Bari, dentisti evadono tasse grazie al software per la contabilità in nero: in 29 rischiano il processo – I NOMI

Si terrà il 10 novembre, davanti al gup Antonella Carfagna, l’udienza preliminare a carico di 28 dentisti di Bari e provincia, di tre società esercenti l’attività di studio odontoiatrico, dell’ingegnere informatico di Palo del Colle (Bari) Tommaso Carbone e di una sua società, indagati per dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici.

Per l’accusa, negli anni tra il 2015 e il 2020, gli indagati avrebbero evaso imposte per oltre 6 milioni di euro. Le indagini, partite da una verifica fiscale avviata dal nucleo di polizia economico-finanziaria della finanza di Bari, hanno consentito di individuare in Carbone l’ideatore e il fornitore di un software gestionale che permetteva ai professionisti che lo utilizzavano di tenere una contabilità dei compensi ricevuti ma non dichiarati.

Il sistema gestionale avrebbe consentito di creare delle “schede cliente” nelle quali, dopo aver premuto il tasto F12 della tastiera e digitato una password, era possibile rendicontare i compensi percepiti in nero. Il gestionale permetteva anche di memorizzare la contabilità parallela su supporti esterni, rimovibili in caso di controlli e non accessibili senza prima aver premuto F12 e digitato la password.

Il sistema permetteva quindi di tenere distinti due archivi informatici: uno interno definito “gestionale” con i dati delle fatture, uno esterno chiamato “storico” per raccogliere “i dati nella loro totalità”, come spiega la finanza in un comunicato, e dunque anche quelli non annotati nella contabilità ufficiale. Carbone avrebbe anche creato delle chat per parlare con i suoi clienti, “rimandando ulteriori spiegazioni ad incontri di persona e facendo riferimento alla contabilità ‘black'”. A supporto delle indagini anche le dichiarazioni di diversi pazienti, che hanno dichiarato di aver versato importi in contanti dopo le visite senza ricevere fattura.

Ecco i dentisti indagati (uno nel frattempo è deceduto): Alberto Armenio, nato a Bari, 55 anni; Giuseppe Azzone, nato ad Acquaviva delle Fonti, 58 anni; Francesco Burdo, nato a Gravina in Puglia, 67 anni; Michele Cappiello, nato ad Altamura, 44 anni; Tommaso Carbone, nato in Venezuela, 59 anni; Giuseppe Cipollino, nato a Bari, 54 anni; Pietro Convertino, nato a Bari, 57 anni; Fabrizio Dell’Atti, nato a Bari, 43 anni; Giuseppe Di Bari, nato a Bari, 56 anni; Angela Carmela Dicillo, nata a Bari, 62 anni; Angelo Gennari, nato a Bari, 35 anni; Ercole Gennari, nato a Bari, 71 anni; Gianfranco Girardi, nato a Gioia del Colle, 46 anni; Ennio Luigi Gisotti, nato a Bari, 82 anni; Annarita Iaffaldano, nata a Conversano, 49 anni; Vanni Laselva, nato a Putignano, 47 anni; Maria Lorusso, nata a Polla, 37 anni; Roberto Maffei, nato a Bari, 60 anni; Mario Massaro, nato ad Altamura, 64 anni; Massimo Orefice, nato a Napoli, 59 anni; Valerio Partipilo, nato a Bari, 71 anni; Luigi Vinicio Quattromini, nato a Taranto, 64 anni; Michele Rinaldi, nato a Bitonto, 44 anni; Sabino Scarpelli, nato a Lanciano, 62 anni; Antonella Scorca, nata a Bari, 39 anni; Matteo Signorile, nato a Bari, 65 anni; Paolo Michele Tomasicchio, nato a Bari, 46 anni; Giuseppe Tucci, nato a Gravina, 69 anni; Annunziato Andrea Vallone, nato a Vibo Valentia, 53 anni.

La TomProject di Carbone, gli Studi dentistici Maffei, lo Studio Partipilo di Bari e lo Studio Convertino di Alberobello devono rispondere per la responsabilità amministrativa degli enti.

Bari, neonato trovato morto nella culla termica: chiesto il processo per don Antonio Ruccia e il tecnico

La Procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio per don Antonio Ruccia e per Vincenzo Nanocchio, il parroco della chiesa San Giovanni Battista di Bari e il tecnico elettricista accusati di omicidio colposo nel caso della morte di un bimbo di pochi giorni, avvenuta lo scorso 2 gennaio nella culla termica posta all’esterno della parrocchia. La richiesta è arrivata da parte del procuratore aggiunto Ciro Angelillis e della pm Angela Morea, che hanno coordinato le indagini della squadra mobile di Bari.

L’udienza preliminare si terrà il prossimo 23 ottobre davanti alla gup Ilaria Casu. Secondo quanto si legge dal capo di imputazione, la morte del piccolo (di 7-14 giorni, poi chiamato “Angelo” dal sindaco di Bari, Vito Leccese) sarebbe avvenuta per ipotermia, e il locale adibito a culla termica in cui era stato lasciato sarebbe stato, per la Procura, privo dei requisiti di sicurezza necessari per garantire la sopravvivenza del neonato. Il sistema, che avrebbe dovuto far partire una chiamata al cellulare del parroco e attivare il sistema di riscaldamento della culla una volta rilevato il peso del bimbo, non funzionò. Il neonato fu trovato dal titolare di un’impresa funebre che, la mattina del 2 gennaio, si trovava in chiesa per un funerale.

Secondo la Procura di Bari il tappetino posto sotto il materasso, collegato a una scheda elettronica per far partire la chiamata di allerta, non avrebbe rilevato il peso di 2,8 chili del neonato.

Quel tipo di tappetino, si legge nel capo di imputazione, svolge prevalentemente una funzione di antifurto “quando viene calpestato dai piedi che concentrano il peso di una persona”, e quindi non sarebbe stato idoneo a rilevare il peso del neonato, peraltro non avrebbe dato “l’impulso alla scheda elettronica e al combinatore telefonico”, perchè era in corto circuito. Per questo non sarebbe partita la telefonata al cellulare del parroco. Infine, il sistema di condizionamento dell’aria, giudicato “comunque inadeguato” perché “in assenza di movimenti (…) si spegne dopo 9 minuti”, avrebbe erogato aria fredda e non calda a causa di una perdita del compressore, che lo rendeva privo di gas.

Ruccia e Nanocchio, per i pm, avrebbero poi omesso di dotare il sistema di sicurezza di accorgimenti che ne assicurassero il funzionamento anche in caso di guasto, e non avrebbero moltiplicato i sensori e gli interruttori “per garantire il funzionamento di almeno uno di essi. Avrebbero inoltre dovuto far sì che il condizionatore, una volta acceso, non si spegnesse automaticamente e non avrebbero poi predisposto un “tasto a fungo” da schiacciare, una volta posato il neonato, per far partire la chiamata.

Ruccia, infine, nel poster affisso all’esterno della culla, indicando il “collegamento diretto tra l’allarme generato della culla e il locale Policlinico” e la circostanza che la culla fosse “termica”, avrebbe determinato “un affidamento ingannevole circa il certo funzionamento del sistema collegato alla culla” e “la prospettiva di sopravvivenza certa dell’infante”.

Mafia nel Barese, inchiesta sul clan Misceo. Spaccio, armi e tentati omicidi: chiesto il processo per 69 indagati

La Dda di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio per 69 indagati coinvolti in un’inchiesta sul clan Misceo, attivo principalmente nel comune barese di Noicattaro e il cui capo, Giuseppe Misceo, avrebbe continuato a controllare impartendo ordini dal carcere con il cellulare.

L’udienza preliminare è stata fissata per il prossimo 20 ottobre davanti alla gip Ilaria Casu. L’inchiesta, coordinata dai pm Fabio Buquicchio e Daniela Chimienti, portò lo scorso aprile all’arresto di 22 persone Il clan, come emerso, avrebbe operato anche nei vicini comuni di Triggiano, Gioia del Colle e anche Bari.

Le indagini – l’operazione fu denominata ‘Noja’ – sono state condotte dal nucleo Gico della guardia di finanza e dai carabinieri, che eseguirono quattro arresti per un duplice tentato omicidio commesso a Noicattaro nel 2021.

Un agguato, come è stato ricostruito dalle indagini, che si inserisce nelle frizioni tra il clan Misceo e il clan rivale Annoscia per il controllo dello spaccio sul comune di Noicattaro.

Nell’inchiesta è contestato anche un altro tentato omicidio nei confronti di un esponente del clan Di Cosola. Ai 69 indagati sono contestati a vario titolo i reati di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, tentato omicidio, porto e detenzione di armi, detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti, resistenza a pubblico ufficiale, trasferimento fraudolento di beni e utilizzo di cellulari da parte di detenuti.

Come persone offese ci sono i ministeri dell’Interno e della Giustizia, il Comune di Noicattaro e le tre vittime dei due tentati omicidi: due di loro sono anche imputati.

False fatture a Bari, frode da 10 milioni di euro: 29 a processo. Tra loro imprenditori e un direttore di banca – NOMI

Una frode fiscale da 10 milioni di euro organizzata da alcuni imprenditori con la complicità del direttore di una banca e di un dipendente di un ufficio postale. Sul caso è stata aperta un’inchiesta, sono 29 gli imputati per i quali à stato richiesto il rinvio a giudizio dopo le indagini della Guardia di Finanza.

Le accuse a vario titolo sono di associazione per delinquere (per 10 persone), emissione di fatture false e riciclaggio, per quanto riguarda il primo filone. Tutto ruota attorno all’emissione di 1.250 fatture per operazioni inesistenti a carico di 165 operatori economici per un importo di oltre 10 milioni dal 2018 al 2023. Gli imprenditori avrebbero così intascato il 22% dell’Iva su operazioni mai poste in essere.

A capo del presunto gruppo criminale ci sarebbero Francesco Porcelli e Luigi Biagio D’Armento, coadiuvati da Nicola Garofalo ed Enrico Danese, Gaetano Finestrone, Antonello Savino, Stefania Porcelli (moglie di Danese), Roberto Nupieri (finanziere in servizio a Bari), Pasquale Ceglie (dipendente di Poste italiane), Renato Argenson Starace (direttore di una filiale MpS), Nicola Garofalo, Francesco Porcelli, Tommaso Cortese, Alessio Garofalo, Mauro Messere, Michele Pascazio, Nicola Ritella, Fabrizio Schiavone (tutti e sei destinatari di assegni da versare sui propri conti correnti), Michele Danese, Giuseppe Danese (anch’essi destinatari di assegni), Gaetana Pascazio, Michele Pastoressa (moglie e cognato di Porcelli), Michele Terrone, Andrea Celano, Arcangelo Mattia. A riportarlo è la Repubblica.

Tra le imprese che avrebbero ricevuto fatture per operazioni inesistenti c’è anche la Emiliano srl di Alessandro e Simonetta Emiliano, fratelli del governatore pugliese Michele, che non sono imputati.

Titoli falsi per il bando di Aeroporti di Puglia, chiuse le indagini: Fiorella a rischio processo per falso e truffa

La Procura di Bari ha chiuso le indagini su Carmela Fiorella, moglie del consigliere regionale Filippo Caracciolo, e sulla laurea falsa presentata in occasione del concorso (poi vinto) per il posto di dirigente delle risorse umane di Aeroporti di Puglia.

Sono contestate tre ipotesi di reato e di due truffa nei confronti di AdP e di Acquedotto Pugliese. Secondo l’accusa Fiorella avrebbe falsificato la laurea in Scienze delle amministrazioni, rilasciata dall’Università di Bari nel settembre 2012, trasformandola in una laurea in Economia necessaria per partecipare al concorso presso Aeroporti di Puglia.

È stata la stessa società aeroportuale, dopo che la Gazzetta del Mezzogiorno ha svelato la falsità del diploma di laurea, a presentare denuncia in Procura. Fiorella si era poi dimessa dall’incarico e, in una nota, aveva chiesto scusa assumendosi “pubblicamente tutte le responsabilità di quanto è accaduto”.

Taranto, insulti e minacce agli alunni in classe: professoressa di scuola media finisce a processo

Una professoressa di scuola media di Taranto è a processo con l’accusa di maltrattamenti. Tutto è partito dalla denuncia presentata dalla famiglia di una studentessa, ma non si tratterebbe di un caso isolato.

“Chi ti credi essere?”, “Sei una pappagalla”, alcune delle frasi rivolte dalla prof ai suoi alunni. Ma non solo. Secondo quanto è riportato nelle carte, gli studenti sarebbero anche stati minacciati. La docente avrebbe usato anche “turpiloquio per comunicare con gli alunni, ovvero frasi minatorie quali: Adesso vi faccio vedere io la stronza che sono”.

Si sarebbe così instaurato un clima di paura e intimidatorio tanto da indurre gli studenti in uno stato d’ansia costante. La 61enne avrebbe costretto anche altri alunni a interrogazioni ad occhi chiusi, con soli tre secondi per rispondere. Nessuno ha denunciato prima per paura fino alla denuncia della prima famiglia. Ora l’insegnante è rinviata a giudizio e la sua posizione è al vaglio del tribunale di Taranto.

Bari, paziente muore dopo 6 ore di attesa alla Mater Dei: un medico condannato. Altri due a processo – NOMI

Due medici della clinica Mater Dei Hospital, Roberto Moramarco e Sante Schiraldi, sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di omicidio colposo. Secondo quanto sostenuto dall’accusa, i due nel 2021 avrebbero causato la morte del 55enne Giuseppe Pupilla, paziente colpito da una grave patologia, ritardando il trasferimento in reparto, avvenuto 6 ore dopo, e tutte le urgenti cure che gli avrebbero potuto salvare la vita.

Il processo prenderà il via il 14 ottobre, Schiraldi risponde anche di falso. Assolto invece il primario della cardiologia Vincenzo Pestrichella “per non aver commesso il fatto”.

Si è celebrato anche il processo in abbreviato nei confronti del dottor Giuseppe Grandinetti, condannato per falso a 8 mesi di reclusione (pena sospesa) e al risarcimento danni alla famiglia della vittima. A riportarlo è La Gazzetta del Mezzogiorno. 

Bari, Emiliano a processo per diffamazione all’ex consigliere Cipriani: condannato a multa e risarcimento

Il Tribunale di Bari ha condannato per diffamazione il governatore pugliese, Michele Emiliano, a pagare una multa di 1.500 euro e a risarcire i danni per 25mila euro all’ex consigliere comunale Luigi Cipriani, parte offesa. La pena è sospesa.

Il pm aveva chiesto una multa di 2mila euro, Cipriani 30mila euro di danni. A Emiliano erano contestate le frasi pronunciate il 13 settembre 2018 durante una trasmissione tv.

Commentando il comizio tenuto dall’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, davanti al circolo di Cipriani, avrebbe insinuato “l’esistenza di un legame tra Cipriani, il suo movimento politico e la criminalità organizzata”.

Inizio lockdown e emergenza Covid, rivolta nel carcere di Bari: 74 detenuti a processo

Avrebbero rotto vetri e oggetti in legno e acciaio delle celle, danneggiato le serrature dei blindi delle stanze e le videocamere di sorveglianza, di fatto dando vita a una rivolta nel carcere di Bari durata circa tre ore.

Per questo, in 74 sono stati rinviati a giudizio per danneggiamento aggravato e interruzione di pubblico servizio, in relazione ai disordini avvenuti nella casa circondariale barese il 9 marzo 2020, data di inizio del lockdown per l’epidemia da Covid-19 deciso dal governo di Giuseppe Conte.

Il processo nei loro confronti inizierà a Bari il prossimo 16 dicembre. I detenuti – molti dei quali poi trasferiti in altre carceri – inscenarono una rivolta nella prima e nella seconda sezione che costrinse gli agenti della penitenziaria a contenerla cercando, per quanto possibile, di limitare i danni.

Quel giorno i parenti di alcuni detenuti manifestarono all’esterno del carcere con striscioni, cori e tamburi chiedendo la liberazione dei propri parenti a causa dell’emergenza sanitaria in corso.

Bari, Emiliano a processo per diffamazione all’ex consigliere Cipriani: la difesa chiede il trasferimento a Lecce

Il processo in cui il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, è imputato per diffamazione nei confronti dell’ex consigliere comunale Luigi Cipriani, si sarebbe dovuto svolgere a Lecce e non a Bari. E questo perché Emiliano è ancora in magistratura, anche se in aspettativa, in servizio come ultima sede proprio a Bari.

È quanto segnalato oggi in udienza dall’avvocato di Emiliano, Gaetano Sassanelli. Emiliano, ha spiegato l’avvocato, “continua a essere soggetto a procedimenti disciplinari” in qualità di magistrato (l’ultimo nel 2021, un’annotazione legata al suo coinvolgimento nell’inchiesta di Torino sul finanziamento illecito, accusa dalla quale Emiliano è stato assolto), e “partecipa alle votazioni del Csm”. Per questo, per l’avvocato, il Tribunale competente per giudicare è quello di Lecce. La Procura ha chiesto il rigetto della richiesta definendola “pretestuosa e tardiva”, e anche la parte civile (avvocato Roberto Eustachio Sisto) ha sostenuto come la questione andasse posta in precedenza.

Il giudice, Mario Mastromatteo, ha acquisito la documentazione presentata dalla difesa – tra cui alcune sentenze della Cassazione – e rinviato al 12 giugno per la decisione. Oggi, da programma, era prevista la sentenza.  Nei confronti di Emiliano la Procura ha chiesto la condanna al pagamento di una multa da 2mila euro, la parte civile aveva invece chiesto un risarcimento da 30mila euro.

Secondo l’accusa Emiliano, nel corso di una trasmissione televisiva in onda su Rete 4 il 13 settembre 2018, commentando la visita dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, a Bari proprio quel giorno, avrebbe diffamato Cipriani, “insinuando negli spettatori l’esistenza di un legame tra Cipriani, il suo movimento politico e la criminalità organizzata”.