Omicidio a Trani, il killer di Cosimo Quagliarella ha solo 17 anni. Si costituisce e confessa: “Non volevo ucciderlo”

Avrebbe appena 17 anni il presunto autore del delitto di Cosimo Quagliarella, il 18enne di Andria morto dopo essere stato accoltellato durante una rissa avvenuta intorno alla mezzanotte a Trani.

Il ragazzino, secondo quanto ha anticipato il Tg1 ed è stato confermato da fonti inquirenti, avrebbe raggiunto la caserma dei carabinieri con il suo difensore, per ammettere le sue responsabilità riferendo di aver agito senza l’intenzione di uccidere.

Omicidio a Trani, dalla grigliata alla rissa fatale: così è morto il 18enne Cosimo Quagliarella. Andria in lutto

Una serata trascorsa insieme agli amici, una grigliata, poi il caos. È il tragico epilogo della notte di violenza che ha sconvolto Trani e Andria e che è costato la vita a Cosimo Quagliarella, 18 anni, residente ad Andria, morto dopo essere stato colpito con tre fendenti alla schiena.

L’omicidio è avvenuto in piazza Giovanni Paolo II, la cosiddetta «pinetina» di via Andria. Il giovane si trovava con alcuni amici per una grigliata quando, secondo la prima ricostruzione degli investigatori, sarebbe arrivato un altro gruppo di ragazzi. In pochi istanti la situazione sarebbe degenerata, trasformando un diverbio in una violenta aggressione fatta di calci e pugni, anche davanti a famiglie e bambini presenti nella zona.

Le testimonianze raccolte finora parlano anche di presunti colpi di pistola, un elemento che dovrà essere verificato dagli investigatori. La rissa si sarebbe poi spostata nelle strade circostanti, lasciando dietro di sé anche danni ad alcuni portoni condominiali.

Al centro delle indagini dei carabinieri ci sarebbe uno scontro tra due gruppi di giovani, uno proveniente da Trani e l’altro da Andria. Proprio al gruppo andriese apparteneva la vittima. Gli investigatori stanno ascoltando numerosi testimoni e avrebbero già individuato alcuni dei giovani coinvolti. Tra loro potrebbe esserci anche chi ha materialmente sferrato i colpi mortali.

Cosimo è stato soccorso e trasportato inizialmente al presidio territoriale di Trani. Le sue condizioni erano però gravissime ed è stato successivamente trasferito all’ospedale di Bisceglie, dove è morto a causa delle ferite riportate alla schiena.

Una tragedia che ha lasciato sgomenta anche la comunità di Andria. La sindaca Giovanna Bruno ha espresso il proprio dolore per la morte del 18enne, sottolineando quanto sia difficile commentare una vicenda simile.

«Siamo genitori e abbiamo figli, commentare una tragedia simile è oltremodo difficile», ha dichiarato la prima cittadina, definendo quanto accaduto «un episodio che rasenta l’inverosimile, se non fosse simile a tanti altri avvenimenti che denotano un imbarbarimento sociale».

Bruno ha poi sottolineato come, al di là degli elementi ancora da chiarire, le notizie emerse siano «raccapriccianti». E ha affidato a una frase il dolore per una giovane vita spezzata: «Un giovane figlio di madre non c’è più perché ucciso da follia omicida».

Ora saranno le indagini a ricostruire con precisione la dinamica della rissa, chiarire chi abbia partecipato all’aggressione e individuare le responsabilità per la morte di Cosimo. Sullo sfondo resta una domanda difficile da cancellare: come sia stato possibile che una serata apparentemente normale si trasformasse, in pochi minuti, in una tragedia costata la vita a un ragazzo di appena 18 anni.

Omicidio Rafaschieri a Bari, non impugna sentenza di primo grado: sconto di pena per il boss Mineccia

Ulteriore sconto di pena per il boss barese Filippo Mineccia, reo confesso dell’agguato mafioso del 24 settembre 2018, in cui fu ucciso Walter Rafaschieri e ferito suo fratello Alessandro. Per Mineccia i giudici hanno stabilito una condanna a 15 anni di reclusione.

In primo grado il boss 42enne, genero del capo clan di Japigia Eugenio Palermiti, era stato condannato a 20 anni di reclusione. Il coimputato Giovanni Palermiti, figlio del boss Eugenio, era stato condannato all’ergastolo. Mineccia non aveva impugnato la sentenza, mentre Palermiti sì, chiedendo l’esclusione dell’aggravante della premeditazione. I giudici dell’appello, accogliendo il motivo di ricorso, avevano ridotto le condanne ad entrambi, 20 anni per Palermiti e 18 per Mineccia.

Sulla responsabilità, il giudizio è ormai irrevocabile da tempo ma sulla quantificazione della pena inflitta a Mineccia, la Corte di Assise di Appello di Bari, dopo un primo rigetto e una successiva pronuncia della Cassazione, ha ora accolto la richiesta della difesa, rappresentata dall’avvocato Nicola Quaranta, della ulteriore riduzione di un sesto, come previsto dalla riforma Cartabia, per non aver impugnato la sentenza di primo grado.

Omicidio Bakari Sako a Taranto, l’autopsia chiarisce: fatale una sola coltellata al torace

Una sola coltellata al torace avrebbe provocato la morte di Bakari Sako, il bracciante maliano di 35 anni ucciso all’alba del 9 maggio scorso nella città vecchia di Taranto. È quanto emerge dall’autopsia eseguita dal medico legale Roberto Vaglio, che ha accertato come il decesso sia stato causato da una rapida emorragia interna provocata dalla lesione del polmone destro, dell’auricola destra del cuore e dell’aorta.

L’esame autoptico ha rilevato tre ferite da arma da taglio, al torace e all’addome, ma solo una è risultata mortale. Sul corpo sono state inoltre riscontrate lesioni al volto compatibili con percosse.

Secondo la ricostruzione medico-legale, l’aggressione si sarebbe consumata in pochi istanti in uno spazio aperto, con la vittima colpita alle spalle da fendenti diretti verso zone vitali.

Per l’omicidio sono indagati quattro minorenni, tra cui un 15enne che avrebbe ammesso di aver inferto il colpo mortale, sostenendo di aver agito per timore che i suoi amici venissero aggrediti. Coinvolti nelle indagini anche i maggiorenni Cosimo Colucci, 22 anni, e Fabio Sale, 20 anni. Il gestore del bar dove Sako avrebbe cercato rifugio è invece indagato per favoreggiamento.

Omicidio Filippo Scavo in discoteca, Dylan Capriati e Lagioia confessano dal carcere: “Abbiamo sparato noi”

Arriva una svolta nelle indagini sull’omicidio di Filippo Scavo, il 43enne ritenuto affiliato al clan Strisciuglio, ucciso il 19 aprile scorso all’interno del Divine Club di Bisceglie. Con una lettera inviata dal carcere alla pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, Bruna Manganelli, Dylan Capriati, 22 anni, figlio di Mimmo Capriati, e Aldo Lagioia, 22enne di Corato, hanno ammesso le proprie responsabilità nel delitto.

Nella confessione, Capriati avrebbe scritto: “Sì, ho sparato io a Filippo Scavo”, confermando quanto già emerso dalle indagini dei carabinieri della Bat. I due giovani erano stati arrestati dopo che gli investigatori avevano ricostruito la dinamica dell’omicidio attraverso le immagini delle telecamere di videosorveglianza, che li immortalavano mentre rientravano nel locale da un ingresso laterale insieme al 21enne barese Nicolas Morelli, oltre alle dichiarazioni raccolte da alcuni testimoni.

La confessione potrebbe avere effetti immediati sul procedimento. La Procura antimafia avrebbe infatti chiesto al giudice di annullare l’incidente probatorio fissato per il prossimo 10 settembre, durante il quale avrebbe dovuto essere ascoltato uno dei testimoni chiave. Alla luce delle ammissioni dei due indagati, l’atto istruttorio sarebbe infatti ritenuto non più necessario.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, dopo una lite verbale scoppiata all’interno della discoteca, contro Scavo sarebbero stati esplosi numerosi colpi di pistola da due armi impugnate proprio da Capriati e Lagioia, circostanza ora confermata dalle dichiarazioni autoaccusatorie. Spetterà ora al giudice decidere se revocare definitivamente l’incidente probatorio.

L’omicidio di Scavo si inserisce nel più ampio contesto della faida tra i clan Capriati e Strisciuglio, riesplosa due anni dopo l’uccisione di Lello Capriati, avvenuta il 1° aprile 2024. Secondo le ricostruzioni della Direzione Distrettuale Antimafia, quel delitto avrebbe rappresentato uno dei momenti più critici dell’escalation criminale tra i due gruppi, alimentata anche dal fallimento di un tentativo di mediazione e da successivi episodi di violenza tra giovani appartenenti alle rispettive fazioni.

Omicidio Dogna a Santo Spirito, la perizia della difesa: “Rizzi era in una crisi psicotica dopo aver assunto crack”

L’omicidio di Francesco Dogna, il 63enne informatico ucciso nella sua abitazione di Santo Spirito il 7 gennaio 2025, potrebbe essere stato commesso durante una grave crisi psicopatologica provocata dall’assunzione di crack.

È quanto emerge dalla perizia di parte illustrata davanti alla Corte d’Assise di Bari dal medico legale Felice Carabellese, incaricato dalla difesa di Antonio Rizzi, reo confesso e imputato per omicidio volontario aggravato.

Secondo i consulenti, Rizzi avrebbe manifestato un episodio di distacco dalla realtà, aggravato da una personalità già compromessa e dall’abuso di sostanze. La relazione diagnostica un disturbo da uso di sostanze stimolanti e un disturbo di personalità con tratti borderline e paranoide, evidenziando una marcata difficoltà nel controllo degli impulsi.

Rizzi aveva già dichiarato in aula di aver assunto ingenti quantità di crack prima del delitto, nel quale furono inferti 85 colpi con diverse armi da taglio. Dopo l’audizione del consulente e il confronto con accusa e parti civili, la Corte ha rinviato il processo al 10 settembre, quando deciderà se disporre una nuova perizia o basarsi su quella presentata dalla difesa.

Omicidio Bakari Sako a Taranto, il Riesame conferma: “La morte è il risultato della violenza del gruppo”

Il tribunale del Riesame per i minorenni ha confermato la permanenza negli istituti penali dei quattro minori accusati dell’omicidio di Bakari Sako, il bracciante agricolo di 35 anni ucciso all’alba del 9 maggio scorso in piazza Fontana, nella Città Vecchia di Bari.

Nelle motivazioni dell’ordinanza, i giudici spiegano che il delitto non può essere attribuito esclusivamente alle coltellate inferte da uno degli indagati, ma rappresenta «il risultato dell’azione congiunta di tutti i concorrenti». Pur riconoscendo il ruolo determinante dei fendenti, il collegio evidenzia che la morte sarebbe compatibile anche con un violento trauma toracico riportato durante l’aggressione di gruppo.

Secondo il tribunale, quindi, l’omicidio va ricondotto alla condotta collettiva dei quattro minori e non soltanto all’azione materiale di chi ha sferrato le coltellate.

Omicidio Ivan Lopez a San Girolamo, Davide Lepore condannato all’ergastolo: 4 anni a Giovanni Didonna

La Corte d’Assise di Bari ha condannato all’ergastolo Davide Lepore, ritenuto il responsabile dell’omicidio del pregiudicato Ivan Lopez, ucciso la sera del 29 settembre 2021 sul lungomare IX Maggio, nel quartiere San Girolamo di Bari. La sentenza accoglie la richiesta della Direzione distrettuale antimafia, che indicava Lepore come esecutore materiale del delitto.

La Corte, presieduta dal giudice Sergio De Paola, ha inoltre condannato Giovanni Didonna a quattro anni di reclusione per il furto di due auto, una delle quali utilizzata per raggiungere il luogo dell’agguato. Didonna è stato invece assolto dalle accuse di omicidio e di porto e detenzione di armi. Per lui la Dda aveva chiesto una condanna a 20 anni di carcere.

Secondo le indagini, Ivan Lopez fu assassinato mentre rientrava a casa a bordo di un monopattino, raggiunto da diversi colpi d’arma da fuoco a pochi metri dalla propria abitazione.

Per gli investigatori il movente sarebbe una ritorsione: insieme al fratello Francesco, successivamente divenuto collaboratore di giustizia, Lopez avrebbe compiuto estorsioni ai danni di Lepore, titolare di alcune autorimesse a Bari. Gli inquirenti collocano Lepore nell’orbita del clan Capriati, mentre i fratelli Lopez erano ritenuti vicini al clan rivale degli Strisciuglio.

Ivan Lopez era inoltre lo zio di Antonella Lopez, la 19enne uccisa per errore durante una sparatoria nella discoteca Bahia di Molfetta nella notte tra il 21 e il 22 settembre 2024.

Omicidio Paolo Stasi a Francavilla, ridotta in Appello la pena a Cristian Candita: da ergastolo a 28 anni

La Corte d’Assise d’Appello di Lecce ha ridotto dall’ergastolo a 28 anni di reclusione la pena per Cristian Candita, 24 anni, riconosciuto colpevole in concorso dell’omicidio del 19enne Paolo Stasi, ucciso il 9 novembre 2022 a Francavilla Fontana. I giudici hanno concesso le attenuanti generiche, rideterminando la condanna in 21 anni per l’omicidio e sette anni per reati legati agli stupefacenti.

Per lo stesso delitto è già definitiva la condanna a 16 anni di carcere nei confronti di Luigi Borracino, ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio. Secondo gli investigatori, Candita era alla guida dell’auto utilizzata per raggiungere l’abitazione della vittima.

L’omicidio sarebbe maturato per un debito di circa 5mila euro legato al traffico di hashish e marijuana. Nell’ambito dell’inchiesta, la madre di Paolo Stasi, Annunziata D’Errico, è stata invece assolta dall’accusa di detenzione di droga ai fini di spaccio.

Omicidio Scavo in discoteca a Bisceglie, testimone chiave in incidente probatorio: ha riconosciuto i presunti killer

Saranno cristallizzate con incidente probatorio le dichiarazioni del 26enne testimone oculare dell’omicidio di Filippo Scavo, il 43enne ritenuto vicino al clan Strisciuglio, assassinato a colpi di arma da fuoco il 19 aprile scorso all’interno del Divine Club di Bisceglie.

Il giovane, oggi testimone di giustizia e sottoposto a protezione dopo aver dichiarato di temere per la propria incolumità, avrebbe riconosciuto nelle immagini delle telecamere di videosorveglianza i due presunti esecutori materiali del delitto, successivamente identificati dagli investigatori nei 22enni Dylan Capriati e Aldo Lagioia. Dylan Capriati è figlio di Domenico Capriati, esponente dell’omonimo clan di Bari Vecchia ucciso nel 2018, e nipote di Lello Capriati, assassinato nell’aprile 2024.

Secondo la Direzione distrettuale antimafia, l’omicidio di Scavo sarebbe una vendetta del clan Capriati nei confronti degli Strisciuglio, maturata dopo l’uccisione di Lello Capriati. Nell’inchiesta risultano indagati anche i presunti complici Nicola Morelli e Francesco Di Vittorio, entrambi di 21 anni.

L’incidente probatorio è stato fissato per il 10 settembre davanti al gip del Tribunale di Bari Giuseppe Ronzino. Oltre all’audizione del testimone, saranno esaminati anche i filmati delle telecamere che hanno ripreso le fasi immediatamente precedenti e successive all’omicidio.