Bari, minacciano professoressa a scuola. Genitori a processo: “Non permetterti più di mettere 5 a nostra figlia”

“Non capisci niente, fai un altro mestiere”. Queste le frasi proferite ad una professoressa, durante un colloquio a scuola, da una coppia barese di genitori di una studentessa di un istituto tecnico statale, finita a processo con l’accusa di minacce e oltraggio a pubblico ufficiale.

L’episodio risale a novembre 2018. I genitori, di 57 e 54 anni, avrebbero anche minacciato la docente che si è lamentata del rendimento scolastica dell’alunna. “Non si deve permettere più di mettere 5 a mia figlia… non finisce qui, avrete problemi in futuro”, le loro parole. Nei prossimi giorni la decisione sull’esito del processo.

Bari, lavorano in ospedale ma non sono iscritti all’albo professionale: a processo 54 tecnici dell’Asl

Sono diversi gli infermieri e i tecnici dell’Asl Bari (tra loro tecnici di radiologia, riabilitazione, fisioterapisti, veterinari e audiometristi), residenti nel Barese, finiti a processo con l’accusa di esercizio abusivo della professione per non essersi iscritti all’albo professionale. In totale gli indagati sono 54.

Secondo l’accusa i professionisti, regolarmente abilitati, avrebbero omesso di iscriversi all’apposito albo professionale, introdotto dalla legge soltanto nel 2018. La Procura inizialmente aveva chiesto l’archiviazione, ma poi è stata disposta l’imputazione coatta, ritenendo che gli infermieri dovessero essere consapevoli degli obblighi previsti dalla legge. Il processo partirà per tutti il prossimo 12 maggio.

Lupo ucciso nel Leccese, cacciatore a processo. LNDC si costituisce parte civile: “Gesto crudele e intollerabile”

LNDC Animal Protection annuncia che si costituirà parte civile nel processo a carico dell’autore della brutale uccisione di un lupo a Castiglione Andrano, in provincia di Lecce, all’inizio di ottobre scorso e per la quale aveva già sporto denuncia contro ignoti appena appreso il fatto.

L’uomo, un cacciatore, è stato incastrato grazie a un automobilista che passando in quella zona aveva notato l’animale a terra, pubblicando poi in rete la foto della scena: da qui erano successivamente partite le indagini dei Carabinieri forestali di Tricase. Nonostante il corpo fosse stato rimosso dal cacciatore, sono state sufficienti le tracce di pelo e sangue rimaste sul terreno per capire che si trattava di un lupo e, con l’avanzamento delle ricerche, è stato possibile poco dopo risalire anche all’autore del gesto, ora sottoposto a indagine e rinviato a giudizio.

“Un gesto di crudeltà gratuita e intollerabile per il quale speriamo ci possa essere una condanna esemplare”, ha affermato Piera Rosati, presidente di LNDC Animal Protection: “La violenza contro gli animali è un sintomo di una società che ha perso il rispetto per l’altro, che sia animale o umano. Faremo tutto ciò che è in nostro potere perché questa persona abbia una pena congrua ai reati commessi. Ci stiamo battendo, anche in sede Europea con un ricorso tuttora pendente davanti al Tribunale dell’Unione Europea e già pubblicato nella gazzetta Ufficiale, perché sia annullato il declassamento del lupo per insussistenza di dati scientifici”.

LNDC Animal Protection, infatti, si batte da numerosi anni e in diverse sedi in difesa del lupo, sostenendo con fermezza come le scelte politiche debbano essere basate su dati scientifici e non sugli interessi economici a breve termine di alcuni settori, che rappresentano una minoranza della cittadinanza. L’associazione ha sottolineato più volte come le misure di protezione verso i lupi dovrebbero essere potenziate e non ridotte come invece accade, facendo pressione perché si attuino politiche di gestione che bilancino le esigenze degli agricoltori con la necessità di preservare la fauna selvatica.

Anche l’associazione animalista OIPA ha partecipato come parte civile nel processo penale, instauratosi proprio grazie all’opposizione dell’associazione alla iniziale richiesta di archiviazione presentata dal Pubblico Ministero. L’associazione esprime soddisfazione per questa sentenza, che certamente non potrà restituire la vita al povero cane coinvolto, ma è un riconoscimento importante della drammaticità della situazione.

“La detenzione di un cane sul balcone, o comunque in condizioni non naturali, può comportare episodi gravi come quello che si è verificato in questo caso, tanto da causare una caduta del disperato cane dal terzo piano dell’abitazione. Ancora una volta la giurisprudenza riconosce condotte illecite di questo tipo. L’OIPA continuerà a battersi in prima linea per far riconoscere anche in sede giudiziaria la tutela legale agli animali come esseri senzienti”, le parole dell’Avv. Claudia Taccani, responsabile Ufficio Legale OIPA Italia.

 

Green pass falsi per lavorare durante il periodo Covid, in 69 a processo: tra loro un funzionario dell’Asl Bari

Sono 69 le persone a processo con l’accusa avario titolo di traffico di documenti falsi, concorso in reato e associazione a delinquere per aver falsificato i Green Pass durante il periodo Covid per continuare a lavorare pur non avendo ricevuto la dose del vaccino.

Al centro della vicenda c’è un funzionario dell’Asl Bari. L’inchiesta è nata dalla denuncia presentata da un’infermiera in servizio all’ospedale di Grumo.

L’operatrice sanitaria ha consultato il sistema informatico regionale e ha scoperto che due suoi colleghi, apertamente contrari alla vaccinazione con tanto di post anche sui social, erano vaccinati. Ma non solo perché sul sistema risultava come la somministrazione, effettuata nell’hub di Bari, era attribuita proprio a lei.

Dopo diverse segnalazioni presentate all’Asl ma andate a vuoto, la donna ha deciso di presentare denuncia ai Carabinieri, dando così via alle indagini. E dietro è emerso un sistema più ampio.

Abiti provocanti e pedinamenti, parrocchiana perseguita sacerdote: 52enne finisce a processo

Una donna di 52 anni, accusata di stalking nei confronti di un sacerdote, è finita a processo. Ad agosto era stata già raggiunta da un divieto di avvicinamento al prete e da quel momento indossa un braccialetto elettronico. La storia arriva dal Salento, nel comprensorio tra Casarano e Gallipoli.

Una vera e propria ossessione quella sviluppata dalla parrocchiana nei confronti del prete più giovane di lei. Figura fissa durante le sue celebrazioni, la 52enne si è resa protagonista di diversi episodi in due anni.

Dagli abiti provocanti indossati mentre sedeva ogni domenica in chiesa al primo bianco fino a gesti plateali per cercare il contatto con il prete, come afferrargli le mani al momento dell’Eucarestia.

La donna lo avrebbe anche pedinato più volte a piedi o in auto. Il tutto è andato avanti nonostante un provvedimento di ammonimento a marzo scorso. A dicembre 2024, dopo averlo seguito, ha tentato anche di investirlo con l’auto. Il 13 aprile scorso, giorno della Domenica delle Palme, ha raggiunto il sacerdote sul sagrato per cercare di raggiungerlo tra la folla.

Il processo prenderà il via a febbraio 2026, il legale della parrocchiana stalker ha chiesto il rito abbreviato e la vicenda è destinata a chiudersi in tempi brevi.

Bari, infermieri “abusivi” per anni: in 14 a processo. Tra loro il presidente del Consiglio comunale di Putignano

Sono 15 gli infermieri baresi accusati di esercizio abusivo della professione per la mancata iscrizione all’Ordine professionale. Uno di loro ha chiesto la messa alla prova, il secondo il rito abbreviato, mentre gli altri 13 sono stati rinviati a giudizio. Il processo prenderà il via il 6 febbraio 2026.

Secondo quanto accertato dai Nas e dalle indagini, sono emerse alcune irregolarità incrociando i dati degli infermieri assunti nelle strutture pubbliche con quelli degli elenchi degli Ordini.

Va precisato che l’iscrizione è diventata obbligatoria nel 2016, ma in tanti non si sono messi in regola. Tra gli imputati c’è anche Saverio Campanella, 63enne e presidente del Consiglio comunale di Putignano. È stato assunto in ospedale nel 1980 e si è iscritto all’albo solo a febbraio 2022. I 15 imputati, tutti baresi, sono in servizio in strutture sanitarie pubbliche dell’area metropolitana.

Circolo PD escluso come parte civile nel processo Maurodinoia: “Il Partito di Bari e pugliese è rimasto inerme”

“Il GIP di Bari non ha accolto la richiesta del Circolo universitario di essere ammesso come parte lesa nel processo contro Anita Maurodinoia, imputata per voto di scambio. Il Giudice ha ritenuto che la dichiarazione fosse viziata da una mancanza di legittimazione in presenza di strutture superiori di organizzazione interna che avrebbero potuti intervenire nel giudizio. Qunidi non sono state ritenute immotivate le ragioni giustificatrici della nostra dichiarazione di costituzione”.

Inizia così il comunicato del Circolo Universitario del Pd. “Prendiamo atto di quanto stabilito dal GIP, che complessivamente conferma il diritto del Partito Democratico a combattere il malaffare e la delinquenza organizzata, soprattutto quando si insinua – come pare in questo caso – nelle file del nostro partito, usato – come ha detto la Segretaria Elly Schlein in merito a questa vicenda – come ‘un taxi per assecondare ambizioni personali senza farsi alcuno scrupolo’ – si legge nella nota -. Già in occasione del primo processo (Codice Interno) il Circolo Universitario chiese esplicitamente e formalmente al Partito Democratico della città di Bari di costituirsi come parte lesa. L’Assemblea cittadina di Bari non fu in grado di assumere alcuna decisione formale per ripetute mancanze del numero legale”.

“A distanza di un anno, la magistratura ha trovato nuovi solidi elementi per confermare le accuse e chiedere l’avvio di questa nuova fase dibattimentale – denunciano-. Ora, per questo secondo troncone che coinvolge direttamente anche chi fu nostra rappresentante in Regione, i massimi Organi reginali avrebbero avuto il tempo per discutere e deliberare sulla costituzione del PD come parte lesa. Ma questo non è avvenuto”.

“Il PD regionale e provinciale è rimasto inerte e il Circolo e stato lasciato solo nell’impegno contro chi – direttamente o indirettamente – lede il buon nome del Partito e viola il suo Codice Etico. Il Circolo valuterà attentamente tutto questo e ne trarrà le necessarie conseguenze”, conclude.

Maglie, 14enne violentata in stazione: 15enne a processo. Assolto il fidanzatino chiuso in bagno: “Non fu complice”

Svolta inattesa nell’inchiesta sullo stupro ai danni di una 14enne nel bagno della stazione ferroviaria di Maglie avvenuto il 28 luglio 2024. La posizione del fidanzatino della vittima, che si è appartato nel bagno confinante mentre la ragazza veniva violentata dal suo amico, è stata archiviata. Non è stato infatti ritenuto complice.

Il 15enne, presunto violentatore, invece comparirà davanti al giudice il 19 marzo prossimo con l’accusa di violenza sessuale aggravata. Il fidanzatino rimase in bagno nonostante le urla della ragazza e la richiesta esplicita di fermare la violenza.

Dalle indagini è emerso che tramite messaggi, sempre quel giorno, il giovane aveva proposto “una cosa a tre” alla ragazza. “Non è possibile sostenere con un elevato grado di probabilità che il fidanzato (indagato a piede libero) si fosse accordato con l’amico affinché quest’ultimo consumasse un rapporto sessuale con la compagna anche contro la volontà di quest’ultima – si legge nell’ordinanza della gip Lucia Raboni con cui il violentatore finì in una comunità a marzo, misura revocata tempo dopo – né il suo voler rimanere a sentire legittima tale conclusione potendo invece essere solo modalità di voyeurismo uditivo il modo in cui si sarebbe esplicitata la cosa a tre a cui la ragazzina aveva prestato il consenso. Peraltro lo stesso veniva allontanato dall’amico – lui sì intenzionato ad avere un rapporto completo ad ogni costo”.

Usura, Martiradonna a processo. Gianni Ciardo in aula: “Chiesi un prestito a lui ma interessi mai pagati”

“In un periodo per me un po’ critico chiesi in prestito a Vito Martiradonna 6mila euro, che poi gli ho riconsegnato. Non gli ho dato 600 euro in più, forse li avevamo stabiliti come garanzia, ma non glieli ho mai dati e lui non me li ha mai chiesti”.

Lo ha detto davanti ai giudici del Tribunale di Bari l’attore barese Giovanni ‘Gianni Ciardo, ascoltato ieri come testimone in un processo per truffa, contraffazione, ricettazione e usura in cui è parte offesa. Per la Procura di Bari, nel 2016 avrebbe ricevuto un prestito di 6mila euro dal pluripregiudicato Vito Martiradonna, che avrebbe ottenuto indietro dall’attore 6600 euro, “pari a un interesse del 20% su base annua”, come si legge nel capo di imputazione. Per questo, Ciardo è considerato vittima di usura.

L’attore ha sostenuto di non aver consegnato più denaro di quanto gli era stato prestato, ma di aver dato quattro assegni da 1650 euro (per un totale di 6600) che Martiradonna non avrebbe però mai incassato: “Ho avuto 6mila euro e ho dato 6mila euro», ha ribadito in aula. Lui e Martiradonna, ha spiegato, si conoscevano da molto tempo (“quaranta anni”) e frequentavano «lo stesso barbiere”.

Un giorno, ha detto Ciardo, si trovarono a parlare dei problemi economici dell’attore e fu Martiradonna a chiedergli se avesse bisogno di un prestito. I soldi, poi, sarebbero stati restituiti in quattro rate da 1650 euro l’una, per cui la Procura ritiene che Martiradonna abbia ricevuto 600 euro in più rispetto alla cifra prestata. I fatti contestati risalgono ai mesi tra luglio e dicembre 2016.

Dopo quella vicenda, i due non si sarebbero più incontrati: “L’ho visto per l’ultima volta quando andai in carcere per fare uno spettacolo su Dante”, ha detto. Martiradonna era detenuto.

Nel processo, oltre Martiradonna (che risponde di truffa, contraffazione e usura) sono imputati anche il 29enne Vittorio Russo, a cui è contestata la ricettazione di un orologio Rolex, e il 41enne Francois Monteleone, che risponde di truffa e contraffazione. L’udienza è stata rinviata al 5 febbraio.

Protesta dei disabili alla Regione, Emiliano ascoltato in aula: “Chi manifestò non fece violenze né danneggiamenti”

“La Regione non si è mai lamentata della manifestazione, l’immobile è pubblico. La loro presenza non ha assolutamente rallentato le attività della Regione. Non ero irritato per aver subito un oltraggio, eravamo in difficoltà perché gestire la presenza di qualunque persona dentro gli uffici, durante la notte, era complicato”.

Lo ha detto il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ascoltato oggi in Tribunale a Bari come testimone del processo in cui in sette sono imputati per interruzione di pubblico servizio e invasione di edificio relativamente alla manifestazione ‘Stop alle barriere’, avvenuta all’interno e all’esterno del palazzo della presidenza della Regione Puglia – ininterrottamente – tra il 13 e il 16 luglio 2021.

La manifestazione fu organizzata da persone disabili che reclamavano “la modifica dei piani assistenziali, il diritto all’assistenza infermieristica e l’erogazione degli assegni di cura”, e avevano manifestato per “illustrare ai delegati regionali le modifiche da apportare ai provvedimenti locali in materia di assistenza alle persone diversamente abili”, come si legge nel capo di imputazione.

I sette manifestanti furono raggiunti da un decreto penale di condanna contenente una multa a 9425 euro e, dopo essersi opposti al decreto, sono finiti a giudizio in Tribunale. C’era – ha detto Emiliano – una “particolare irremovibilità del direttore amministrativo della Asl di Bari su come acquistare i presìdi”, soprattutto le sedie a rotelle, ma “io come presidente della Regione non posso dire come effettuare gli acquisti”. “La Asl formalmente aveva ragione, ma io ritenevo avessero ragione anche i manifestanti”. I manifestanti lasciarono la presidenza solo alle 18 del 16 luglio, dopo aver raggiunto un accordo.