Lavori in ritardo, irruzione negli uffici Arca a Bari. Pc all’aria e minacce ai dipendenti: condannate zia e nipote

Zia e nipote di 50 e 24 anni sono state condannate con due decreti penali e con due multe da 500 euro per aver fatto irruzione e seminato il panico negli uffici baresi dell’Arca Puglia, in via Crispi. 

L’episodio il 19 gennaio 2024 quando le due donne si sono presentate sul posto chiedendo di mandare qualcuno nell’alloggio popolare di via Umbria nel quartiere San Paolo, a causa di alcuni problemi all’impianto elettrico.

La risposta è stata prevedibile e alle due viene detto che l’intervento non può essere immediato e che le tempistiche sono piuttosto lunghe. La 50enne spinge il divisorio in plexiglass e il monitor del pc verso l’addetta allo sportello, poi entrambe decidono di scavalcare il desk, di salire sulle sedie, di oltrepassare la postazione e di accedere ai piani superiori dalla parte posteriore.

Tutto è stato documentato dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza. Arrivate al primo piano, insultano e minacciano anche il presidente Pietro De Nicolo, prima dell’arrivo sul posto di una pattuglia della Polizia.

I reati ipotizzati dalla Procura sono quelli di interruzione di pubblico servizio di undici minuti e di violenza ad un incaricato di pubblico, per zia e nipote è arrivata la condanna alla pena pecuniaria di 500 euro. La zia non si è opposta e ha ammesso il suo comportamento, la nipote ha impugnato il decreto penale.

Milano, studente pugliese picchiato in stazione prima del test d’ingresso: altre due condanne

Il Tribunale di Milano ha emesso altre due condanne, rispettivamente a 8 e 6 anni di reclusione, per l’aggressione e la rapina subita da uno studente pugliese lo scorso settembre.

Il giovane si trovava in Stazione Centrale per sostenere il test d’ingresso al Politecnico. La sentenza, emessa con rito abbreviato condizionato, si aggiunge alla condanna a 7 anni inflitta lo scorso dicembre a un terzo complice. Le motivazioni sono attese entro 90 giorni.

Scu, 270 anni ad affiliati del clan Lamendola-Cantanna. Tra loro Pancrazio Carrino: ha minacciato due magistrate

Pene da un massimo di 20 anni di reclusione ad un minimo di un anno sono state inflitte dal gup del tribunale di Lecce, Alcide Maritati, nel processo originato dall’inchiesta ‘The Wolf’, condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce e dai carabinieri della compagnia di San Vito dei Normanni.

Oltre 250 anni il totale delle condanne, in primo grado, nei confronti di 22 persone accusate a vario titolo dei delitti di associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, tentato omicidio, detenzione e porto illegale di armi da fuoco e da guerra, violenza privata, lesioni personali, estorsione.

Gli imputati sono riconducibili, secondo l’accusa, al clan Lamendola- Cantanna, della Sacra corona unita, che avrebbe operato in provincia di Brindisi. Il presunto sodalizio criminale si sarebbe reso responsabile negli anni della gestione di droga e di almeno cinque tentativi di estorsione ai danni di imprenditori della zona.

Il gup Maritati ha condannato a 20 anni di reclusione Gianluca Lamendola, 35 anni, ritenuto capo e organizzatore del presunto clan mafioso. Fra i condannati c’è anche Pancrazio Carrino (13 anni e 4 mesi): il 42enne è imputato in un altro procedimento perché accusato di minacce di morte e violenza, aggravate dal metodo mafioso, nei confronti del pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia, Carmen Ruggiero, e della giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce, Maria Francesca Mariano. Entrambe le magistrate sono finite sotto scorta. Per l’associazione Libera, che si è costituita parte civile, è stato riconosciuto un risarcimento di 100mila euro.

Imbavagliato, incappucciato e legato al tavolo: confermati tre ergastoli per l’omicidio Montinaro – NOMI

La Corte d’assise d’Appello di Lecce ha confermato il verdetto di primo grado per l’omicidio di Donato Montinaro, il falegname in pensione di Castri (Lecce) trovato senza vita in casa l’11 giugno 2022 percosso, legato e incappucciato, vittima di una rapina.

I giudici (presidente Teresa Liuni) hanno inflitto tre ergastoli e una condanna a 27 anni per i quattro imputati, accusati di omicidio volontario aggravato in concorso.

Ergastolo dunque confermato per Patrizia Piccinni, 49 anni di Alessano, con isolamento diurno di 18 mesi; per Angela Martella, 59 anni di Salve, con isolamento diurno per un anno; e per Emanuele Forte, 32 anni di Corsano con isolamento diurno per un anno.

Ventisette anni sono invece stati inflitti ad Antonio Esposito, 40 anni di Corsano, a cui sono state riconosciute le circostanze attenuanti generiche in quanto considerato l’unico ad aver collaborato all’accertamento della verità e ad aver mostrato un reale pentimento. Per tutti è stata disposta l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Bari, corteo funebre in “stile Gomorra” per Christian Di Gioia: chieste 10 condanne. Il Comune vuole 250mila euro

La Dda di Bari ha chiesto 10 condanne, a pene da un anno e nove mesi a due anni e otto mesi, per altrettanti imputati finiti a processo (in abbreviato) per il corteo funebre di moto fatto il 24 giugno 2023, a Bari, dopo i funerali di Christian Di Gioia, il 27enne morto a causa di un incidente stradale con lo scooter due giorni prima nel quartiere Japigia di Bari.

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Cocaina dalla Colombia, Corte di Cassazione annulla tre condanne: il processo passa alla Corte d’Appello di Bari

La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio, ad altra sezione della Corte d’Appello di Bari davanti alla quale sarà celebrato un processo, la condanna inflitta nei confronti di Lida Cestari, Luigi Cestari e Giuseppe Cicco, coinvolti, dall’inizio degli anni 2000 in un’inchiesta sul narcotraffico internazionale tra la Colombia e l’Europa.

I tre erano stati condannati in abbreviato, nel 2013, rispettivamente a 10, 8 e 16 anni di reclusione perché considerati all’interno di un’associazione “dedita al traffico internazionale di ingenti quantitativi di stupefacenti (cocaina) dalla Colombia e dal Venezuela”, grazie ai contatti con il cartello dei “Los Mellizos” di Bogotà, in Europa e in particolare verso l’Italia, con la conservazione in depositi di stoccaggio tra Andria, Viareggio, Ladispoli, e Ancona e la vendita a vari gruppi per lo spaccio.

Alle indagini ha preso parte anche la Fbi e furono sequestrate decine di migliaia di chili di droga, per centinaia di milioni. I fatti contestati risalgono tra il 1998  e il 2002. Dieci anni dopo la prima sentenza, nel 2023, la Corte d’Appello di Bari aveva ridotto le condanne a 6 anni per Lida Cestari, a 6 anni e 6 mesi per Luigi Cestari e a 10 anni e 8 mesi per Giuseppe Cicco. La terza sezione penale della Cassazione ha annullato questa sentenza, rimettendo gli atti a un’altra sezione della Corte d’Appello di Bari.

Spaccio e armi a Castellana Grotte, Putignano e Polignano: condanne definitive per 5 – I NOMI

Gestivano lo spaccio di cocaina a Castellana Grotte (Bari), ma avevano anche a disposizione armi e munizioni e ricettavano auto rubate. Il loro capo, Franco Pirrelli (46 anni), ripartiva i compiti, stabiliva gli stipendi e individuava le basi operative del gruppo, anche da detenuto, mandando ordini attraverso la moglie Barbara Palmisano – diventata sua portavoce – a cui era dato anche il compito di gestire i problemi interni al sodalizio.

La droga arrivava da Marco Pesce, “considerato elemento di spicco della criminalità di Putignano”, come scrivono i carabinieri in un comunicato, che riforniva l’organizzazione con partite da un chilo di cocaina che il gruppo di Castellana comprava per 40mila euro e rivendeva per 100mila, di cui seimila spettavano mensilmente a Pirrelli.

Per questo, i carabinieri di Monopoli (Bari) hanno eseguito cinque ordini di carcerazione per altrettante persone colpite da condanne, diventate definitive, dai sei ai 14 anni di reclusione. Le persone interessate operavano nei comuni di Castellana Grotte, Polignano e Mare e Putignano. E i fatti loro contestati risalgono agli anni tra il 2018 e il 2020.

Le indagini che hanno portato agli arresti e alle condanne, oggi definitive, rientrano nell’operazione denominata ‘Eclissi’ che ha documentato come il gruppo – che vendeva cocaina per 80 euro a dose – avesse anche a disposizione pistole mitragliatrici, altre armi e cartucce di vario calibro. Armi e droga venivano nascosti in involucri interrati o in muretti a secco. Ma nel corso delle indagini, i carabinieri hanno anche scoperto un deposito in cui erano nascoste targhe di auto e componenti meccaniche di varie marche per 40mila euro, oltre a un’Alfa Romeo Giulietta rubata. I reati contestati sono di associazione armata finalizzata al traffico di droga, spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione illegale di armi da fuoco e concorso in ricettazione.

Le persone finite in carcere sono Franco Pirrelli (condannato a 14 anni), Marco Pesce (44 anni, condannato a 14 anni e 5 mesi), Gianfranco Manelli (50 anni, condannato a 8 anni), Pasquale Gentile (42 anni, condannato a sei anni e un mese) e Barbara Palmisano (45 anni, condannata a sei anni e otto mesi).

Omicidio Cosimo Nardelli a Taranto, il fratello Tiziano e Paolo Vuto condannati all’ergastolo: altre due pene

La Corte d’assise di Taranto (presidente Filippo Di Todaro, a latere Loredana Galasso) ha inflitto quattro condanne, due delle quali alla pena dell’ergastolo, per l’omicidio di Cosimo Nardelli, il 61enne pregiudicato ucciso il 26 maggio 2023 con due colpi di pistola al torace davanti alla sua abitazione in via Cugini 7.

Carcere a vita per Paolo Vuto e Tiziano Nardelli (fratello della vittima) ritenuti rispettivamente organizzatore e mandante dell’omicidio. La Corte ha inoltre condannato a 30 anni Cristian Aldo Vuto (figlio di Paolo), ritenuto l’esecutore materiale del delitto, e a 25 anni il cugino Francesco Vuto, che guidava la moto su cui viaggiava il killer.

E’ stata esclusa l’aggravante del metodo mafioso. Secondo l’ipotesi dell’accusa Tiziano Nardelli avrebbe ordinato la morte del fratello per contrasti sorti nella gestione di una cooperativa agricola.

Per altri due imputati, accusati di tentato omicidio e detenzione di arma da fuoco, è stata disposta la condanna a 18 e 2 anni. Cosimo Nardelli era uscito da poco dal carcere dove aveva scontato 17 anni di reclusione in seguito alla condanna per concorso nell’omicidio del 27enne Alessandro Cimoli, ammazzato con alcune coltellate il 31 agosto del 2006 all’uscita di una masseria abbandonata nelle campagne tra Faggiano e Talsano. I pm Milto Stefano De Nozza e Francesco Sansobrino avevano chiesto l’ergastolo per Tiziano Nardelli e Paolo Vuto, 28 e 26 anni per i due cugini Vuto.