Adesca ragazzina online e si fa inviare foto e video intimi: 30enne pugliese condannato a 6 anni e 6 mesi

I giudici della quinta sezione penale del tribunale di Palermo hanno condannato un 30enne foggiano a sei anni e sei mesi di reclusione per pedopornografia minorile e tentata violenza privata.

Era accusato di avere adescato una minorenne palermitana utilizzando un falso profilo social. L’indagine è nata dalla denuncia della madre presentata nel 2018.

L’uomo, secondo quanto ricostruito dai carabinieri della sezione cyber investigation dii Palermo, fingendosi anch’egli minorenne, ha convinto la vittima a fornirgli il numero di cellulare. Così il 30enne, secondo l’accusa, ha contattato la minorenne con un’utenza mobile estera e ha iniziato a chiederle foto e video.

Dopo avere ottenuto alcuni filmati compromettenti, le richieste non si sono fermate, ma si sono fatte sempre più insistenti per la vittima. La ragazzina è stata anche minacciata dall’uomo dell’invio dei video ai genitori.

La mamma ha capito che qualcosa turbava la figlia e, in un momento di intimità, la bambina ha trovato il coraggio di raccontarle tutto. Nonostante l’utilizzo da parte dell’uomo di un numero di telefono Voip gli investigatori, sono riusciti a identificare l’autore delle telefonate.

Sedativo alla moglie per controllare il telefono, ma anche aggressioni e pedinamenti: medico condannato a Lecce

Un medico di 43 anni è stato condannato a 4 anni e 6 mesi di reclusione con l’accusa di aver maltrattato l’ex moglie in diverse occasioni, anche alla presenza dei figli minori. L’uomo è stato accusato anche di averle somministrato un potente sedativo per via endovenosa con l’obiettivo di farle perdere conoscenza e controllarne il cellulare.

I fatti si sono verificati a Galatina e risalgono al periodo dal 2013 al 2020. Nel mezzo anche pedinamenti, aggressioni e umiliazioni quotidiane. La coppia si è poi separata nel 2020.

In un caso la donna sarebbe stata strattonata e sbattuta contro una porta, sarebbe stata anche pedinata e gli spostamenti avrebbero coinvolto anche i figli e i colleghi di lavoro.

È stato disposto anche il risarcimento del danno in separata sede e una provvisionale di 10mila euro a favore della donna, parte civile nel processo. L’accusa aveva invocato una condanna a 5 anni e 6 mesi, la Difesa può presentare ricorso in Appello dopo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza.

 

Maltratta la figlia di 10 anni, la picchia e la chiude nello sgabuzzino: mamma condannata a 7 anni di carcere

Una donna di 52 anni è stata condannata dal Tribunale di Lecce a 7 anni di reclusione con l’accusa di maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale.

La donna è accusata di aver picchiato e di aver chiuso in uno sgabuzzino la figlia, all’epoca dei fatti di 10 anni. A raccontarlo è stata la stessa ragazzina alla psicologa durante la separazione dei genitori.

La vittima ha anche raccontato di aver subito abusi sessuali. Per la donna è stato disposto anche l’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici.

Ex Banca Popolare di Bari, Jacobini e gli ex vertici condannati a risarcire 122 milioni – I NOMI

Il tribunale civile di Bari ha condannato i vertici dell’allora Banca popolare di Bari (oggi BdM) – Marco Jacobini, ex presidente; il figlio Gianluca, ex vicedirettore generale – insieme ad altri 11 ex amministratori, tre ex sindaci e la società di revisione PricewaterhouseCoopers (PwC), al pagamento di circa 122 milioni di euro perché ritenuti responsabili della gestione che ha portato al crac dell’istituto di credito.

Secondo quanto riportato dai quotidiani Gazzetta del Mezzogiorno, Corriere del Mezzogiorno e Repubblica, i due Jacobini potranno rispondere per una somma fino a 109 milioni. Condannato a pagare anche l’ex amministratore delegato Giorgio Papa. Il fulcro del risarcimento riguarda l’operazione legata al Gruppo Maiora che era esposta con la banca per 160 milioni, per responsabilità esclusiva – secondo il tribunale – degli Jacobini e dell’ad Papa, che non vennero mai contrastati dalla “debole iniziativa del nuovo consiglio” di amministrazione nominato dopo l’ispezione del 2018.

Un rapporto “duraturo”, quello con Maiora, nel quale i tre vertici della banca sono responsabili – secondo quanto riportato dalla stampa – di “distorsioni informative e dell’occulta mento dei dati” ai consiglieri non esecutivi, “a causa delle prassi patologiche con cui in concreto agivano, in violazione della stessa regolamentazione della Banca, i componenti del Comitato crediti, coordinato da Gianluca Jacobini, con la presenza di Marco Jacobini e con il consenso pienamente consapevole dell’amministrato re delegato Giorgio Papa”. Secondo i giudici, la rovinosa situazione patrimoniale emersa con l’amministrazione straordinaria del 2019 sarebbe figlia di prassi imprudenti nella concessione di fidi e tecniche contabili volte a mascherare la reale rischiosità delle esposizioni.

Marco e Gianluca Jacobini, padre e figlio, il primo presidente e il secondo direttore generale, definiti «il primo amministratore di diritto e il secondo di fatto», risponderanno per 109 milioni. Vincenzo Figarola De Bustis direttore generale e ad, per 3,4 milioni; Giorgio Papa, componente del cda e amministratore delegato, per 42 milioni: I componenti del consiglio di amministrazione – definiti «amministratori di diritto», Modestino Di Taranto, Paolo Nitti, Francesco Giovanni Viti, Francesco Pignataro, Luca Montrone, Raffaele De Rango, Gianfranco Viesti, Francesco Venturelli, Arturo Sanguinetti, risponderanno per 24milioni ciascuno. Condannati anche i componenti del Collegio sindacale, Roberto Pirola (risponderà per 4,5 milioni), Antonio Dell’Atti e Fabrizio Acerbis (per 3 milioni). A riportarlo è La Repubblica.

Rigettate le domande risarcitorie nei confronti di Gianvito Giannelli (componente del cda e presidente), Gregorio Monachino (direttore generale e componente del cda) e Alberto Longo (componente collegio sindacale).

 

Poliziotto muore per il fumo passivo in carcere: Ministero condannato a risarcire la famiglia con un milione di euro

La seconda sezione civile della Corte di Appello di Lecce ha respinto l’appello del Ministero della Giustizia, confermando la condanna al risarcimento di un milione di euro verso la famiglia di Salvatore Antonio Monda, l’agente della polizia penitenziaria morto a 44 anni nel 2011 a causa di un tumore ai polmoni provocato dal fumo passivo.

È stato riconosciuto il danno patrimoniale di oltre 647mila euro e il danno da perdita del rapporto parentale, quantificato in 294mila euro, calcolato sulla base dell’età della vittima e della presenza di tre figli, che all’epoca della morte del poliziotto erano minorenni.

Secondo quanto stabilito dai consulenti la vittima, che ha prestato servizio nei penitenziari di Milano, di Taranto e di Lecce, “è stata esposta al fumo passivo per 20 anni e privata di protezione dal suo datore di lavoro”.  Al poliziotto nell’aprile del 2011 venne diagnosticato un tumore al polmone, rapidamente evoluto in metastasi. Qualche mese dopo morì.

“Monda non aveva mai fumato, ma ha frequentato quotidianamente luoghi di lavoro esposti al fumo passivo e privi di sistemi di prevenzione e contrasto alla diffusione dello stesso. Da qui il nesso causale tra il fumo di sigaretta passivo cui fu esposto Monda e il tumore polmonare col successivo decesso”, si legge nelle carte..

“L’amministrazione penitenziaria era tenuta ad adottare tutte le misure necessarie per impedire l’esposizione dei propri dipendenti a fumo passivo. L’omessa predisposizione di tali cautele – si legge nella sentenza – integra una violazione del dovere di diligenza e prudenza che incombe sul datore di lavoro pubblico nella tutela della salute del personale”.

“Il fumo passivo rilasciato dalle sigarette dei detenuti continua ad avvelenare quotidianamente decine di migliaia di operatori penitenziari, oltre ai detenuti non fumatori – le parole di Federico Pilagatti, segretario del Sappe, il sindacato di polizia penitenziaria che ha supportato i familiari della vittima -. La sentenza, la prima in Italia e in Europa ha segnato uno spartiacque da cui non si poteva più tornare indietro”.

Piazze di spaccio, faida tra i clan Misceo e Annoscia a Noicattaro: chiesti 16 anni per Giuseppe Annoscia

I pm Fabio Buquicchio, Daniela Chimienti e Domenico Minardi hanno invocato una pena di 16 anni di reclusione nei confronti di Giuseppe Annoscia, soprannominato “Schpidd”, nell’ambito dell’inchiesta Noja sui clan Misceo e Annoscia.

Il 54enne di Noicattaro è ritenuto il mandante dell’agguato del 3 marzo 2021 nel quale Luciano Saponaro e Luca Belfiore furono raggiunti da numerosi colpi di pistola esplosi a distanza ravvicinata.

Il primo fu colpito alle spalle e riportò gravi lesioni, il secondo fu ferito invece al gomito e al fianco. A sparare, secondo la Proccura, fu Giuseppe Patruno. L’agguato secondo gli inquirenti rientra nell’ambito della guerra tra i clan per il controllo delle piazze di spaccio.

In totale sono 69 gli imputati, 52 hanno chiesto il rito abbreviato. Le richieste di condanna vanno dai 3 e ai 20 anni di carcere. Altri 5 imputati hanno proposto il patteggiamento, mentre i restanti potrebbero affrontare il dibattimento. Il Ministero dell’Interno si è costituito parte civile. Le accuse a vario titolo sono di associazione mafiosa, traffico di droga, porto e detenzione di armi e resistenza a pubblico ufficiale.

Secondo quanto ricostruito dalle indagini, la droga era acquistata dal clan Palermiti di Japigia e Madonnella, trasportata nel quartier generale di Noicattaro e da lì smistata verso Adelfia, Capurso, Triggiano, Gioia del Colle e Fasano. I reati contestati spaziano dall’associazione mafiosa al traffico di stupefacenti, dal porto e detenzione di armi fino alla resistenza a pubblico ufficiale.

La Procura di Bari ha invocato nelle precedenti udienze una pena di 20 anni di reclusione per Giuseppe Misceo, detenuto nel carcere di Secondigliano e ritenuto il capo dell’omonimo clan egemone a Noicattaro, per Luciano Saponaro, uomo di fiducia del boss, per Emanuele Grimaldi, considerato il braccio armato del clan. Per Giuseppe Patruno, responsabile del sottogruppo Grimaldi, invocata invece una condanna di 13 anni di carcere. Uno in meno per Domenico Anelli, ritenuto il cassiere del sodalizio e incaricato del trasporto della droga. Pene più contenute, pari a 3 anni e 4 mesi, sono state richieste per i collaboratori di giustizia Domenico Porrelli e Mario Stefanelli.

Bari, nega risarcimento dopo grave incidente. Compagnia assicurativa condannata: dovrà pagare 455mila euro

Per anni una compagnia assicurativa avrebbe negato il risarcimento danni alla vittima di un incidente stradale, rimasta gravemente ferita dopo l’impatto tra la sua moto e un autocarro. Per “lite temeraria”, la terza sezione civile del Tribunale di Bari ha condannato la società al pagamento di 455mila euro – per i danni biologici, patrimoniali e per le spese processuali, in solido con il conducente del mezzo che causò il sinistro e l’azienda proprietaria del veicolo – e di altri 15mila euro per il “comportamento processuale ed extra-processuale connotato da reiterata e immotivata opposizione, pur a fronte di un quadro fattuale e tecnico progressivamente divenuto chiaro e univoco”.

L’incidente risale al 25 agosto 2017, sulla statale 16 all’altezza di Mola di Bari. La moto su cui viaggiava la vittima, un 57enne, sarebbe stata colpita da un furgone durante una manovra di sorpasso. I rilievi delle forze dell’ordine e le successive consulenze tecniche, hanno accertato la dinamica, attribuendo la responsabilità all’uomo che era alla guida del furgone, come ammesso dallo stesso. La compagnia assicurativa, però, ha sempre contestato la ricostruzione e rifiutato prima l’invito alla negoziazione assistita, poi la proposta di conciliazione.

Il giudizio civile ha confermato, con una consulenza tecnica, la dinamica e la responsabilità “esclusiva del conducente dell’autocarro”, consistita “in una manovra di sorpasso posta in essere in condizioni di sicurezza non adeguate”, che “ha determinato un contatto laterale con il veicolo a due ruote, idoneo a provocarne la perdita di equilibrio e la conseguente caduta del conducente, con esiti lesivi di eccezionale gravità”.

Il comportamento della assicurazione che per anni ha rifiutato di trovare un accordo sul risarcimento, secondo il giudice, “evidenzia una resistenza processuale non giustificata, ma piuttosto finalizzata a procrastinare il soddisfacimento del credito risarcitorio, con aggravio ingiustificato dei tempi e dei costi del giudizio, a danno non solo del danneggiato, ma anche dell’assicurato”.

Corruzione e tangenti, danno d’immagine alla Regione Puglia: Mario Lerario dovrà pagare 60mila euro

La Corte dei Conti ha condannato Mario Lerario, ex dirigente della Protezione Civile pugliese e della sezione provveditorato-economato della Regione, a pagare 60mila euro per il danno di immagine arrecato alla Regione Puglia.

Lerario è stato condannato a 4 anni e 4 a mesi per aver preso due tangenti da 10mila e 20mila euro da due imprenditori in cambio dell’affidamento di alcuni lavori. L’ex numero uno della Protezione Civile Pugliese era già stato condannato dalla Corte dei Conti a pagare mezzo milione per danni patrimoniali, condanna appellata dai suoi legali.

La vicenda ha determinato nei confronti della Regione non solo un danno patrimoniale, “conseguente alle maggiori somme pagate dall’Ente locale per i lavori affidati alle due citate imprese, anche in conseguenza delle tangenti pagate, bensì anche un danno all’immagine derivante dalla lesione del prestigio, del decoro e della credibilità” dell’ente “a seguito della condanna penale del proprio dirigente”.

In particolare, i reati per cui Lerario è stato condannato “hanno determinato una diminuzione della considerazione dell’istituzione pubblica da parte dei cittadini, ledendone il rapporto di fiducia e configurando la lesione di un bene tutelato in via diretta ed immediata dall’ordinamento giuridico”. Il danno da 60mila euro è pari al doppio della somma che Lerario ha ricevuto come tangente.

Per un’altra vicenda di corruzione Lerario è stato condannato in primo grado a 5 anni e quattro mesi, per le presunte tangenti da 35mila euro ricevute dall’imprenditore Antonio Illuzzi (condannato in primo grado a 4 anni).

Bari, condannato due volte per lo stesso reato: sconta 5 mesi in più per errore. Torna libero da oggi

Il Tribunale di Bari ha revocato una condanna per droga nei confronti di un pregiudicato 48enne barese, disponendone l’immediata scarcerazione, dopo aver accertato che l’uomo era già stato condannato anni prima per lo stesso reato e aveva già interamente scontato la pena.

Frattanto l’imputato ha scontato per errore cinque mesi agli arresti domiciliari. La vicenda risale al 7 febbraio 2017. Il pregiudicato era stato arrestato in flagranza per la cessione di due dosi di cocaina al costo 50 euro. Il giorno dopo era stato processato per direttissima e condannato alla pena di 8 mesi di reclusione e 1.400 euro di multa (sentenza diventata irrevocabile a settembre 2018). Anni dopo, per la precisione il 28 marzo 2022, è stato condannato ad ulteriori 16 mesi di reclusione e 2mila euro di multa (sentenza passata in giudicato nel settembre 2024, in espiazione dal 22 aprile scorso) al termine di un processo celebrato con rito ordinario.

A qualche mese dalla notifica dell’ordine di esecuzione della seconda condanna, il nuovo difensore del pregiudicato si è reso conto che la sentenza che stava espiando riguardava lo stesso reato per il quale aveva già scontato una precedente pena.

Nell’incidente di esecuzione dinanzi al Tribunale di Bari il legale, l’avvocato Rubio Di Ronzo, ha chiesto la revoca della seconda condanna per violazione del ‘ne bis in idem’, cioè – scrive il giudice che ha accolto la richiesta – il “divieto di cumuli punitivi indebiti”.
Così, dopo la revoca della sentenza, oggi è stato firmato un nuovo ordine, questa volta di scarcerazione, dopo cinque mesi scontati per errore agli arresti domiciliari.

Dalle escort a Berlusconi alla droga: l’imprenditore Gianpaolo Tarantini ha scontato l’ultima condanna

opo oltre sedici anni e undici processi, l’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini, balzato tra il 2008 e il 2009 agli onori delle cronache soprattutto per aver portato escort alle cene nelle residenze private dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ha finito di scontare ieri l’ultima condanna. Ha trascorso, complessivamente, 29 giorni in carcere, 11 mesi agli arresti domiciliari e poco più di cinque anni in affidamento in prova ai servizi sociali. In quest’ultimo caso si è occupato della distribuzione di pasti e abiti ai bisognosi, ha insegnato ad un ex detenuto disabile il lavoro del commesso, ha fatto un percorso psicoterapeutico e ha lavorato. Ieri è stato il suo ultimo giorno di servizi sociali.

Tra le condanne scontate, quella a 2 anni e 10 mesi di reclusione (ridotta in appello dai 7 anni e dieci mesi inflitti in primo grado) per reclutamento e favoreggiamento della prostituzione. Il processo cosiddetto ‘escort’ ha raccontato, anche attraverso le testimonianze dirette delle donne che partecipavano alle serate hot a Palazzo Grazioli, Villa Certosa ed Arcore, il progetto di «frenetica ascesa sociale» di Tarantini, scrivono i giudici negli ultimi provvedimenti giudiziari. Le sue dichiarazioni hanno permesso ai pm baresi di aprire altri procedimenti a carico di politici, amministratori e imprenditori.

Degli undici processi che ha dovuto affrontare, accusato dei reati più diversi, dalla droga alla prostituzione, passando per corruzioni, turbative d’asta e bancarotta, per quattro di essi l’imprenditore barese ha incassato condanne, mentre gli altri si sono conclusi con assoluzioni, archiviazioni o prescrizione dei reati.

Oltre alla condanna ‘escort’ a 2 anni e 10 mesi, per una turbativa d’asta del settembre 2009 Tarantini è stato condannato a 1 anno e 4 mesi. Per detenzione e cessione di droga commessi nel 2008, è stato condannato alla pena di un anno e 8 mesi di reclusione. Per queste tre condanne, dopo il riconoscimento del vincolo della continuazione, ha scontato complessivamente 4 anni. Escluso dalla continuazione un patteggiamento per bancarotta fraudolenta a 3 anni e 3 mesi di reclusione.

Secondo i giudici «i reati di reclutamento e favoreggiamento della prostituzione e quelli di detenzione e cessione di droga erano strumentali al raggiungimento di benefici nel settore della pubblica amministrazione per ottenere appalti in favore delle società riconducibili a Tarantini, sicché anche la turbata libertà degli incanti, accertata fino a settembre 2009 rientrerebbe in tale ambizioso e lungimirante progetto congegnato da Tarantini in uno spazio temporale ravvicinato, tra il 2008 e il 2009». Per questo, Tarantini ha ottenuto la continuazione per tre condanne, su istanza del difensore, l’avvocato Nicola Quaranta, che lo ha sempre assistito, dalla prima perquisizione nel maggio del 2009, nell’ambito di un procedimento per corruzione e turbativa d’asta che coinvolgeva medici e funzionari della Asl, fino all’incidente di esecuzione definito nel novembre 2025 dalla Corte d’Appello di Bari, con ieri – 21 dicembre – ultimo giorno di servizi sociali.