Bari, video di un incidente mortale diffuso sui social: condannato vigile urbano. La famiglia sarà risarcita

Finisce con una condanna la vicenda della diffusione sui social del video di un incidente mortale avvenuto nel 2018 in via Napoli. Il tribunale di Bari, presieduto dal giudice Ambrogio Marrone, ha condannato il vigile urbano Tommaso Stella, 57 anni, a tre mesi di reclusione e al risarcimento del danno in favore della famiglia della vittima.

Assolti invece gli altri due imputati, Silvana Mancini e Maurizio Francesco Ficele, come richiesto dalla pm Savina Toscani. I tre erano accusati di rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio.

Al centro del processo la diffusione di un video, acquisito dalla polizia locale, che riprendeva l’incidente costato la vita all’86enne Rocco Bellanova, investito da un tir mentre percorreva in bicicletta via Napoli, all’altezza di via Mercadante. Le immagini, registrate dalle telecamere di una stazione di servizio e fondamentali per le indagini, erano coperte da segreto istruttorio e negate ai familiari, ma finirono comunque online.

Secondo la ricostruzione emersa in aula, il video sarebbe stato visionato su un computer della polizia locale e in quell’occasione qualcuno lo avrebbe ripreso e diffuso sul web. Per il tribunale, la responsabilità della divulgazione è da attribuire a Stella, che ora dovrà risarcire i familiari della vittima per il danno causato dalla diffusione delle immagini.

Bari, finti incidenti e maxi truffa alle assicurazioni. In 69 rinviati a giudizio: “C’era l’aiuto di avvocati compiacenti”

Avrebbero organizzato un sistema strutturato per simulare incidenti stradali e ottenere risarcimenti indebiti dalle compagnie assicurative. Per questo il gup del Tribunale di Bari, Alfredo Ferraro, ha disposto il rinvio a giudizio per 69 persone, accusate a vario titolo di associazione a delinquere, frode assicurativa e falso.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il gruppo – con base a Gravina in Puglia – avrebbe messo in piedi una rete che coinvolgeva anche autocarrozzerie, rappresentanti di compagnie assicurative e avvocati, ritenuti consapevoli delle attività illecite. Il sistema prevedeva la simulazione di incidenti, con veicoli realmente danneggiati, la compilazione di false constatazioni amichevoli e l’ottenimento di certificati medici falsi.

In alcuni casi, gli indagati si sarebbero recati nei pronto soccorso lamentando dolori inesistenti per ottenere documentazione sanitaria utile alle richieste di risarcimento; in altri, avrebbero presentato esami clinici mai effettuati. Il meccanismo avrebbe fruttato oltre 160mila euro in indennizzi indebiti.

I fatti contestati risalgono al periodo successivo al 2019 e si sarebbero verificati tra le province di Bari, Matera e Potenza. Nell’inchiesta figuravano anche altre due persone, nel frattempo decedute.

Il processo prenderà il via il prossimo 9 luglio davanti al secondo collegio B del Tribunale di Bari.

Commissione antimafia a Bari, la presidente Colosimo ai giovani: “Non ascoltate Tommy Parisi e i cantanti-boss”

Cresce la preoccupazione per il ricambio generazionale nella criminalità organizzata, con giovani sempre più coinvolti e spesso privi di una guida, ma pronti a distinguersi per livelli di violenza. È questo uno dei temi centrali emersi ieri durante le audizioni della Commissione parlamentare Antimafia, riunita in prefettura a Bari per la prima tappa della missione in Puglia.

A lanciare l’allarme è la presidente della Commissione, Chiara Colosimo, che ha sottolineato come le “nuove leve” della criminalità stiano avanzando talvolta in accordo con boss detenuti, ancora capaci di influenzare le attività all’esterno. In altri casi, invece, si tratta di giovani che agiscono senza riferimenti, alimentando una competizione interna basata sulla violenza.

Una dinamica che, secondo Colosimo, produce effetti evidenti sui territori. “Si assiste a un ritorno della violenza e a uno stravolgimento degli equilibri locali”, ha spiegato, evidenziando come questo fenomeno apra anche a un quadro più ampio di emergenza legata alla criminalità giovanile. Sempre più spesso, infatti, i ragazzi vengono utilizzati come manodopera dalle organizzazioni mafiose.

Nel corso del punto stampa, la presidente ha voluto rivolgere anche un appello diretto ai giovani, invitandoli a prendere le distanze da modelli culturali ambigui. Il riferimento è a Tommy Parisi, artista neomelodico e figlio del boss di Japigia Savinuccio Parisi, recentemente condannato per associazione mafiosa. “Meglio ascoltare altri cantanti che non fanno i boss e i cantanti insieme”, ha dichiarato.

Un ulteriore elemento critico emerso riguarda la gestione degli appalti nei piccoli Comuni. Secondo quanto riferito dalla Commissione, il ricorso frequente agli affidamenti diretti sotto soglia facilita l’infiltrazione della criminalità organizzata nelle amministrazioni locali. Tra i casi citati, quello di Trinitapoli, nella provincia di Barletta-Andria-Trani.

“Il rapporto tra politica e mafia resta il cuore dell’attività della Commissione”, ha concluso Colosimo, ribadendo l’attenzione su un fenomeno che continua a evolversi e a radicarsi nei territori.

Auto tappezzata di offese e chat con l’amante, Saverio nega: “Hackerato il telefono Lucia ti amo”

Sui social e in tutta Italia non si parla di altro e per questo ci siamo messi sulle tracce di Saverio. È sua la auto imbrattata ad Altamura, all’esterno dell’azienda dove lavora, con frasi pesanti come “traditore” e “merda” sulla carrozzeria. Ma non solo.

Sulla vettura sono state messe anche numerose stampe delle presunte conversazioni tra l’uomo e quella che sarebbe la sua amante, Maddalena. Un gesto plateale che ha trasformato l’auto in una sorta di “bacheca pubblica” della vicenda privata.

L’originale “vendetta” è a firma di Lucia, la compagna di Saverio, e gli scatti hanno fatto il giro del web e dei social, scatenando anche il dibattito pubblico. Ci siamo messi sulle tracce dei protagonisti e abbiamo scoperto che la storia ha origine a Gravina. Saverio ha respinto ogni accusa e dice di essere vittima di una truffa.

Bari, Ivan Lopez ucciso a San Girolamo. Didonna accusato di concorso in omicidio: la posizione della difesa

Si è svolta oggi una nuova udienza nel processo per l’omicidio di Ivan Lopez, il 31enne ucciso nel settembre 2021 sul lungomare di San Girolamo mentre si trovava su un monopattino. Al centro del dibattimento la posizione di Giovanni Didonna, accusato di concorso in omicidio per aver fornito le due auto utilizzate nel delitto.

Secondo la tesi difensiva, illustrata dall’avvocato Vito Belviso, Didonna non era a conoscenza delle intercettazioni in carcere e avrebbe sempre negato qualsiasi coinvolgimento, sia durante le conversazioni registrate sia nei colloqui con i familiari. Un elemento che, per la difesa, dimostrerebbe la sua estraneità ai fatti.

Per Didonna, la pm antimafia Bruna Manganelli ha chiesto una condanna a 20 anni di reclusione, escludendo l’aggravante mafiosa. Più pesante la richiesta per Davide Lepore, ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio: per lui è stato chiesto l’ergastolo con dieci mesi di isolamento diurno.

Secondo l’accusa, il delitto sarebbe maturato come ritorsione: Lopez e il fratello Francesco, oggi collaboratore di giustizia ed ex vicino al clan Strisciuglio, avrebbero compiuto estorsioni ai danni di Lepore, imprenditore nel settore delle autorimesse e ritenuto vicino al clan Capriati di Bari vecchia.

Nel corso dell’udienza, la difesa ha inoltre contestato l’attendibilità del collaboratore di giustizia Dino Telegrafo, le cui dichiarazioni accusatorie nei confronti di Didonna presenterebbero contraddizioni: dopo aver riferito di essere a conoscenza dell’omicidio nel 2021, un anno più tardi avrebbe infatti negato di saperne qualcosa. Il processo proseguirà il prossimo 30 aprile, quando sono previsti gli interventi dei difensori di Davide Lepore.

Taranto, un chilo e mezzo di cocaina nascosto nella cassaforte: arrestato 37enne. Denunciato il complice

Il grosso del carico era nascosto in una cassaforte, in un appartamento attiguo a quello dei genitori del presunto pusher: lì la Polizia di Taranto ha trovato circa 1,4 chili di cocaina, parte dei complessivi oltre 1,5 chili sequestrati nel corso di un blitz che ha portato a un arresto e due denunce.

In manette è finito un 37enne, già noto alle forze dell’ordine e affidato ai servizi sociali, ritenuto responsabile di detenzione ai fini di spaccio. Denunciato anche un 64enne considerato suo presunto complice.

L’indagine dei Falchi della Squadra Mobile, avviata da settimane, ha ricostruito una presunta attività di spaccio tra Leporano e Taranto, anche con consegne a domicilio in auto e scooter. Il 37enne è stato fermato dopo un presunto scambio con un cliente.

Le perquisizioni hanno portato al ritrovamento di dosi di cocaina nascoste vicino all’abitazione e nel mezzo utilizzato per le consegne, oltre a contanti e appunti. Nell’appartamento dei genitori, invece, trovati oltre 3.300 euro e altro stupefacente.

Decisivo il fiuto dei cani antidroga, che ha condotto gli agenti alla cassaforte con 14 panetti di cocaina. In un garage di via Minniti, infine, scoperti numerosi pezzi e componenti meccaniche di auto di probabile provenienza furtiva: il 37enne e un altro uomo sono stati denunciati anche per riciclaggio.

Stop del Csm, Decaro e l’incarico su “misura” per Emiliano: ipotesi dossier specifici come rifiuti, crisi industriali o Ilva

Si complica il ritorno in un ruolo istituzionale per Michele Emiliano, che ha escluso l’ipotesi di rientrare in magistratura, giudicandola inopportuna. Anche il Consiglio superiore della magistratura (Csm) condivide le perplessità: dopo vent’anni ai vertici politici di Bari e della Puglia, il suo reintegro nei ranghi giudiziari rischierebbe di alimentare polemiche su possibili commistioni tra politica e giustizia.

Il nodo riguarda la proposta del governatore Antonio Decaro di nominare Emiliano consulente giuridico della Regione Puglia. Una figura considerata atipica nel panorama italiano e che, proprio per questa unicità, non consente di autorizzare il collocamento in aspettativa. Anche l’ipotesi del “fuori ruolo” è stata esclusa, poiché non applicabile al caso specifico secondo la normativa vigente.

Dopo settimane di valutazioni e richieste di chiarimento, la Terza commissione del Csm ha espresso un orientamento negativo. La richiesta di aspettativa — con stipendio a carico della Regione — è stata respinta per motivi tecnici, senza possibilità di deroga. La decisione è stata comunicata a Decaro, che ha avviato un confronto per individuare possibili alternative.

Tra le soluzioni allo studio, quella di ridimensionare l’incarico, limitandolo a dossier specifici come rifiuti, crisi industriali o Ilva. Tuttavia, anche questa strada presenta ostacoli: incarichi analoghi conferiti in passato dalla Regione sono stati considerati di natura politica, e quindi non compatibili con le regole applicabili ai magistrati.

Il tempo per trovare una via d’uscita è limitato. A Roma si guarda con attenzione agli sviluppi, consapevoli che un eventuale ritorno di Emiliano in aula — come pm o giudice, ma fuori dalla Puglia — rappresenterebbe comunque una soluzione delicata, che la magistratura preferirebbe evitare in un momento già sensibile per il rapporto tra giustizia e politica.

Pesca di frodo, sequestrati 360 chili di prodotti ittici tra Bari e BAT: maxi multe da 125mila euro

Prosegue senza sosta l’attività di vigilanza della Guardia di Finanza lungo il litorale di Bari e nella fascia costiera della provincia di Andria-Barletta-Trani, nell’ambito delle operazioni a tutela dell’ambiente marino e contro lo sfruttamento illecito delle risorse ittiche.

I militari della Stazione Navale di Bari, coordinati dal Reparto Operativo Aeronavale, hanno condotto nel corso dell’anno 30 interventi con l’impiego di mezzi navali, portando al sequestro complessivo di circa 360 chilogrammi di prodotti ittici.

Tra il materiale confiscato figurano ricci di mare, datteri bianchi, pesce e molluschi in cattivo stato di conservazione, oltre a prodotti semilavorati privi di certificazione sanitaria.

Sanzioni pesanti per i responsabili: le multe amministrative, nel loro complesso, superano i 125mila euro. In alcuni casi è stata disposta anche la confisca delle attrezzature utilizzate per la pesca illegale.

Bari, al Policlinico un trapianto meniscale da donatore: è la prima volta al Sud. L’intervento su un judoka

Al Policlinico di Bari, per la prima volta al sud, è stato eseguito un trapianto meniscale da donatore. L’intervento, spiega il presidio universitario sanitario in una nota, è stato realizzato nell’unità operativa di Ortopedia, dai chirurghi ortopedici Lorenzo Moretti e Danilo Cassano, su una paziente, judoka professionista, sottoposta in passato alla ricostruzione del legamento crociato anteriore e del legamento collaterale laterale, oltre a una meniscectomia totale.

Una condizione che, nel tempo, aveva determinato dolore persistente e un progressivo sovraccarico articolare del ginocchio. “Il trapianto meniscale – spiega Moretti – rappresenta una procedura altamente specialistica che consente di ripristinare la funzione biomeccanica del ginocchio. La tecnica da noi utilizzata ha previsto l’impianto di un menisco proveniente da donatore senza l’utilizzo di plug ossei”.

“La clinica ortopedica del Policlinico – prosegue il direttore dell’unità operativa, Giuseppe Solarino – si conferma uno dei centri italiani di riferimento nell’applicazione delle più avanzate tecnologie biomediche”.

In Italia si eseguono ogni anno circa centomila interventi chirurgici per lesioni meniscali, per lo più meniscectomie o riparazioni. Il trapianto meniscale rappresenta invece una procedura altamente specialistica, eseguita solo in alcuni centri ortopedici, riservati a casi clinici selezionati, in particolare pazienti giovani o sportivi che hanno subito l’asportazione completa del menisco e che rischiano nel tempo un deterioramento precoce dell’articolazione del ginocchio.