Omicidio La Forgia a Molfetta, caccia al killer: sospetti su un minorenne vicino a un clan locale. Ci sono indizi

Proseguono senza sosta le indagini sull’omicidio di Antony La Forgia, il 23enne ucciso nella notte tra il 15 e il 16 giugno a Molfetta. Nelle ultime ore è stata intensificata la caccia ai responsabili, con l’ausilio anche di elicotteri che hanno sorvolato la zona occidentale della città, teatro del delitto e del precedente litigio che avrebbe preceduto l’agguato.

Fondamentale, finora, si è rivelata la testimonianza della giovane alla guida dell’auto sulla quale si trovava la vittima, rimasta illesa nonostante i colpi esplosi dal killer. Decisive anche le immagini delle telecamere di videosorveglianza e le testimonianze raccolte nei pressi di un locale di via Madonna dei Martiri.

L’inchiesta, coordinata dal pm Francesco Chiechi della Procura di Trani, sarebbe orientata verso un sospettato ben preciso, probabilmente minorenne e legato a una delle famiglie criminali del territorio. Gli investigatori procedono con prudenza, nella convinzione di poter individuare in tempi brevi sia l’esecutore materiale sia il suo complice.

Slitta intanto l’autopsia sul corpo del giovane, inizialmente prevista ieri e rinviata ai prossimi giorni. A Molfetta cresce inoltre la preoccupazione per la diffusione delle armi tra i più giovani. Sul tema è intervenuto il movimento civico Area Pubblica, che ha espresso allarme per la facilità con cui pistole vere finiscono nelle mani di adolescenti e giovanissimi, richiamando l’attenzione sulla gravità di un omicidio compiuto «in stile mafioso».

Omicidio a Foggia, Giacomo Mongiello ucciso a colpi di fucile: killer arrestato due anni dopo

È stato arrestato dalla polizia il presunto autore dell’omicidio di Giacomo Mongiello, di 45 anni, ucciso nell’agosto 2024 in un agguato compiuto con colpi di fucile in via Sbano, a Foggia.

L’arresto è stato eseguito sulla base di un’ordinanza di custodia cautelare. Dettagli verranno illustrati nel corso di una conferenza stampa che si terrà alle ore 10:00 presso la Procura di Foggia.

Omicidio a Molfetta, Antonio La Forgia ucciso dopo lite al bar e inseguimento: caccia al killer in fuga sullo scooter

Prima una lite in un bar del centro, poi l’inseguimento e infine l’agguato mortale nella zona industriale di Molfetta. Si concentrano sulla fuga di un giovane in scooter, forse con un complice, le indagini sull’omicidio di Antonio La Forgia, il 23enne ucciso nella notte da almeno cinque colpi di pistola, uno dei quali lo avrebbe raggiunto alla testa.

Secondo la ricostruzione dei carabinieri, coordinati dalla Procura di Trani, il presunto killer avrebbe avuto un acceso diverbio con la vittima in un locale del centro cittadino. Successivamente avrebbe inseguito il giovane fino alla rotatoria tra via Hugo e via Cagliero, dove avrebbe aperto il fuoco.

Soccorso dal personale del 118, La Forgia è stato trasportato d’urgenza all’ospedale “Don Tonino Bello”, ma è morto poco dopo il ricovero a causa delle gravi ferite riportate.

Gli investigatori stanno ora passando al setaccio le immagini delle telecamere di videosorveglianza pubbliche e private per identificare lo scooter utilizzato nella fuga e verificare l’eventuale presenza di una seconda persona. Numerosi testimoni sono stati ascoltati nelle ultime ore, mentre sul corpo del 23enne sarà disposta l’autopsia per chiarire con precisione la dinamica dell’omicidio.

Omicidio a Molfetta, esplosi cinque colpi di pistola nella notte: ucciso il 23enne Antonio Laforgia

Tragedia nella notte a Molfetta dove un 23enne, Antonio Laforgia, è stato ucciso dopo essere stato raggiunto da cinque colpi di pistola mentre si trovava in auto. Uno dei proiettili lo ha colpito alla testa.

Il giovane, residente in città e già noto alle forze dell’ordine, è stato trasportato d’urgenza all’ospedale “Don Tonino Bello”, ma è morto poco dopo il ricovero. Gli investigatori stanno vagliando i filmati registrati dalle telecamere di sorveglianza della zona della Madonna dei Martiri, alla periferia della città.

Non si esclude infatti che l’uomo sia stato vittima di un agguato avvenuto in un locale che si trova alla periferia della città e che sia stato lasciato agonizzante in auto davanti alla struttura ospedaliera dove poi è morto.

L’allarme è scattato nelle prime ore della notte con la richiesta di intervento dei carabinieri da parte del personale del 118. Sul posto hanno operato anche i militari della sezione investigazioni scientifiche del comando provinciale di Bari per i rilievi tecnici. L’auto è stata sequestrata, il corpo resta a disposizione dell’autorità giudiziaria in attesa dell’autopsia.

Le indagini, coordinate dalla Procura di Trani e affidate ai carabinieri della compagnia di Molfetta, sono incentrate sulla ricostruzione dell’agguato e sull’individuazione del responsabile o degli eventuali responsabili dell’omicidio.

Racale, uccise la madre con un’accetta: Filippo Manni lascia il carcere. Trasferito in una struttura psichiatrica

A quasi un anno dal delitto che sconvolse Racale, Filippo Manni, il 22enne reo confesso dell’omicidio della madre Teresa Sommario, ha lasciato il carcere di Borgo San Nicola per essere trasferito in una Comunità riabilitativa assistenziale psichiatrica (Crap). Il provvedimento è stato disposto dal giudice per le indagini preliminari dopo l’ultima udienza.

La decisione sarebbe legata alle condizioni psicofisiche del giovane, studente universitario, che secondo la perizia collegiale disposta dalla gip è stato ritenuto parzialmente incapace di intendere e di volere al momento dell’omicidio, avvenuto il 17 giugno 2025. La donna, 52 anni, fu uccisa nella casa di famiglia con diversi colpi di accetta.

L’inchiesta prosegue e si attendono ora le determinazioni della Procura. Al momento appare improbabile un proscioglimento, poiché gli accertamenti non hanno evidenziato una totale incapacità mentale. Più verosimile, invece, il riconoscimento della seminfermità, circostanza che potrebbe comportare una riduzione della pena ed evitare l’ergastolo.

Subito dopo il delitto, Manni aveva confessato agli investigatori di aver perso il controllo durante una lite con la madre. Dopo l’arresto era stato trasferito in carcere, dove è rimasto per circa un anno. Con il nuovo provvedimento giudiziario inizierà ora un percorso terapeutico in una struttura specializzata.

Omicidio Angela Petrachi, confermato l’ergastolo per Giovanni Camassa: “Nuova prova Dna troppo frammentata”

La traccia biologica portata come prova dai legali di Giovanni Camassa per avanzare richiesta di revisione della condanna all’ergastolo “non può essere , né con certezza, né esclusivamente ” ricondotta all’uomo con cui Angela Petrachi aveva avuto una relazione sentimentale, il suo ex marito indagato in un primo momento e poi uscito dall’inchiesta.

Lo dicono i giudici della Corte d’Appello di Catanzaro nelle motivazioni depositate dopo il rigetto lo scorso marzo dell’istanza di revisione presentata da Giovanni Camassa contro la sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Appello di Lecce il 3 luglio 2012.

I giudici di Catanzaro motivano il rigetto dell’istanza evidenziando come il dato tecnico presentato dalla difesa dell’agricoltore salentino come prova nuova, una traccia di dna sulle calze di nylon della vittima, “non rende incompatibile il nuovo quadro indiziario con i dati probatori su cui è stato fondato il giudizio di colpevolezza di Camassa”.

Questo, come viene spiegato , a causa dell’elevata frammentazione del Dna presente sul reperto delle calze di nylon della vittima sia per i margini di incertezza della ricostruzione del profilo genetico , per la vicinanza di altri possibili ” soggetti contributori,” ovvero i figli avuti dalla donna con l’ex marito che , come affermano i giudizi ” posseggono necessariamente un Dna compatibile con quello del padre e che con molta più probabilità possono essere i veri contributori, posto che non è stata accertata la natura del liquido da cui è stata estratta la traccia biologica”. Angela Petrachi, giovane madre di Melendugno scomparve il 26 ottobre 2002 e fu trovata uccisa e brutalmente seviziata l’8 novembre successivo in un boschetto di Borgagne. Camassa si è sempre dichiarato innocente .

Omicidio Filippo Scavo a Bisceglie, il Divine Club resta sotto sequestro. No del Tribunale: “L’indagine non è chiusa”

Resta sotto sequestro il Divine Club di Bisceglie, la discoteca chiusa dopo l’omicidio di Filippo Scavo, esponente del clan Strisciuglio, avvenuto all’interno del locale nella notte tra il 18 e il 19 aprile. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bari ha infatti respinto la richiesta di revoca del sequestro preventivo presentata dal proprietario Roberto Maggialetti.

Nell’istanza, depositata tramite l’avvocato Graziana Valente, la proprietà aveva evidenziato i pesanti danni economici e reputazionali subiti dalla struttura, tra le più grandi della Puglia, rimasta chiusa da quasi due mesi.

Secondo il gip, tuttavia, permangono le esigenze investigative, poiché non sono ancora conclusi gli accertamenti tecnico-balistici necessari a ricostruire la traiettoria dei proiettili, individuare con precisione i bossoli e verificare l’eventuale presenza di ulteriori tracce ematiche. Per questo motivo il sequestro resta in vigore e il locale continuerà a rimanere chiuso.

Omicidio Scavo, la difesa del 22enne Di Vittorio ricorre al Riesame: “Sono innocente coinvolto senza sapere nulla”

Si dichiara estraneo all’omicidio di Filippo Scavo, il 43enne barese ucciso il 19 aprile scorso all’interno del Divine Club di Bisceglie, Francesco Di Vittorio, 22 anni, residente a Modugno e indagato per concorso in omicidio volontario aggravato dal metodo mafioso e per detenzione di armi.

Nel corso dell’interrogatorio di convalida del fermo, il giovane ha reso dichiarazioni spontanee sostenendo di essersi trovato nel locale senza conoscere i piani degli altri indagati. “Senza volerlo eravamo coinvolti in un omicidio perché ci trovavamo nello stesso posto dove è stato commesso senza sapere nulla. Sono innocente”, avrebbe dichiarato al gip di Bari Giuseppe Ronzino, che ha convalidato il fermo disponendone la custodia in carcere.

Secondo la Direzione distrettuale antimafia di Bari, Di Vittorio avrebbe aperto una porta di sicurezza del locale consentendo l’accesso ai presunti autori materiali del delitto, Dylan Capriati e Aldo Lagioia. Il 22enne, però, respinge questa ricostruzione: avrebbe raccontato di essere arrivato al Divine Club con un gruppo di amici, tra cui Capriati, senza sapere che fosse armato né che avrebbero incontrato la vittima.

Sempre secondo la sua versione, durante una lite scoppiata nel privé si sarebbe allontanato e avrebbe aperto il varco dopo aver sentito bussare, senza rendersi conto che i suoi amici fossero armati. Dopo aver udito gli spari, sarebbe fuggito insieme a Capriati e Lagioia. Di Vittorio ha inoltre negato di aver progettato una fuga all’estero, spiegando che da tempo stava valutando un’esperienza lavorativa fuori dall’Italia.

Il suo legale, Nicola Quaranta, ha annunciato ricorso al Tribunale del Riesame contestando l’impianto accusatorio e basandosi sulle dichiarazioni rese dal giovane davanti al giudice.

Omicidio Scavo, il testimone ai pm: “Ho paura di essere ucciso”. Minacce dopo il delitto del Divine Club

«Ho paura a girare nella mia città, di essere ucciso». Sono le parole drammatiche di uno dei giovani presenti la notte del 19 aprile al Divine Club di Bisceglie, dove fu ucciso Filippo Scavo. Il ragazzo, arrivato in discoteca con Dylan Capriati, ha raccontato agli investigatori il clima di terrore e intimidazione seguito al delitto.

Secondo gli inquirenti, Francesco Di Vittorio, 22 anni, avrebbe minacciato alcuni presenti affinché non raccontassero quanto accaduto. Arrestato con l’accusa di concorso nell’omicidio e minacce, è accusato di aver aperto una porta di sicurezza consentendo a Capriati e Aldo Lagioia di inseguire la vittima armati dopo una lite nel privé. Davanti al gip ha ammesso di aver aperto la porta, sostenendo però di ignorare le intenzioni dei due.

Le indagini dei carabinieri delineano un contesto di forte assoggettamento e paura, con pressioni sui testimoni e intimidazioni anche alle famiglie. Un padre ha riferito che al figlio sarebbe stato detto di «sparire» se avesse parlato. Nonostante le minacce, alcuni giovani hanno deciso di collaborare con gli investigatori, mentre altri, secondo la procura, avrebbero cercato di proteggere i responsabili.

Omicidio Bakari Sako a Taranto, il Riesame dice no: restano in carcere anche i due maggiorenni

Restano in carcere i due maggiorenni accusati dell’omicidio di Bakari Sako, il 35enne bracciante originario del Mali ucciso all’alba del 9 maggio in piazza Fontana, nella città vecchia. Il tribunale del Riesame di Taranto ha infatti respinto i ricorsi presentati dalla difesa del 20enne Fabio Sale e del 22enne Cosimo Colucci, confermando la misura cautelare.

Il collegio giudicante ha sostanzialmente condiviso la ricostruzione della Procura, coordinata dalla pm Paola Francesca Ranieri, e il lavoro investigativo della Squadra Mobile. I difensori dei due indagati avevano chiesto la scarcerazione sostenendo che i loro assistiti non avessero preso parte attiva al pestaggio e fossero ignari delle coltellate inferte da uno dei minori coinvolti.

Una versione respinta dall’accusa, secondo cui, pur non essendo gli autori materiali dell’omicidio, i due avrebbero comunque fornito un contributo determinante nelle varie fasi dell’aggressione culminata con la morte di Sako. Le motivazioni del Riesame saranno rese note nei prossimi giorni.