ideologica, giudiziaria e legalistica.

Nessuno vorrebbe vivere in un Paese in cui qualsiasi dissenso venga bollato con marchi d’infamia come quelli di razzista ed antisemita.

Se non si possono confutare le tesi intellettuali, come noto, si perseguita la persona e si distruggono le opere, modalità tipica dei regimi totalitari fascisti e comunisti. Anche opere pittoriche, fisicamente o mediaticamente. Perché i dipinti non sono oggetti d’arredamento ma opere dell’intelletto.

Neanche la dedica all’80° anniversario della Liberazione di Siena dal nazifascismo, apposta in lettere d’oro cubitali, all’apice del mio Drappellone del Palio, è servita a placare chi, a Siena, mi aveva già condannato ed incasellato ideologicamente.

Ho salutato il capoluogo toscano con i contradaioli (non solo del’Onda, vincitrice del Palio) che mi abbracciavano tributandomi gratitudine, stima ed affetto, gridavano quasi al miracolo per il Drappellone “dipinto di luce e oro” rimasto asciutto sotto la pioggia scrosciante. Questo mi conforta e mi basta. Resto, invece, profondamente rammaricato per questa campagna livorosa nei miei confronti. Non sono mancate commoventi attestazioni di vicinanza, stima e solidarietà, seppure in privato. Attendo e spero che qualcuno voglia farlo anche pubblicamente perché questo episodio di bieca censura e caccia alle streghe, mediatica e giudiziaria, getta un’ombra sinistra sulla libertà di tutti i senesi e degli italiani, non solo la mia. Perché oltre l’artista c’è un uomo.

Flotilla, imbarcazioni attaccate da droni e bombe: i 41 sindaci del Barese invocano protezione alla premier Meloni

I 41 sindaci della Città metropolitana di Bari, guidati dal sindaco metropolitano Vito Leccese, hanno inviato una lettera alla Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, esprimendo preoccupazione per la situazione della Global Sumud Flotilla, attualmente impegnata in acque internazionali in una missione umanitaria di pace.

Le imbarcazioni della Flotilla sono state ripetutamente prese di mira da droni e ordigni, con esplosioni vicino alle navi e danni causati da bombe sonore e sostanze urticanti. La vita dei partecipanti è a serio rischio.

Viene chiesta “una ferma e immediata presa di posizione pubblica per condannare questi attacchi illegali” e l’attivazione di canali diplomatici e internazionali per garantire la sicurezza della missione.

I sindaci sollecitano inoltre “una forte pressione politica e diplomatica sui responsabili” per fermare queste azioni ostili. Nella parte finale viene chiesto “un intervento immediato per garantire che la missione umanitaria possa proseguire in sicurezza”.

Profilo social hackerato e minacce in chat, lascia la scuola per un anno: 16enne barese affidato ai servizi sociali

Decide di non andare più a scuola perché ha paura di incontrare di persona chi lo minaccia online. Protagonista un 16enne barese, il caso è attenzionato dal Tribunale dei Minori che ha affidato il ragazzo ai servizi sociali e che ha aperto un fascicolo per individuare i responsabili.

Al giovane è stato hackerato il profilo social, poi sono arrivate alcune minacce in chat. “Se non ti cancelli dal gruppo, ti facciamo arrivare gli assistenti sociali a casa”.

“Il minore ha sospeso la frequenza scolastica ed è vittima di un attacco informatico da parte di ignori che, oltre ad hackerare i suoi profili social, lo minacciano”, si legge nelle carte. Il Tribunale in precedenza aveva anche nominato un curatore speciale, prima di coinvolgere il consultorio e il centro servizi per le famiglie.

“L’obiettivo è quello di assicurare il necessario supporto psicologico al minore e valutare le capacità genitoriali avviando un percorso di sostegno alla genitorialità in loro favore”, si legge nel provvedimento.