Bari, gli affari del clan Parisi-Palermiti di Japigia con la mafia albanese: chiesto il processo per 26 persone

Si aprirà il prossimo 23 marzo l’udienza preliminare relativa all’operazione «Ura», la vasta indagine della Direzione investigativa antimafia che ha portato alla luce i legami tra la criminalità organizzata albanese e i clan baresi di Japigia. Al centro dell’inchiesta un articolato traffico internazionale di stupefacenti.

Le investigazioni hanno ricostruito un imponente flusso di eroina e cocaina, attivo dal 2016, lungo un asse che collegava i Balcani, il Nord Europa, il Sud America e la Puglia. Secondo gli inquirenti, sarebbe stata accertata una convergenza di interessi tra un’organizzazione con base in Albania, incaricata della gestione e distribuzione transnazionale della droga, e i clan Parisi-Palermiti operanti a Bari.

Ai gruppi di Japigia sarebbe spettata la fase di lavorazione e confezionamento dello stupefacente, successivamente ceduto all’ingrosso ad altre organizzazioni attive nelle province di Bari, Brindisi e Lecce. L’eroina proveniva dalla Turchia, mentre la cocaina arrivava dall’America Latina.

Sono ventisei gli imputati che compariranno davanti al giudice dell’udienza preliminare Antonella Cafagna. Le accuse contestate comprendono traffico internazionale di ingenti quantitativi di droga, riciclaggio e abuso d’ufficio.

Durante le indagini, la Dia ha documentato numerosi rifornimenti di stupefacente giunti a Bari dall’Albania e dal Nord Europa, per un totale di circa 255 chilogrammi tra eroina e cocaina pure, trasportati attraverso corrieri internazionali. Parallelamente, sarebbe stato individuato un costante flusso di denaro contante dalla Puglia verso l’Albania, quale pagamento delle forniture, movimentato tramite autisti di autobus di linea internazionale. Le somme trasferite, pari complessivamente a 4,5 milioni di euro, hanno consentito alle autorità albanesi di contestare l’ipotesi di riciclaggio.

Gli investigatori hanno inoltre ricostruito consegne di denaro avvenute a Bari per importi superiori al mezzo milione di euro, nonché il trasferimento di oltre 500 mila dollari dall’Albania all’America Latina come anticipo per l’acquisto di 500 chili di cocaina spediti da Guayaquil, in Ecuador. Nell’ambito dell’inchiesta sono emersi anche episodi di presunto abuso d’ufficio in territorio albanese.

Tra gli imputati figura Massimiliano Fiore, indicato dagli investigatori come uno dei principali intermediari tra i narcotrafficanti albanesi e il clan Palermiti. Nonostante un precedente per truffa e falso risalente a circa dieci anni fa, secondo la Dia Fiore sarebbe stato pienamente inserito nelle dinamiche criminali del quartiere Madonnella, svolgendo un ruolo di collegamento con gli acquirenti delle partite di droga provenienti dall’Albania. Sarebbe stato inoltre in contatto con Adi Coba, 33 anni, soprannominato «la bestia», ed Erigels Presi, 36 anni, detto «Enrico», ritenuti referenti albanesi dei gruppi smantellati, oltre che con il capo clan di Japigia Eugenio Palermiti.

Il nome dell’operazione, «Ura» — che in albanese significa “ponte” — richiamerebbe proprio questo presunto ruolo di collegamento. A Fiore sarebbe riconducibile anche una villa a Torre a Mare, sequestrata lo scorso ottobre, dove sono stati rinvenuti materiali ritenuti compatibili con il confezionamento di droga: un robot da cucina, buste in cellophane, un bilancino di precisione, nastro adesivo e piastre in acciaio.

L’udienza preliminare prenderà il via il 23 marzo. Il giudice avrà circa due mesi per decidere su un eventuale rinvio a giudizio, mentre la misura cautelare attualmente in corso scadrà a maggio.

La “vecchia” foto con Parisi e i concorsi ambigui. Antonio a De Nicolo: “Non sono servo di nessuno”

“Là ci sono i servitori dello Stato, lei chi sta servendo?”. Queste furono le parole proferite da De Nicolo, amministratore unico dell’Arca Puglia, nei confronti di Antonio durante lo sgombero di una casa occupata abusivamente da un clan.

Vi mostriamo una foto dove è ritratto al fianco di Tommy Parisi, figlio del boss Savinuccio all’epoca dei fatti incensurato, quando De Nicolo rivestiva il ruolo di presidente della Multiservizi di Molfetta.

Bari, aiuto dal fedelissimo del clan Parisi. La Procura Generale insiste: “Le due vigilesse vanno licenziate”

Quando le due agenti della Polizia locale di Bari hanno “preso il telefono” e “hanno chiamato” un fedelissimo del clan mafioso Parisi, Fabio Fiore (ex autista del boss di Japigia Savinuccio), per punire una persona che, dopo aver ignorato un semaforo rosso, le avrebbe insultate, hanno riconosciuto “il potere mafioso come superiore al potere legale rappresentato dal loro Comandante”.

Hanno così “fatto la loro scelta e questa scelta è incompatibile con la divisa, con il ruolo che riveste e con i compiti istituzionali che è chiamata a svolgere. Non vi è altra strada che il licenziamento”. Per questi motivi la Procura generale presso la Corte d’appello di Bari, ravvisando l’interesse pubblico, ha deciso di affiancare il Comune di Bari nella causa d’appello per ottenere il licenziamento delle due vigilesse.

Le due dipendenti, nel luglio 2025, furono reintegrate in servizio dal giudice del Lavoro che annullò il loro licenziamento deciso dal Comune nel marzo del 2024 perché i loro comportamenti finirono negli atti dell’inchiesta ‘Codice Interno’ che portò all’esecuzione di 130 misure cautelari per presunti episodi di voto di scambio politico-mafioso alle elezioni del 2019.

Per il Tribunale del Lavoro, il loro licenziamento non era proporzionato ai fatti contestati e “i saltuari contatti telefonici avuti con un soggetto ritenuto di spessore criminale non possono costituire di per sé motivo di licenziamento”. Quindi, fu deciso di sanzionare le due poliziotte con due mesi di sospensione.

Decisione non condivisa dal pg, Leonardo Leone de Castris, e dal sostituto pg Francesco Bretone, che hanno deciso di sostenere in appello il Comune nella richiesta di licenziamento delle vigilesse. “Non è grave – scrivono i magistrati – il comportamento di chi indossando la divisa legittima il potere mafioso, è gravissimo e inaccettabile. Una offesa alle centinaia di persone appartenenti alle forze dell’ordine, magistrati, rappresentanti delle Istituzioni che combattono quotidianamente, anche a rischio della propria vita, contro i clan mafiosi”.

Ammanettato e scortato dalla Polizia, Tommy Parisi annuncia l’uscita di Malasuerte: la copertina è creata con l’IA

“Non è una scena reale. È un’immagine generata con IA, un sogno spezzato che cammina nell’ombra”. Con queste parole e con una foto in cui è ritratto ammanettato, scortato dalla Polizia e assalito dai giornalisti, Tommy Parisi, figlio del boss di Japigia Savinuccio, ha annunciato l’uscita di Malasuerte il 20 dicembre.

Nei giorni scorsi il cantante neomelodico era stato assolto dall’accusa di associazione mafiosa. Parisi era stato condannato nel dicembre di tre anni fa in primo grado a otto anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici nell’ambito del processo relativo a decine di presunti episodi di estorsione a cantieri edili che si sarebbero verificati – secondo l’accusa – imponendo guardianie e carichi di merci da fornitori amici.

Anche questo post è stato pubblicato sui canali social gestiti dal suo staff che mantiene vivo il rapporto con i fan. Parisi infatti si trova in carcere perché è stato recentemente condannato a nove anni di reclusione al termine del processo “Codice interno”.

Bari, sequestro da oltre 500mila euro a pregiudicato di Cassano vicino al clan Parisi: bloccate case e proprietà

La Direzione Investigativa Antimafia ha eseguito un Decreto di applicazione di misura di prevenzione patrimoniale, emesso dal Tribunale di Bari – Terza Sezione Misure di Prevenzione, su proposta congiunta del Procuratore della Repubblica del Capoluogo pugliese e del Direttore della DIA, nei confronti di un pregiudicato originario di Cassano delle Murge (BA), esponente di spicco della locale criminalità organizzata e figura di riferimento di un gruppo collegato al clan PARISI.

Il destinatario del provvedimento, coinvolto in numerosi procedimenti giudiziari sin dal 2005, è stato inizialmente inserito nel contesto della mafia barese come uomo di fiducia, con compiti di supervisione nell’ambito dello spaccio di sostanze stupefacenti e come custode delle armi del clan PARISI.

Successivamente ha consolidato una propria autonomia, dando vita a un gruppo locale autonomo, ma sempre legato al sodalizio mafioso di origine. Gli approfonditi accertamenti patrimoniali (salvo ulteriore verifica successiva nella fase decisoria con il contraddittorio con la difesa) hanno evidenziato una significativa sproporzione tra i redditi dichiarati al Fisco e il patrimonio effettivamente riconducibile al soggetto, documentando l’accumulo illecito di ricchezze e la realizzazione di investimenti non giustificati.

Il sequestro, del valore complessivo stimato in oltre 500.000 euro, ha interessato tre unità immobiliari, un terreno e disponibilità finanziarie. Il risultato si inquadra nell’ambito delle attività istituzionali finalizzate all’aggressione delle illecite ricchezze acquisite e riconducibili, direttamente o indirettamente, a contesti criminali, agendo così anche a tutela e salvaguardia della parte sana del tessuto socio-economico.

Modugno, soldi e lavori in cambio di voti. Antonio Lopez si è dimesso dalle cariche: oggi l’interrogatorio

Oggi Antonio Lopez, l’assessore arrestato a Modugno nell’inchiesta sul voto di scambio politico-mafioso delle Comunali 2020, sarà interrogato in carcere. Assieme a lui le altre 5 persone finite in carcere o ai domiciliari.

Da capire se risponderanno alle domande del gip Giuseppe Montemurro. Lopez, candidato alle regionali 2025 con Forza Italia, si è dimesso ieri da tutte le cariche. La sua posizione resta delicata.

Secondo l’accusa avrebbe pagato 25 euro a voto per essere eletto e si sarebbe rivolto anche al clan Parisi. In passato si era recato in casa di Michele Parisi, fratello di Savinuccio deceduto pochi mesi fa, per installare un condizionatore (oltre ad una caldaia a casa di una sua parente) senza essere retribuito, salvo poi emettere fattura per scongiurare controlli e verifiche dopo gli sviluppi dell’inchiesta Codice Interno che lo aveva allarmato.

Lopez ha poi assunto un affiliato al clan, il pregiudicato Christian Stragapede, che era stato precedentemente in una società appaltatrice del Comune. Poi il dietrofront a causa di una condanna e la patata bollente passata allo stesso Lopez. Lo stesso Stragapede, nelle intercettazioni, afferma di aver portati 150 voti a Lopez ad un “prezzo di mercato stracciato”, 25 euro e non 50 come a Bari.

A promettergli un posto di lavoro sarebbe stato il sindaco Bonasia, che resta indagato a piede libero, ma secondo il gip il primo cittadino ignorava la vicinanza di Strapagede alla criminalità organizzata.

Dopo le elezioni, non avendo ancora ottenuto il posto di lavoro che gli era stato promesso, Stragapede si è lamentato sia con Bonasia che con Lopez, alla fine è stato il secondo d assumerlo in una delle aziende, mettendo fine ai momenti di tensione causati dal 35enne.

Il rapporto lavorativo è durato poco più di un anno. Stragapede, dopo essere stato assunto a tempo indeterminato, chiese di essere licenziato per ottenere la disoccupazione. Dalle carte è emerso che Lopez offrì anche un posto di lavoro alla moglie di Parisi.

Comunali Modugno, 25 euro a voto: il sistema Lopez, l’intermediario e il clan Parisi. Venerdì l’interrogatorio

Antonio Lopez, l’assessore di Modugno e candidato alle prossime elezioni regionali con Forza Italia arrestato nell’inchiesta di voto di scambio politico-mafioso, era preoccupato di essere scoperto dopo il terremoto provocato dall’indagine Codice Interno nel Barese.

In passato si era recato in casa di Michele Parisi, fratello di Savinuccio deceduto pochi mesi fa, per installare un condizionatore (oltre ad una caldaia a casa di una sua parente) senza essere retribuito, salvo poi emettere fattura per scongiurare controlli e verifiche.

Venerdì Antonio Lopez sarà interrogato in carcere. Secondo l’accusa avrebbe pagato 25 euro a voto per essere eletto in occasioni delle Comunali 2020 a Modugno e si sarebbe rivolto anche al clan Parisi.

Resta indagato a piede libero anche il sindaco Nicola Bonasia. Del primo cittadino, che ha respinto ogni accusa, si parla tanto nel corso delle intercettazioni tra Antonio Lopez e Michele Parisi. “I soldi il sindaco non li vuole uscire”, le parole del primo.

Bonasia avrebbe “promesso” un posto di lavoro a Cristian Stragapede, un ragazzo dei Parisi, arrestato anche con lui con l’accusa di voto di scambio politico-mafioso. Per il gip Giuseppe Montemurro però il primo cittadino non sapeva che Stragapede fosse vicino alla criminalità.

Strapagede ha affermato nelle intercettazioni di aver portato 150 voti a Lopez ad un prezzo di mercato stracciato, 25 euro e non 50 come a Bari. Lopez avrebbe ammesso di avergli dato 2mila euro, salvo poi assumerlo in una delle sue aziende, perché Bonasia non avrebbe mantenuto la promessa.

 

Estorsione a pescheria di Bari, condannati due affiliati del clan Parisi. Decaro presente in aula: “Lo Stato c’è” – NOMI

Il Tribunale di Bari ha condannato in primo grado Tommaso Parisi, detto il Cinese, a 12 anni e 8 mesi e Paolo Bruni a 9 anni e 8 mesi di reclusioni per estorsione aggravata dal metodo mafioso per aver imposto ad un imprenditore, titolare di un’azienda ittica, l’assunzione di un dipendente e prezzi di favore.

Entrambi sono ritenuti vicini al clan Parisi. I fatti risalgono al periodo tra il 2014 e il 2019, la vittima e la sua famiglia hanno presentato denuncia spinti dall’ex sindaco di Bari, Antonio Decaro.

Lo stesso Decaro si trovava in aula oggi. “Sono contento perché la sentenza dimostra che lo Stato c’è e che se vogliamo allontanare la criminalità organizzata dalla nostra comunità dobbiamo reagiare e dobbiamo denunciare”.

Disposto anche il risarcimento delle parti civili, Bruni è stato interdetto anche per 5 anni dai pubblici uffici. Interdizione perpetua per Parisi.

Modugno, arrestato l’assessore Lopez: il candidato regionale FI e i voti chiesti al clan Parisi per la figlia di Sandrino

Antonio Lopez, l’assessore di Modugno e candidato di Forza Italia alle prossime elezioni Regionali arrestato questa mattina nell’ambito dell’inchiesta sul voto di scambio politico-mafioso in occasioni delle Comunali 2020 a Modugno, avrebbe stretto accordi anche con Sandrino Cataldo.

Sono diversi gli incontri documentati tra i due, avvenuti alla Pegaso. Secondo quanto ricostruito dalle indagini, Lopez aveva un rapporto stretto con Michele Parisi, alias Gelatina, fratello del boss di Japigia Savino deceduto pochi mesi fa.

Proprio a casa Parisi, Lopez avrebbe avanzato la possibilità di sostenere la candidatura di una delle figlie di Cataldo e Maurodinoia nel 2024 alle Comunali. Ipotesi saltata poi a causa dell’inchiesta per corruzione elettorale che ha travolto Sandrino. “Statti tranquillo poi me la vedo io”, le parole proferite da Parisi nell’occasione a Lopez.

 

Voti dai Parisi in cambio di soldi e favori, a Modugno arrestato l’assessore Lopez: è candidato alle Regionali con FI

Un vero e proprio terremoto politico ha scosso il Comune di Modugno. Sei persone sono state arrestate dalla guardia di finanza tra le province di Bari e Foggia nell’ambito di una inchiesta della direzione distrettuale antimafia su un presunto scambio elettorale politico-mafioso in occasione delle elezioni comunali del 2020 a Modugno.

Le accuse a vario titolo sono di scambio elettorale politico mafioso, estorsione e detenzione e porto illegale di armi comuni da sparo. Indagato a piede libero anche il sindaco di Modugno, Nicola Bonasia (centrodestra), mentre uno degli assessori, Antonio Lopez (candidato alla Regione con Fi) , è tra gli arrestati.

Lopez è stato eletto con 195 voti nella lista civica “Modugno per le imprese e il commercio), poi è stato nominato assessore alle Attività Produttive. Secondo l’accusa avrebbe chiesto aiuto ad elementi di spicco del clan Parisi in cambio di denaro e della disponibilità a soddisfare le esigenze del gruppo mafioso.

In occasione del ballottaggio, ad esempio, avrebbe procacciato voti per Bonasia, poi eletto, in cambio della promessa (successivamente mantenuta) di garantire l’assunzione di un affiliato al clan che si era impegnato personalmente a procurare le preferenze.

Lo stesso Lopez, commissario provinciale della Democrazia Cristiana, è candidato alle elezioni regionali del 23 e 24 novembre con la lista di Forza Italia a sostegno del candidato di centrodestra Luigi Lobuono.