Omicidio Bakari Sako a Taranto, caccia al sesto membro della baby gang. Attesi interrogatori e autopsia

Proseguono le indagini sull’omicidio di Bakari Sako, il bracciante originario del Mali ucciso all’alba di sabato scorso. Gli investigatori sono ora sulle tracce di un possibile sesto componente del branco che avrebbe partecipato all’aggressione insieme ai cinque giovani già fermati.

Determinanti per la svolta nelle indagini sarebbero stati i filmati delle telecamere di videosorveglianza, nei quali compaiono chiaramente i quattro minorenni e il maggiorenne coinvolti. Gli inquirenti avrebbero identificato i ragazzi attraverso abiti, voci e persino i nomi pronunciati durante l’aggressione.

Secondo la ricostruzione della Procura, uno dei due 17enni avrebbe avuto un ruolo centrale, guidando il gruppo durante il pestaggio e impartendo indicazioni agli altri. La violenza sarebbe maturata al termine di una notte trascorsa tra vicoli e una sala slot, dove il branco si sarebbe trattenuto fino alle 2.30.

Gli investigatori hanno ricostruito anche le fasi precedenti all’omicidio: il gruppo avrebbe inizialmente intimidito una prima persona in via Garibaldi, per poi spostarsi in piazza Fontana, dove i giovani avrebbero circondato Bakari Sako mentre, con lo zaino in spalla, si stava recando al lavoro.

Nelle prossime ore saranno fissati l’autopsia sul corpo della vittima e gli interrogatori. I minorenni si trovano attualmente nei centri di prima accoglienza di Lecce e Bari, mentre il maggiorenne è detenuto nel carcere di Taranto.

Omicidio a Taranto: Bakari Sako si era rifugiato nel bar ma il titolare lo ha fatto uscire senza chiedere aiuto

Si era rifugiato all’interno di un bar nel tentativo di sfuggire al branco che lo inseguiva, ma sarebbe stato invitato a uscire dal locale senza che venissero allertate le forze dell’ordine. Emergono nuovi dettagli sull’omicidio di Bakari Sako, il 35enne originario del Mali ucciso a Taranto lo scorso 9 maggio mentre si stava recando al lavoro.

A ricostruire gli ultimi istanti della vittima è stata la procuratrice Eugenia Pentassuglia durante una conferenza stampa, sottolineando come il gruppo di aggressori — composto da quattro minorenni e un maggiorenne — scegliesse le proprie vittime tra le persone più vulnerabili della comunità. Gli investigatori stanno ancora raccogliendo elementi per verificare la possibile matrice di odio razziale.

La procuratrice del Tribunale per i Minorenni, Daniela Putignano, ha definito l’accaduto una “vicenda immotiva”, spiegando che non sarebbe emerso alcun movente concreto dietro la violenta aggressione culminata con le coltellate mortali all’addome e al torace inferte da un 15enne. Il ragazzo ha poi indicato agli inquirenti dove recuperare l’arma del delitto.

I cinque giovani coinvolti, tra cui il 20enne Fabio Sale, sono stati sottoposti a fermo di indiziato di delitto ma non sono ancora stati interrogati. “Sono tutti incensurati, provenienti da contesti difficili. Le problematiche erano state intercettate ma non superate”, ha aggiunto Putignano, evidenziando la necessità di “una nuova grammatica civile” più che di un semplice inasprimento delle pene.

Omicidio Bakari Sako a Taranto, 15enne confessa: “L’ho ucciso io”. Consegnata l’arma del delitto

Il 15enne fermato, che compirà 16 anni tra pochi giorni, ha confessato di aver ucciso Bakari Sako durante la violenta aggressione avvenuta il 9 maggio a Taranto. Il giovane avrebbe anche consegnato agli investigatori l’arma del delitto, un coltello utilizzato per colpire il 35enne all’addome. A riferirlo è stato l’avvocato Salvatore Maggio, difensore del minore insieme al collega Pasquale Blasi.

Secondo la ricostruzione della polizia, coordinata dalla Procura ordinaria e da quella per i minorenni, Sako sarebbe stato fermato mentre era in bici. Il branco, composto da cinque giovani tra i 15 e i 20 anni, lo avrebbe accerchiato e aggredito brutalmente. L’uomo avrebbe tentato di fuggire, ma sarebbe stato rincorso e colpito nuovamente. Durante il secondo assalto sarebbero stati inferti tre fendenti, due al torace e uno all’addome, risultati fatali.

Ferito gravemente, il 35enne avrebbe cercato rifugio all’interno di un bar, ma sarebbe stato trascinato fuori dai suoi aggressori prima che il gruppo si dileguasse tra i vicoli. Tutto si sarebbe consumato in pochi minuti. Determinanti per le indagini sono state le immagini delle telecamere di videosorveglianza, che hanno consentito agli investigatori di identificare i presunti responsabili e raccogliere ulteriori riscontri. Per tutti l’accusa è di omicidio in concorso.

Bakari Sako, originario del Mali, viveva e lavorava a Taranto. La mattina dell’aggressione si stava dirigendo verso la stazione ferroviaria per raggiungere i campi dove lavorava da qualche tempo, dopo aver perso il precedente impiego in un ristorante. Nelle prossime 48 ore i cinque indagati compariranno davanti ai giudici per le indagini preliminari del tribunale ordinario e di quello per i minorenni per la convalida del fermo e gli interrogatori.

Omicidio a Taranto, ucciso il 35enne Bakari Sako. Fermati 5 giovanissimi: un 15enne ha sferrato i fendenti mortali

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti è stato un ragazzo di 15 anni (ne compirà 16 tra qualche giorno) a sferrare i fendenti all’addome di Bakari Sako, con un coltello o un cacciavite, uccidendolo.

Il 35enne originario del Mali è stato accerchiato all’alba di sabato scorso da un gruppo di cinque giovani e ferito mortalmente da uno di loro in piazza Fontana, nella città vecchia di Taranto.

Sono cinque i fermi disposti, quattro dalla procura minorile e uno della procura ordinariaIl maggiorenne è Fabio Sale, di 20 anni, i quattro minori hanno tra i 15 e i 16 anni.

Bakari, stando a quanto viene riportato nel capo d’imputazione contestato nel provvedimento di fermo, è stato prima circondato e aggredito con pugni e spintoni. Poi ha cercato di fuggire ma è stato rincorso e colpito tre volte nella zona toracica e addominale con un’arma da taglio che il 15enne portava con sé.

Omicidio a Taranto, Bakari Sako ucciso mentre andava al lavoro: aspettava un figlio. L’ipotesi della baby gang

Taranto è ancora sotto shock per il brutale omicidio di Bakari Sako, 35enne originario del Mali, ucciso all’alba di sabato in piazza Fontana, nel centro storico della città. L’uomo, residente da anni in Italia, stava raggiungendo il posto di lavoro nei campi di Massafra quando è stato aggredito da un gruppo di persone e colpito più volte con un oggetto acuminato. Inutili i soccorsi: il suo corpo è stato ritrovato riverso sul basolato della piazza, a pochi passi dal mare.

Bakari viveva a Taranto da circa dieci anni e aveva lavorato prima come cameriere in un ristorante giapponese e poi come bracciante agricolo. Era ben inserito nella comunità cittadina e sognava di tornare a lavorare nella ristorazione. In Mali ha lasciato la madre, la moglie incinta e un figlio che non nascerà mai conoscendo il padre.

Gli investigatori stanno analizzando le immagini delle telecamere di videosorveglianza e ascoltando i residenti della zona. Tra le ipotesi al vaglio c’è quella di un’aggressione compiuta da un gruppo di giovani, alcuni forse minorenni. Nessun fermo è stato ancora eseguito.

La vicenda ha suscitato forte commozione e indignazione. Enzo Pilò dell’associazione Babele ha denunciato il clima di ostilità verso gli stranieri, parlando di una crescente “caccia allo straniero”. Da Bari è arrivato anche il fratello della vittima, Soulemayne, che ha lanciato un appello agli aggressori: “Avete ucciso un padre, un marito, un figlio”.

Dalla politica locale è arrivata una dura condanna. Il presidente del consiglio comunale, Gianni Liviano, ha ribadito che “nessun disagio può giustificare la violenza”. Intanto in città qualcuno propone di intitolare proprio a Bakari Sako la piazza dove è stato assassinato.

Omicidio a Taranto, il 35enne Sacko Bakari accoltellato: si segue anche la pista della baby gang

Le indagini sull’omicidio di Sacko Bakari si concentrano su un gruppo di giovani del posto che, secondo quanto emerso nelle ultime ore, avrebbe avuto un ruolo nella violenta aggressione costata la vita al 35enne maliano all’alba di ieri in piazza Fontana, nella Città vecchia di Taranto.

Gli uomini della Squadra Mobile stanno passando al setaccio le immagini delle telecamere di sorveglianza per identificare tutti i presenti e ricostruire con precisione le fasi dell’accaduto.

Tra le persone finite sotto la lente degli investigatori, come anticipato da alcuni media locali, ci sarebbero anche ragazzi molto giovani, forse minorenni, che dopo l’aggressione si sarebbero allontanati rapidamente dalla zona.

Bakari, regolarmente residente in Italia e impiegato come bracciante agricolo, stava raggiungendo il posto di lavoro quando sarebbe scoppiata una discussione degenerata in pochi istanti. L’uomo sarebbe stato circondato e colpito con almeno tre fendenti tra torace e addome con un’arma che non è stata ancora recuperata. Gli inquirenti non escludono possa trattarsi di un cacciavite o di un altro oggetto acuminato.

Le ferite riportate si sono rivelate fatali: il 35enne è morto poco dopo l’aggressione. Con sé aveva soltanto uno zaino contenente effetti personali. L’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Paola Francesca Ranieri e affidata alla Squadra Mobile diretta dal vice questore Antonio Serpico, punta ora a chiarire il movente e le eventuali responsabilità di più persone coinvolte nella lite sfociata nel delitto.

Omicidio Filippo Scavo, il gip: “Dylan Capriati non si fece vedere a Barivecchia dopo averlo ucciso”

Dopo l’omicidio di Filippo Scavo, il 43enne ritenuto vicino al clan Strisciuglio ucciso il 19 aprile scorso all’interno del Divine Club di Bisceglie, le abitudini dei tre indagati sarebbero cambiate radicalmente. È quanto emerge dall’ordinanza con cui il gip di Bari Giuseppe Ronzino ha convalidato il fermo di Dylan Capriati e Nicola Morelli, mentre il fermo del terzo indagato, Aldo Lagioia, è stato convalidato dalla gip di Trani Marina Chiddo.

Secondo il giudice, dopo il delitto Capriati sarebbe diventato irreperibile nei luoghi della città vecchia di Bari dove veniva abitualmente controllato dalle forze dell’ordine. I tre indagati furono fermati contestualmente agli 11 arresti eseguiti nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Raffaele “Lello” Capriati, avvenuto a Bari nell’aprile 2024. Per gli investigatori, l’uccisione di Scavo rappresenterebbe una vendetta del clan Capriati contro i rivali degli Strisciuglio.

Nell’ordinanza il gip evidenzia la “spiccata indole violenta” degli indagati e la “spavalda ostentazione” delle armi utilizzate in un locale affollato e aperto al pubblico, sottolineando il rischio che potessero essere colpite altre persone presenti.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, armati sarebbero stati Capriati e Lagioia che, dopo aver incrociato Scavo all’esterno della discoteca, lo avrebbero raggiunto all’interno colpendolo con un proiettile alla base del collo. Entrambi avrebbero sparato, ma solo un colpo si sarebbe rivelato fatale. Dopo il delitto Capriati e Lagioia si sarebbero allontanati a bordo di una Lancia Y, mentre Morelli, che non era armato, sarebbe rientrato autonomamente a casa.

Omicidio Filippo Scavo, restano in carcere Dylan Capriati e i due amici: “Possono sparare ancora e scappare”

Restano in carcere Dylan Capriati e Nicola Morelli, i due 21enni accusati dell’omicidio di Filippo Scavo, avvenuto il 19 aprile scorso all’interno del Divine Club di Bisceglie. Il gip del tribunale di Bari, Giuseppe Ronzino, ha convalidato il fermo evidenziando il concreto pericolo di reiterazione del reato e di fuga da parte degli indagati.

Entrambi si sono presentati all’udienza di convalida scegliendo di non rispondere alle domande. Morelli, assistito dall’avvocata Valeria Volpicella, ha sostenuto di trovarsi casualmente nel locale e di non aver preso parte al piano criminoso, una versione che però non ha convinto il giudice.

Nell’ordinanza il gip sottolinea come le discoteche possano trasformarsi, per soggetti legati alla criminalità organizzata, in “palcoscenici” utili a ostentare forza intimidatoria e potere mafioso, anche attraverso dinamiche alimentate sui social come Instagram e TikTok.

Secondo il giudice, Capriati e Morelli avrebbero mostrato particolare spregiudicatezza e indifferenza verso l’incolumità pubblica, esplodendo diversi colpi d’arma da fuoco a breve distanza nonostante la presenza di numerosi clienti nel locale. A pesare anche il rischio di fuga: subito dopo il delitto i due sarebbero risultati irreperibili e, in alcune intercettazioni, si parlerebbe di un possibile trasferimento di Morelli a Napoli.

Per il gip, le modalità dell’omicidio – compiuto a volto scoperto, in un locale affollato e durante una serata danzante – richiamano chiaramente dinamiche e metodi mafiosi.

Omicidio Filippo Scavo, i tre indagati non rispondono al gip. Morelli: “Non ho visto niente”

Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere i tre indagati (Dylan Capriati, Nicola Morelli e Aldo Lagioia) fermati martedì per l’omicidio di Filippo Scavo, il 43enne del clan Strisciuglio di Bari ucciso la notte del 19 aprile scorso nella discoteca ‘Divine Club’ di Bisceglie.

I tre sono comparsi oggi davanti al gip per la convalida del fermo. Morelli, assistito dall’avvocato Valeria Volpicella, ha rilasciato dichiarazioni spontanee dicendo di aver avuto un incontro estemporaneo con gli altri due, di conoscere soltanto Dylan Capriati e di aver conosciuto Lagioia in quell’occasione.

Morelli avrebbe anche riferito di non aver assistito all’omicidio, ma di aver soltanto sentito gli spari. Il suo legale ha chiesto la revoca della detenzione il carcere. La decisione del giudice potrebbe arrivare già oggi.

In mattinata sono iniziati anche gli interrogatori degli 11 arrestati, sempre martedì, nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Raffaele ‘Lellò Capriati, ucciso la sera di Pasquetta del 2024. Dell’omicidio sono accusati Luca Marinelli e Nunzio Losacco, entrambi del clan Strisciuglio. Gli altri 9 arrestati, invece, devono rispondere delle diverse schermaglie avvenute negli anni tra i rampolli dei clan Capriati e Strisciuglio, rivali dal 1997.

Tra questi ci sono i due figli di Raffaele Capriati, Sabino e Christian, e il figlio del boss Sigismondo Strisciuglio, Domenico. I due gruppi si sarebbero fronteggiati armi in pugno in diverse occasioni. Per la Dda di Bari, l’omicidio di Scavo sarebbe una vendetta per quello di Capriati. Lo stesso Scavo, il 29 marzo 2024, avrebbe minacciato con una pistola Christian Capriati nel pub ‘Demetrà di Bari, da quanto raccontato da Scavo agli inquirenti a causa di uno sguardo di troppo nei confronti di una ragazza. Qualche ora dopo Capriati, suo fratello e Onofrio Lorusso avrebbero ferito a colpi di pistola due ragazzi del clan Strisciuglio. A quel punto, sarebbe arrivato l’ordine di uccidere Raffaele Capriati (che qualche mese prima aveva mediato una tregua tra i rampolli dei due clan), freddato mentre si trovava in macchina nel quartiere Torre a Mare. Due anni dopo, a uccidere Scavo sarebbe stato Dylan Capriati, nipote di Raffaele.

Omicidio Antonella Lopez, condannati Lavopa e Palermiti jr: “Scene da far west. In discoteca armati per farsi vedere”

“Sono andato in discoteca per divertirmi ma ero armato perché ora non si sta più tranquilli”. Con queste parole Michele Lavopa ha spiegato agli inquirenti perché, la sera del 22 settembre 2024, entrò armato nella discoteca Bahia di Molfetta. Quella notte il suo obiettivo sarebbe stato Eugenio Palermiti jr, nipote dell’omonimo boss del quartiere Japigia, ma i colpi esplosi raggiunsero e uccisero per errore la 19enne Antonella Lopez.

Nelle motivazioni della sentenza con cui il gup Susanna De Felice ha condannato Lavopa a 18 anni e 8 mesi di reclusione, vengono ricostruiti i precedenti che avrebbero alimentato il rancore dell’imputato. Durante l’interrogatorio, Lavopa ha raccontato di essere stato aggredito tempo prima a Bari Vecchia da un gruppo di ragazzi per “una questione di ragazze” e di aver riconosciuto tra loro anche Eugenio Palermiti jr. “Da quel momento in me qualcosa è cambiato”, ha dichiarato.

Palermiti jr, condannato a 4 anni e 6 mesi per essere entrato nel locale con due pistole, viene descritto dai collaboratori di giustizia come un giovane intenzionato a rafforzare la propria immagine criminale. Il pentito Gianfranco Catalano ha riferito al pm Fabio Buquicchio che il giovane girava armato “non per soldi”, ma “per farsi vedere”, sottolineando il peso del cognome Palermiti negli ambienti della criminalità barese.

Alle sue parole si aggiungono quelle di un altro collaboratore, Massimo Soloperto, che ha descritto una pratica ormai consolidata nelle discoteche: “Vanno a ballare armati da oltre dieci anni. C’è sempre rivalità tra clan e molti portano una pistola per sentirsi al sicuro”.

Nelle motivazioni della sentenza il giudice evidenzia anche il clima di omertà che avrebbe caratterizzato la serata del delitto. Nonostante nel locale fossero presenti oltre mille persone, nessuno avrebbe collaborato concretamente alle indagini. Un silenzio che, secondo il tribunale, rende “assurdo pensare che non ci sia stata neanche una persona che abbia assistito all’omicidio”. Secondo quanto riportato nella sentenza, Palermiti jr sarebbe entrato nel locale “atteggiandosi a giovane boss”. “Una scena di duellanti da far west”, scrive la gup del Tribunale di Bari, Susanna De Felice.