Protesta dei disabili alla Regione, Emiliano ascoltato in aula: “Chi manifestò non fece violenze né danneggiamenti”

“La Regione non si è mai lamentata della manifestazione, l’immobile è pubblico. La loro presenza non ha assolutamente rallentato le attività della Regione. Non ero irritato per aver subito un oltraggio, eravamo in difficoltà perché gestire la presenza di qualunque persona dentro gli uffici, durante la notte, era complicato”.

Lo ha detto il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ascoltato oggi in Tribunale a Bari come testimone del processo in cui in sette sono imputati per interruzione di pubblico servizio e invasione di edificio relativamente alla manifestazione ‘Stop alle barriere’, avvenuta all’interno e all’esterno del palazzo della presidenza della Regione Puglia – ininterrottamente – tra il 13 e il 16 luglio 2021.

La manifestazione fu organizzata da persone disabili che reclamavano “la modifica dei piani assistenziali, il diritto all’assistenza infermieristica e l’erogazione degli assegni di cura”, e avevano manifestato per “illustrare ai delegati regionali le modifiche da apportare ai provvedimenti locali in materia di assistenza alle persone diversamente abili”, come si legge nel capo di imputazione.

I sette manifestanti furono raggiunti da un decreto penale di condanna contenente una multa a 9425 euro e, dopo essersi opposti al decreto, sono finiti a giudizio in Tribunale. C’era – ha detto Emiliano – una “particolare irremovibilità del direttore amministrativo della Asl di Bari su come acquistare i presìdi”, soprattutto le sedie a rotelle, ma “io come presidente della Regione non posso dire come effettuare gli acquisti”. “La Asl formalmente aveva ragione, ma io ritenevo avessero ragione anche i manifestanti”. I manifestanti lasciarono la presidenza solo alle 18 del 16 luglio, dopo aver raggiunto un accordo.

Bari, sgombero dell’ex Socrate occupato. Don Angelo Cassano in aula: “Non si poteva lasciare al freddo la gente”

Don Angelo Cassano, oggi parroco della chiesa di San Carlo al quartiere Libertà e referente regionale di Libera contro le mafie, è stato ascoltato come testimone della difesa nel processo in cui sono imputate 30 persone dopo la protesta contro lo sgombero dell’ex liceo Socrate di via Fanelli avvenuto il 22 dicembre 2020 in seguito ad un incendio.

La struttura negli anni si era trasformata in un rifugio per migranti, alla sbarra ci sono trenta persone, accusate di manifestazione non autorizzata e due di loro anche di resistenza a pubblico ufficiale. Don Angelo Cassano, ai tempi parroco di San Sabino, si recò sul posto in qualità di punto di riferimento di diverse associazioni che si occupavano di assistenza ai migranti.

“Sono arrivato nel primo pomeriggio e, siccome si era parlato di incendio, chiesi agli assessori Giuseppe Galasso e Francesca Bottalico di fare una visita nella struttura per capire qual era l’entità del rogo – le sue parole -. Arrivando, mi permetto di dire che l’incendio non aveva questa entità così grave, perché era in un sottoscala dove c’erano dei borsoni, delle cose degli abitanti che erano andate a fuoco, avevano fatto molto fumo”.

Don Angelo richiese l’intervento sul posto dell’allora sindaco Antonio Decaro “perché non si poteva lasciare al freddo la gente in pieno Covid”. La presenza di persone all’interno dell’ex scuola “non era illegittima perché si stava ragionando su una possibilità di far sì che quel luogo diventasse un’abitazione per chi ci stava, non un luogo occupato ma dove la gente viveva, c’era un po’ di tensione ma io onestamente non ho visto difficoltà”.

 

 

Uccide l’ex compagna a coltellate nel centro di Foggia, è caccia al killer. Un testimone: “Sentito urlo disumano”

È ricercato dalla scorsa notte l’ex compagno della donna di 46 anni uccisa attorno all’una a coltellate dinanzi alla sua abitazione nel centro storico di Foggia.

Sembra che l’uomo, anche lui marocchino come la vittima, dopo essere stato denunciato dall’ex compagna fosse sottoposto a misure a tutela della donna, come il divieto di avvicinamento. Non avrebbe una dimora fissa.

Non è ancora chiara la dinamica dell’aggressione, ma sembra che la donna sia stata aggredita per strada dall’uomo che poi è scappato. A quanto si apprende, la vittima, accortasi della presenza del suo ex compagno, sarebbe riuscita a telefonare alle forze di polizia che però sono arrivate quando l’aggressione mortale si era già consumata.

“Ho avvertito un urlo disumano. Poi le grida di un’altra donna accorsa fuori. Qualche minuto dopo sono giunti sul posto la polizia e i sanitari del 118. Ma per la marocchina non c’era nulla da fare”, racconta un residente della zona.

La strage dei ciclisti di Andria a Terlizzi, 30enne di Ruvo indagato per omicidio: “L’auto andava a 150 all’ora”

“Ci ha sfiorato, poi è rientrato e li ha presi in pieno. Andava a velocità sostenuta, probabilmente oltre 150 all’ora. Sono volati in aria. Noi siamo vivi solo perché eravamo più indietro”.

Questo è il racconto di uno dei sopravvissuti alla strage di ieri consumata sulla provinciale 231 a Terlizzi dove hanno perso la vita i ciclisti Antonio Porro (70 anni), Sandro Abruzzese (30 anni) e Vincenzo Mantovani (50 anni).

I tre, tutti andriesi del gruppo sportivo Avis di Andria, sono stati travolti da una Lancia Delta nera guidata da un 30enne di Ruvo. Il gruppo era composto da 5 ciclisti, i due in coda sono stati solo sfiorati, mentre i tre davanti colpiti in pieno e morti sul colpo.

L’automobilista è sceso dall’auto (schiantata sullo spartitraffico centrale della provinciale) dopo l’impatto e ha chiamato i soccorsi, prima di buttarsi disperato sull’asfalto, disperato.  È rimasto ferito ed è stato trasportato al Policlinico di Bari in stato di choc, ora risulta indagato per omicidio stradale plurimo.

Le indagini dei carabinieri sono coordinate dalla Procura di Trani, dalle prime ricostruzioni l’auto andava a 150 chilometri all’ora quando il limite è di 90.  È stato sequestrato il suo telefonino, così come i mezzi coinvolti nel tragico schianto.  Si attende l’esito dei test su droga e alcol eseguiti sul 30enne.

La violenza dell’impatto è impressa nelle condizioni delle tre bici. Una ruota posteriore piegata in due, l’altra spezzata a metà, mentre una delle tre bici è volata oltre il guardrail fino al margine esterno della carreggiata complanare. 

I tre ciclisti, dopo un volo di diversi metri, sono caduti sanguinanti e immobili sull’asfalto. Quando i soccorritori del 118 sono arrivati sul posto per i tre non c’era più nulla da fare. I tre sono morti sul colpo. La Procura di Trani ha disposto le autopsie, l’incarico sarà conferito domani e, con ogni probabilità, a eseguire gli accertamenti autoptici sarà il professor Francesco Introna.

Ostuni, 36enne travolta e uccisa di notte sulla provinciale. Una testimone: “Era lucida poi è tornata in clinica”

“Povera Carmela. Noi (io e il mio amico) l’abbiamo incontrata intorno alle 23 sulla strada per entrare ad Ostuni. Le avevano dato farmaci la mattina, pomeriggio e sera. Così ci aveva detto. Con noi era lucida, parlava, tranquilla. Mangiato (le abbiamo offerto una pizza) , bevuto, mi ha offerto una sigaretta. Voleva regalarmi un vestito. Ha conversato con la gente. Mi ha dato il numero del marito per una telefonata, non aveva nemmeno il cellulare. Marito che stava a 3 ore di distanza e non poteva passare su Ostuni”.

Inizia così il racconto sui social di una delle ultime persone che ha visto Carmela, la 36enne investita da un’auto e morta lungo la strada provinciale Ostuni-Villanova, nel Brindisino. La vittima era in cura in una struttura a pochi metri da dove si è verificato l’incidente, camminava a piedi al centro della carreggiata ed è stata travolta da un’auto guidata da un giovane che si è subito fermato a prestare soccorso.

“Il marito ha chiesto di chiamare la polizia in quanto in una clinica precedente era stata aggredita dal personale, tra l’altro lei era scappata dalla clinica per colluttazione (aveva un segno sul volto riconducibile) e aveva paura, non voleva farmaci – si legge nel post -. Aveva asserito che i farmaci peggioravano la sua situazione e voleva solo tornare dal marito e dalla figlia (marito che ha raccontato telefonicamente di aver alzato la voce con dei medici e di essere stato minacciato) e smetterla con ricovero e sostanze.

“La polizia (e lei era tranquilla) l’ha portata in clinica – conclude -. È morta quando è riscappata. Secondo il marito è stata bombata di farmaci nuovamente. E quindi era in stato confusionale. Carmela voleva vivere”.

Omicidio Di Giacomo a Poggiofranco, il racconto del testimone oculare: “Li ho visti litigare e poi ho sentito gli spari”

“Ho visto due uomini litigare, in un primo momento pensavo fosse uno scherzo. Sono andato via e poi mi sono girato quando ho sentito gli spari”. Questo è il racconto in aula dell’unico testimone oculare dell’omicidio di Mauro Di Giacomo, il fisioterapista ucciso a Poggiofranco sotto la sua abitazione a colpi di pistola la sera del 18 dicembre 2023. A sparargli Salvatore Vassalli, carpentiere di Canosa.

Il testimone, all’epoca dei fatti minorenne, stava parcheggiando il suo scooter. “Ho visto un uomo sdraiato a terra, un altro su di lui che lo colpiva non so con che cosa. Non aveva la pistola in mano. Poi è scappato e ha raggiunto la macchina correndo”, ha poi aggiunto il 18enne.

La prossima udienza è fissata il 13 maggio quando sarà ascoltato Vassalli a cui sono contestate le aggravanti della crudeltà, della premeditazione, della minorata difesa della vittima e dei futili motivi.

Vassalli avrebbe nutrito un forte rancore nei confronti di Di Giacomo per una causa civile che sua figlia, negli anni precedenti, aveva intentato contro il fisioterapista, accusato di averle procurato delle lesioni permanenti dopo una manipolazione. La vittima fu aggredita poco dopo aver parcheggiato l’auto. Dopo aver esploso i colpi, Vassalli avrebbe infierito sul corpo del fisioterapista colpendolo per quattro volte alla testa.

Omicidio Di Giacomo a Poggiofranco, un testimone in aula: “Il corpo in una pozza di sangue si vedeva respirare”

“Stavo fumando sul balcone, al quinto piano, verso le 20. Ho visto due persone, li vedevo toccarsi come se si stessero salutando, nulla mi lasciava pensare che stessero discutendo. A un certo punto iniziai a sentire “Aiuto, aiutatemi” e guardai meglio. Sentii degli scoppiettii, mi sembravano piccoli petardi, era periodo di Natale. Vidi una piccola fiammata, gridai quando vidi che uno dei due cadde a terra e poi si avvicinò verso la testa» della persona rimasta a terra. Le parole, riferite oggi nell’aula della Corte d’Assise di Bari, sono di uno dei testimoni oculari dell’omicidio di Mauro Di Giacomo, il fisioterapista ucciso a Bari la sera del 18 dicembre 2023. Per l’omicidio è imputato il 59enne operaio di Canosa di Puglia (Barletta-Andria-Trani) Salvatore Vassalli, a cui sono contestate anche le aggravanti della premeditazione, della crudeltà, della minorata difesa della vittima e dei futili motivi.

«La persona che aveva sparato – ha continuato il testimone – si avvicinò verso la testa (di Di Giacomo, ndr) e alzò due volte le mani, mi lasciava pensare che stesse colpendo. Urlai ‘cosa stai facendo?’ e lui si avvicinò a una macchina parcheggiata lì con lo sportello aperto e se ne andò». Altri tre testimoni ascoltati (due ragazzi e una signora che tornavano a casa in via Tauro, dove è avvenuto l’omicidio) hanno riferito di aver sentito dei «botti» e di aver inizialmente pensato si trattasse di petardi. «Ho visto il corpo di questa persona in una pozza di sangue. Era vivo, si vedeva respirare. C’erano delle buste della spesa a terra», ha detto un’altra testimone, che ha aggiunto di aver visto una persona «vestita di scuro entrare in macchina e andare via».

Ad inizio udienza, il presidente Sergio Di Paola ha concesso a una trasmissione Rai di riprendere il dibattimento per “l’interesse sociale particolarmente rilevante» in ragione “della professione sanitaria della vittima», anche alla luce delle «frequenti notizie su episodi minatori nei confronti di chi esercita una professioni sanitarie». Il processo riprenderà nella prossima udienza del 14 gennaio.

Omicidio Lopez a Molfetta, una testimone: “Non si vive bene abbiamo tutti paura. Devi stare attento a chi c’è”

“Ero in fondo alla pista, stavo ballando. Poi ho sentito degli spari. Pensavo fossero fuochi d’artificio. La gente ha iniziato a correre. C’erano persone che avevano macchie di sangue addosso”. Inizia così il racconto di una ragazza che si trovava al lido Bahia Beach di Molfetta nella notte tra sabato e domenica quando la 19enne Antonella Lopez è stata uccisa per errore dal 21enne Michele Lavopa.

“Qualcuno a un certo punto ha detto che una ragazza era stata colpita al collo – prosegue il suo racconto riportato da La Repubblica -. Era una roba tra maschi, sfortunatamente si è trovata una ragazza. Non possiamo più andare in un locale tranquillamente. Devi stare attento a chi c’è. E in base ai volti capire se può succedere qualcosa. La situazione è peggiorata nelle ultime due settimane. Anche i nostri genitori hanno paura, non si vive più bene”.