Carcere di Trani, picchiato da detenuto senza motivo: ispettore finisce in ospedale

“Purtroppo il nuovo anno inizia come è finito il vecchio, e cioè con aggressioni a poliziotti penitenziari da parte di detenuti sempre più violenti e spregiudicati. Questa volta è accaduto ad un Ispettore del carcere di Trani che questa mattina senza alcun motivo, sarebbe stato colpito da un detenuto di origini tunisini in carcere per reati vari. Allo stato l’aggredito si troverebbe ancora presso il pronto soccorso del locale nosocomio ove viene curato. La cosa assurda è che il detenuto in questione nei giorni scorsi avrebbe incendiato una stanza del reparto in cui si trovava, con esalazione di fumi velenosi che costringevano ad evacuare i detenuti presenti nella sezione, in attesa che il fumo si diradasse”. Inizia così il comunicato stampa del Sappe, il sindacato autonomo polizia penitenziaria.

“Dobbiamo ancora denunciare l’assenza totale dell’amministrazione centrale che in casi come questi dovrebbe adottare i provvedimenti previsti da norme precise , ma che sistematicamente non lo fa, lasciando la patata bollente ai vertici del carcere che non avendo la possibilità di mandarli via e neppure di prendere provvedimenti coercitivi, rimangono impotenti poiché un detenuto non può essere toccato nemmeno con un grissino (anche se ti sta ammazzando) altrimenti scatta la denuncia per tortura – si legge nel comunicato -. A seguito di questa impotenza, la violenza è aumentata a dismisura e purtroppo a farne le spese sono i poliziotti penitenziari che per 1500 euro al mese, devono prendere pure le botte. Nei prossimi giorni questa O.S. si rivolgerà alla magistratura ordinaria per denunciare i responsabili dell’ufficio detenuti del DAP e chi li sostiene, poiché nonostante siano in vigore delle leggi dello Stato chiudono gli occhi sui loro doveri. Infatti l’articolo 14 bis dell’ordinamento penitenziario (che viene quasi sempre negato dal DAP) prevede che i detenuti che si macchiano di aggressione al poliziotti oppure mettono in pericolo la sicurezza del carcere devono essere immediatamente sottoposti in isolamento con revoca di tutti i benefici, nonché trasferiti con la massima urgenza in apposite sezione più controllate (art.32 sempre dell’ordinamento penitenziario). Se si applicassero queste semplici norme di legge, gli episodi di violenza ed aggressione tra detenuti o verso i poliziotti diminuirebbero del 60/70%, poiché i detenuti capirebbero che se sbagliano pagano immediatamente invece di rimanere impuniti. Proprio per questo chiediamo al Ministro Nordio di essere inflessibile con chi al DAP non rispetta le leggi, nonché di mandare questi delinquenti violenti nei loro paesi d’origine d’autorità, poiché loro non daranno mai il consenso, in quanto sanno che nei loro paesi d’origine , ben diverso sarebbe il trattamento a cui sarebbero sottoposti. Il SAPPE augura all’Ispettore selvaggiamente aggredito di rimettersi al più presto, e nel contempo invita il Capo del DAP a recarsi a Trani per sincerarsi di persona delle condizione del poliziotto ferito, nonché a verificare i sacrifici che giornalmente compiono i vertici del carcere e tutti i lavoratori per far rispettare la legalità, nonostante la grave carenza di organico a cui fa da contraltare il sovraffollamento che ha raggiunto numeri non più accettabile”.

Andrea Esse dal carcere alla musica, online “La mia storia”: la droga e le truffe (1)

Dal carcere alla musica, il riscatto dopo una vita dannata e alcuni errori pesanti. Vi raccontiamo la storia del rapper Andrea Esse. Siamo andati a trovarlo a Monopoli. Nella prima parte della lunghissima intervista, divisa in tre parti, ci parla degli inizi della sua vita da strada e di come si è avvicinato al mondo della criminalità dall’età di 13/14 anni nonostante avesse alle spalle una famiglia estranea a queste dinamiche. Le prime canne, la ricerca costante del rischio, l’ingresso nel mondo dello spaccio, il consumo di sostanze stupefacenti, il primo reato all’età di 16 anni, il primo arresto, gli altri guai, il carcere e i primi passi con la musica.

Pestaggio in cella tra detenuti diventa virale sui social, Sappe: “Si sta scherzando con il fuoco” – VIDEO

“Quello che il SAPPE, sindacato autonomo polizia penitenziaria cerca di spiegare a parole e con qualche foto di poliziotto massacrato di botte, (che alla fine non interessa a nessuno), viene fuori in tutta la sua spietatezza da un ennesimo video girato da detenuti (in un carcere che non conosciamo), che sottopongono un altro compagno di camera ad un trattamento di sottomissione con un pestaggio nemmeno tanto pesante”. Inizia così il comunicato stampa del Sappe, il Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria.

“Quel video può essere stato girato in qualsiasi carcere della nazione poiché è quello che accade realmente nei nostri penitenziari, anzi in tantissime altre situazioni c’è più violenza e sangue; tutto ciò grazie alla volontà di una certa politica che in questi anni ha di fatto consegnato le carceri ai detenuti più violenti e prepotenti, salvo poi preoccuparsi di prendersela con il calendario della polizia penitenziaria dopo averla umiliata, delegittimata, ridotta ai minimi termini negli organici – si legge nella nota -. Che la situazione fosse questa lo denunciamo da molto tempo, con i violenti e prepotenti che non vengono quasi mai puniti, con la stragrande maggioranza di detenuti più deboli che vengono sottomessi ai desideri di questi ultimi. Come pure le migliaia di telefonini sequestrati ogni anno non preoccupano quasi nessuno nonostante questo permetta ai boss di poter dirigere i loro affari dal carcero, oppure divertirsi con video su tik tok, a cui si sono aggiunti i droni express che fanno entrare di tutto. Bene, speriamo che questo video faccia capire che si sta scherzando con il fuoco, e che i primi a subire tutti ciò oltre ai detenuti che vorrebbero avere la possibilità per reinserirsi ma che vengono sopraffatti in qualsiasi modo, sono i lavoratori della polizia penitenziaria per poi finire con i problemi di ordine pubblico che una situazione esplosiva potrebbe provocare. Purtroppo gli unici che potrebbero mettere fine a tutto ciò è la polizia penitenziaria, ma come dicevamo prima è stata resa impotente e ridimensionata da chi voleva che i poliziotti indossassero un camice invece della divisa. Le carceri sono praticamente svuotate di poliziotti per cui i detenuti che hanno tutto il tempo e lo spazio di fare quello che vogliono, sia con le buone o con le cattive sottoponendo a loro i più deboli oppure massacrando di botte proprio gli agenti, per cui abbiamo fatto anche un calendario. Il SAPPE si augura che questo video risvegli le coscienze ed indigni l’opinione pubblica, il colle, il governo, poiché un paese civile si vede anche dalle carceri che non possono essere il far west per i delinquenti più violenti ed incalliti che rimangono quasi sempre impuniti. P.s. il video sarebbe stato girato da altri detenuti che ha volutamente riprendere il tutto per far capire chi comanda, per poi con inaudita spavalderia metterlo in rete”.

Bancario leccese morto in carcere in Messico, confermate le condanne: pene fino a 25 anni di reclusione

Si è concluso con la conferma delle condanne inflitte in primo grado (nel gennaio 2017) il processo d’appello per la morte di Simone Renda, il bancario leccese di 34 anni deceduto il 3 marzo del 2007 in una cella del carcere Playa del Carmen, in Messico. I sei imputati, tutti contumaci, sono accusati a vario titolo di omicidio volontario e della violazione dell’articolo 1 della Convenzione Onu contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani e degradanti.

Si tratta del direttore e vicedirettore del carcere, del giudice qualificatore, delle due guardie carcerarie di turno e del responsabile dell’ufficio ricezione del carcere. I giudici della Corte d’assise d’appello di Lecce, presidente Teresa Liuni, hanno inflitto 25 anni di reclusione ad Arceno Parra Cano e a Pedro May Balam, rispettivamente direttore e vicedirettore del carcere municipale, così come ad Hermilla Valero Gonzalez, giudice qualificatore di turno; 21 anni per Najera Sanchez Enrique e Luis Alberto Arcos Landeros, le due guardie carcerarie di turno e a Gomez Cruz, responsabile dell’ufficio ricezione del carcere. Assolti due agenti della polizia turistica municipale di Playa del Carmen.

I genitori di Simone Renda erano parti civili nel processo, con l’avvocato Paola Balducci. Simone Renda fu arrestato per disturbo alla quiete pubblica in un hotel a Playa del Carmen, dove era in vacanza, il primo marzo 2007. Morì due giorni dopo in una cella di isolamento dove era stato abbandonato senza che gli venisse prestata alcuna assistenza sanitaria. Nonostante le precarie condizioni di salute non venne mai portato in ospedale.

“Giustizia é stata fatta – dice l’avvocata Balducci -. Simone Renda è stato lasciato morire nel carcere di Playa del Carmen dopo essere stato ingiustamente arrestato. Un giovane ragazzo italiano, abbandonato senza cure, senza interprete, senza difensore. Simone, è stato lasciato in carcere senza che nessuno avvisasse la famiglia ed il consolato, nonostante necessitasse di un ricovero urgente per una grave patologia”.

Carcere di Bari, detenuto rifiuta cambio terapia e aggredisce agente: infermiere resta bloccato nella sezione

Un agente di polizia penitenziaria in servizio nella seconda sezione del carcere di Bari “è stato aggredito da un detenuto con problemi di natura psichiatrica”. È quanto rende noto l’Osapp, il sindacato di politica penitenziaria evidenziando che l’aggressione sarebbe avvenuta sabato scorso e sarebbe stata scatenata dal diniego del detenuto di accettare una terapia diversa dal solito. Nel trambusto, un infermiere sarebbe stato bloccato nella sezione, chiusa per motivi di sicurezza come avviene da protocollo in casi del genere.

“Sempre sabato nell’istituto di pena di Foggia sono stati trovati nei sacchi dei rifiuti, sei cellulari, 100 grammi di hashish e un coltello” ed è stato “intercettato un pacco contenente del whisky e 100 grammi di sostanze stupefacenti”, riferisce il segretario generale aggiunto dell’Osapp, Pasquale Montesano che chiede al governo di “aprire un tavolo di confronto permanente per discutere di riforme, organici, equipaggiamenti e di sovraffollamento detentivo”.

Tassista accoltellato a Bari, scena muta della coppia davanti al gip: confermato il carcere per Monno e De Vincenzo

La gip di Bari Anna Perrelli ha confermato il carcere per Giovanni Monno e Angela De Vincenzo, i baresi di 30 e 31 anni arrestati la notte tra domenica e lunedì dopo aver tentato di rapinare e poi accoltellato un tassista di 34 anni. I due, difesi dagli avvocati Gianstefano Romanelli e Claudio Alboreto, oggi si sono avvalsi della facoltà di non rispondere davanti alla gip. L’accusa a loro carico è di tentata rapina e lesioni personali, reati aggravati dalla minorata difesa della vittima, dell’uso dell’arma e della crudeltà.

Secondo quanto ricostruito dai poliziotti delle Volanti, che li hanno arrestati a poche ore dai fatti, domenica sera i due sarebbero saliti a bordo del taxi e, dopo qualche minuto, avrebbero aggredito il conducente, che a bordo dell’auto aveva installato una telecamera che ha aiutato gli inquirenti a ricostruire il fatto. L’uomo è stato colpito circa 20 volte prima che Monno e De Vincenzo, che avrebbero avuto intenzione di rapinarlo, fuggissero a mani vuote. Trasportato al Policlinico di Bari, il tassista – alla sua prima settimana di lavoro – è stato curato con 122 punti di sutura e dimesso con una prognosi di 25 giorni, dopo aver riportato ferite al volto, al braccio destro e al dorso.